L’ Oscar scippato.

http://www.corriere.it/animali/12_gennaio_06/ridate-il-premio-oscar-a-rintintin_b10e184a-3872-11e1-86b7-c754a63c4545.shtml

La notizia è di qualche giorno fa, ma è di quelle che possono portare grave turbamento: il primo Oscar della storia sarebbe dovuto essere assegnato nientemeno che a RIN TIN TIN, il cane prodigio, ma per via dei soliti inciuci fu assegnato a un attore a due zampe.

Questa notizia mi ha divertito e mi ha fatto tornare indietro nel tempo,,,,
Ero una ragazzina e alle cinque del pomeriggio accendevo la TV per vedere trasmissioni come Giramondo (il cinegiornale dei ragazzi), Mago Zurlì (un varietà condotto da Cino Tortorella), cartoni animati  di Walt Disney o Mister Magoo o Pow Wow, o serie di telefilm  come Penna di Falco e Rin Tin Tin appunto.
Il protagonista della serie televisiva non era forse quello stesso cane cui avevano scippato l’ Oscar, ma era comunque un bravissimo cane attore di razza pastore tedesco.
Le storie erano ambientate in un forte militare situato nel Far West e il coprotagonista era Rusty, un bambino rimasto orfano e allevato dai soldati; il tenente Rip Master gli faceva da papà, mentre il sergente O’Hara , sempre un po’ pasticcione , faceva un po’ da zio e un po’ da nonno.
Ogni episodio raccontava un’ avventura a lieto fine , grazie all’ immancabile  provvidenziale intervento di Rin Tin Tin e offriva sempre a Rusty un ‘ occasione per crescere e per imparare qualcosa.

Forse al giorno d’ oggi queste storie un po’ “bacchettone” e “moraliste” sembreranno superate e improponibili ai ragazzi d’ oggi, ma io ricordo che allora , alla fne del telefilm mi sentivo contenta e rilassata e non so se succeda la stessa cosa con i programmi (troppospesso pieni di violenza) che si propongono oggi ai ragazzi

La stufa a legna.

stufa a legnaEra nell’ angolo opposto al caminetto e, nello spazio che la separava dal muro esterno, veniva riposta la legna: ceppi spaccati con la scure  e stecchi sottili  che si andavano a raccogliere in campagna dopo la potatura o quando veniva abbattuto qualche albero e se ne facevano fascine.
Il piano superiore era in ferro e presentava tre gruppi di cerchi concentrici che venivano tolti per regolare la larghezza del “contatto” col fuoco vivo a seconda della dimensione della pentola.
Sulla facciata anteriore si apriva lo sportello che chiudeva il vano-fornace, sotto c’era uno sportello più piccolo attraverso il quale veniva estratta la cenere e di fianco si apriva il forno.
Nella parte più bassa c’era un vano vuoto in cui mia madre a volte metteva anche le pantofole perchè si scaldassero.
Di fianco al piano cottura c’era un contenitore in rame sempre pieno d’ acqua calda,  pronta per tutte le necessità.
Il tubo di scarico, che attraversava buona parte della stanza per ottimizzare la resa della stufa, presentava ad altezza d’uomo (ma sarebbe meglio dire ad altezza di donna) un anello di ferro munito di tanti raggi che potevano essere alzati o abbassati : su di essi venivano appesi mestoli e schiumarole o i panni  da asciugare quando fuori pioveva .
Sul piano cottura arrostivamo le castagne o le fette di polenta avanzata dal giorno prima e nel forno ogni mattina la mamma  (che si alzava prestissimo per accendere il fuoco) metteva l’uovo che dovevamo sorbirci prima di andare a scuola o le mele da cuocere: non sono più riuscita a mangiare mele cotte buone come quelle.

Solo la cucina veniva riscaldata. Le stanze da letto erano molto fredde e così anche le coperte del letto, perciò ecco che dalla stufa, verso sera si estraeva la brace. Con essa si riempivano dei piccoli contenitori (padlèni) foderati di cenere , che venivano inseriti nel prét (una struttura in legno adatta a sollevare le coperte , che non dovevano venire a contatto con le braci.
Quando si tornava a casa coi piedi intirizziti dal freddo, la mamma ci faceva togliere le scarpe e ci faceva appoggiare i piedi sullo sportello più basso e al tepore che ne usciva ti sentivi rinascere.

Sere d’ inverno…senza TV.

