Mano nella mano verso la morte….

Da molti giorni, purtroppo i giornali riportano il caso di Saman Abbas, la ragazza di origine pakistana scomparsa a Novellara e sulla cui sorte si possono fare solo ipotesi terribili.

Sarebbe stata uccisa da uno zio per essersi rifiutata di accettare un matrimonio combinato. Per questo era stata accolta in una comunità protetta, ma poi aveva fatto rientro a casa; forse mamma e papà l’avevano rassicurata? Poi l’agguato: la preparazione della fossa e il giorno dopo mamma e papà la accompagnano su un sentiero di campagna e non ha  più fatto ritorno.

In tutta questa storia è agghiacciante il ruolo di tutta la famiglia, ma soprattutto quello della madre: forse anche lei ha subito il peso di quelle tradizioni tribali che negano alla donna il diritto di scegliere e di decidere della propria vita e non riesce a vedere per la propria figlia altre possibilità se non soggiacere o morire.

Cosa avrà pensato mentre la conduceva per mano verso il suo assassino? Temeva forse, per la sua stessa vita? Come  può una madre accettare di uccidere la propria figlia (anche se non è stata lei ad alzare la mano contro Saman, è certamente colpevole come chi ha compiuto materialmente l’omicidio)? Quali saranno state le ultime parole rivolte alla giovane? Avrà sentito tutto l’orrore di ciò che stava per compiersi o era più forte il rancore per chi non accettava regole e tradizioni secolari?

Penso che siano sagge le parole della rappresentante dell’UCOI riportate in questo articolo di Avvenire, ma io aggiungerei che bisognerebbe rendere obbligatoria per tutte le donne immigrate la frequenza di corsi per imparare la nostra lingua e le nostre leggi in fatto di diritto di famiglia e diritti delle donne: solo così si potrebbe rompere il loro isolamento  e rendere più facile e sicura la vita delle loro figlie, che non capiscono più le tradizioni tribali dei genitori.