Quando le ore di luce si accorciano sempre più, le serate sembrano interminabili ; così è in questi giorni e così era tanti anni fa quando ancora non c’ era la tv a far compagnia alla gente.

Ricordo (ero molto piccola),  che ci si ritrovava  nell’ unico locale riscaldato che faceva da cucina e da soggiorno : mia madre indaffaratissima come sempre a preparare gli scaldini (il padléni) da mettere nei “pret”, per intiepidire le lenzuola e le coperte, e a cuocere contemporaneamente la polenta sulla stufa a legna.

Intanto io, che ero la più piccola, potevo permettermi il lusso di tiranneggiare un po’ mio padre, stando sulle sue ginocchia, mentre lui faceva un  solitario a cui io collaboravo sistemando le carte che via via “si liberavano” e questo mi permetteva di imparare a riconoscerle e a metterle in ordine crescente. A volte si univa a noi anche mia sorella, la penultima e allora giocavamo a “rubamazzetto”, all’ “asino” , a “cheva in pataja” ;  quest’ ultimo era particolarmente emozionante per i continui capovolgimenti delle sorti del gioco. Il borbottìo della pentola fumante faceva da sottofondo rassicurante

A volte , dopo cena, venivano i vicini (ricordo Baiòc e Giubèn) e allora i grandi giocavano a briscola, a scopa, a scopone o altri giochi più complessi che non ho mai imparato. Io  stavo incollata a mio padre, sulle sue ginocchia per tutto il tempo, fino a che non mi si chiudevano gli occhi .
Dovevo però stare attenta a seguire alcune raccomandazioni : non dovevo parlare delle carte che lui aveva in mano, né tanto meno mostrare reazioni di gioia o di delusione quando avesse pescato carte importanti o sfortunate. Questo mi faceva sentire partecipe del gioco, che seguivo con molta attenzione. E’ incredibile quante cose si possano imparare, quasi senza accorgersene, col gioco delle carte, soprattutto nell’ ambito matematico.

In particolare però io ero affascinata dai segni impercettibili che i giocatori si scambiavano col partner per indirizzarne il gioco o per segnalare una difficoltà: erano strizzatine d’occhio, alzate di spalle, labbra che si imbronciavano o che venivano appena appena inumidite con la lingua, sopracciglia che si inarcavano per un istante. Erano elementi di un codice per me misterioso, che a poco a poco imparai a decifrare con mia grande soddisfazione.
Il gioco si svolgeva tra una battuta scherzosa e uno “sfottò” bonario e non mancavano accenni ai fatti accaduti durante il giorno; alla fine nessuno aveva vinto niente, né tanto meno perso niente : a tutti era bastato stare piacevolmente in compagnia.
Quando non c’ erano i vicini,  si accendeva la radio per ascoltare un po’ di musica o qualche trasmissione radiofonica:  molto seguito era allora  “Il rosso e il nero” , lo spettacolo  condotto dalla voce calda e amichevolmente sorniona di Corrado. Protagonisti di queste serate erano comici come Enrico Luzi, Alberto Talegalli, Tino Scotti , nomi allora molto conosciuti.
Per le dieci o poco più però la serata terminava: l’indomani tutti dovevamo alzarci molto, molto presto.!

Compleanni.

Ieri  Elisa ha compiuto 8 anni. Sapevo che sarebbe venuta qui per festeggiare insieme ai nonni e avevo pensato al regalino… ma come si può festeggiare Elisa senza coinvolgere a pari titolo anche Davide ? Già aveva cominciato a dire alla sua mamma che anche lui voleva “fare” il compleanno (il suo però cadrà fra poco più di un mese..)  e allora ho pensato di comprare due regali per il mare: due bellissimi accappatoi, che ho trovato nel punto vendita di una buona marca di biancheria per la casa.

Ieri mattina i bimbi hanno giocato qui fuori ed Elisa si è divertita a scattare qualche foto mentre diceva:- Da grande vorrei fare la fotografa!! –  In seguito mi ha aiutato a sbucciare le patate e a quel punto ha esclamato:- Mi piace cucinare, da grande potrei fare la cuoca!!!- Le ho ricordato quello che aveva detto poco prima e lei allora ha trovato la soluzione: avrebbe potuto fare la fotografa e cucinare poi  come fanno tutte le mamme,

A pranzo, stranamente Davide non aveva appetito : sicuro segno di qualche malanno in vista (infatti aveva un lieve rialzo di temperatura) … poi è arrivato il momento della torta con le candeline : tutti e due (Elisa e Davide) le hanno spente insieme e avrei voluto fare qualche foto….ma le pile della macchina fotografica erano scariche !!!! Elisa aveva giocato un po’ troppo a fare la fotografa!

La prima volta senza mamma.

Samuele è arrivato venerdì sera e domenica la sua mamma è ripartita lasciandolo qui con i nonni : ha dovuto andare nella Grande Mela per lavoro…

Samuele ogni tanto mi chiede dov’ è la mamma e io gli dico che sta facendo un  lungo viaggio; lui allora mi guarda poco convinto poi si dedica ad altro…. ieri s è interessato molto a un formicaio e ai  “soffioni ” dei denti di leone .

Gli zii ci hanno aiutato a superare la prima giornata senza mamma , ma oggi ce la dovremo cavare da soli…

In questo momento sta guardando un suo libro e intanto canta con una voce deliziosa la sua canzoncina preferita… mi sta riconquistando dopo che stamattina al supermercato mi ha fatto letteralmente impazzire : forse aveva caldo,e fame… chissà … speriamo che la giornata prosegua tranquilla…

Il suo arrivo ha coinciso coi lavori di ristrutturazione… non è proprio il massimo, ma pazienza ! Un saluto a tutti.

Come indossare una giacca ed essere felici.

Frequentando un asilo nido senza giardino nè cortile, le uscite devono essere piuttosto frequenti per raggiungere i giardinetti che spuntano qua e là tra i grattacieli; forse per questo Samuele (2 anni e 7 mesi) ha imparato a indossare da solo il cappotto o la giacca prima di uscire. e ce ne ha dato dimostrazione pratica i giorni scorsi durante la sua breve visita pasquale.

Fase 1 – Samuele prende il cappotto e lo butta a terra.

Fase 2 –  Samuele si porta dalla parte del cappuccio o comunque del colletto.

Fase 3 –  Samuele infila le braccia nelle maniche.

Fase 4 – Samuele rialzandosi , ruota velocemente le braccia facendosi passare la giacca sopra la testa.

Fase 5 – Samuele abbassa le braccia e si ritrova la giacca  infilata  e il relativo eventuale cappuccio perfettamente calzato.

Questa dimostrazione ha riscosso molto successo e Samuele si è goduto i nostri applausi con aria molto compiaciuta. Provare per credere !!!

“No cato spoon”

Samuele sta imparando che non si può stare in questo mondo senza accettare delle regole e la mattina quando si alza ne ripassa qualcuna: passando davanti al televisore dice “no touching” (spero si scriva così) : infatti il televisore non si deve toccare e fa segno di no con la testa . Se vede il coltello sul tavolo dice che è “pecocoso” (pericoloso) e sa che bisogna maneggiarlo con attenzione. C’ è poi un’ altra regola che gli pesa particolarmente : “no cato spoon” che nel suo linguaggio in cui mischia tentativi di parole italiane con altri in lingua inglese significa “non si mangia il cioccolato con il cucchiaio”

Il cioccolato in questione è la nutella e , stamattina, dopo averne leccato un cucchiaino, ha chiesto l’  “ultimo” e dopo quello ancora un altro “ultimo”. Ricevendo un rifiuto ha allora chiesto un po’ di cato per la car, (la sua macchina a spinta come quella dei Flinston’s, che ha occhi , naso e bocca disegnati sul cofano). Avuto un po’ di nutella, ha offerto più volte il cucchiaino con quel bendidio alla sua car, che però non ha mostrato nessun entusiamo e ha tenuto la sua bocca di plastica ostinatamente chiusa.

A questo punto, cosa poteva fare un bambino che non ama sprecare il cibo? C’ era un’ unica soluzione : mangiare lui stesso quel po’ di nutella…. e lui questo ha fatto per il senso del dovere che lo contraddistingue. ….

Come una lucertola

Il sole a picco infuocava la pianura. Ero in soffitta. Un abbaino  si apriva sul tetto e  mi sedevo  sulle tegole roventi. Era l’ ora della siesta: strade  deserte inondate di luce,  prati   rinsecchiti ,  frinire di cicale monotono e incessante. Solo gli alberi immobili e il campanile  movimentavano l’ orizzonte piatto.

In quella solitudine lasciavo andare i miei pensieri di bambina:  e diventavo una lucertola