UTE: La contessa di Castiglione (docente: Alberta Chiesa)

Quella che oggi la prof.ssa Chiesa ci ha presentato è una donna molto diversa da quella che immaginavo.

Avevo 13/14 anni quando alla Tv trasmisero lo sceneggiato che ripercorreva la vita della contessa di Castiglione e il regista Anton Giulio Majano  aveva tratteggiato l’immagine di una dolce bellissima fanciulla sacrificata alla ragion di Stato dalla cinica politica del Cavour.  Certo a questo ricordo ha contribuito molto la dolcezza un po’ malinconica della allora giovanissima Virna Lisi, che interpretava il ruolo della protagonista, Virginia Oldoini.

Oggi invece abbiamo scoperto una donna ambiziosa, avida di successo e di potere  che perseguì il suo scopo con fredda determinazione e senza alcuna remora.

Marchesa-di-Castiglione (1)Nata nel 1837 da famiglia nobile, ma di modeste possibilità economiche a 17 anni sposò il Conte di Castiglione che si era innamorato di lei e al quale lei aveva dichiarato esplicitamente di non ricambiarlo e che accettava quel matrimonio solo per poter entrare alla corte di Torino, cosa che ottenne puntualmente.

Cavour, suo cugino, notando la sua intraprendenza e la sua spregiudicatezza, la inviò a Parigi con il compito di convincere Napoleone III ad allearsi con il Piemonte contro l’Austria. Divenne ben presto l’amante dell’imperatore attirandosi l’ostilità dell’imperatrice Eugenia e delle altre dame di corte, ma la sua carriera di spia finì ben presto in seguito a un attentato di cui Napoleone III, che usciva dalla casa della contessa, era il bersaglio.

Durante il periodo trascorso alla corte francese, mandò in rovina il marito con le sue spese pazze, ma in seguito si arricchì notevolmente grazie agli investimenti in borsa fatti su consiglio del banchiere Rotschild, divenuto suo amante, grazie anche ai sussidi ottenuti  dal re e ai doni dei suoi innumerevoli adoratori(in pratica tutti gli uomini più potenti del suo tempo).

Visse col gusto della trasgressione, della provocazione e nel  culto della sua bellezza; divenne la prima fotomodella di moda (la fotografia era appena nata – si contano ben 450 suoi ritratti fotografici). Quella che era stata la sua arma vincente, la bellezza appunto, divenne poi anche la sua ossessione, infatti ad appena trent’anni, sentendosi già vecchia e per  paura di mostrare i segni del passare del tempo, si ritirò a vivere in solitudine in un appartamentino di Parigi circondata dai suoi cimeli. Morì a Parigi nel 1899, sola e dimenticata da tutti.

Gli storici sono concordi nell’affermare che il suo contributo come improbabile spia, fu del tutto trascurabile.

 

UTE: Memoria selvatica: anima e animale nel giardino della psiche (prof. Marco Creuso – sintesi di A. D’Albis)

Il professor Marco Creuso ci parla oggi di un argomento abbastanza complesso ma affascinante: “Memoria selvatica. Anima e animale nel giardino della psiche”. Purtroppo, viviamo in un mondo malato, in un’epoca in cui il rapporto con la natura è conflittuale. Questo rapporto malato con la natura ha avuto come conseguenza la situazione drammatica che stiamo vivendo.

Adam_et_Ève_au_Paradis_TerrestreIl professore ci spiega che all’origine non era così. Nel Paradiso terrestre il rapporto dell’uomo con la natura era idilliaco. Così sarà alla fine, quando, come dice il profeta Isaia:” Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme”. Ma che cos’è il giardino e che cos’è la psiche? Il giardino è quello spazio protetto che circonda la nostra casa (il nostro nido) in cui ci incontriamo con la natura. Se il nostro giardino è ordinato, stiamo bene; se è disordinato, rischiamo di ammalarci. La “psiche”, poi, è diversa dall’anima, è uno spazio complesso dentro il quale possiamo far entrare la natura, è un luogo privilegiato dentro di noi, dove si formano i “pensieri”, dove l’”animale” va a incontrare l’”anima”. Il “giardino di psiche” è, dunque, quel luogo privilegiato dove anima e natura si incontrano. Dopo un lungo excursus sul concetto di “anima” da Omero alla filosofia greca con Socrate e Platone, dalla teoria della reincarnazione al Buddismo e al mito delle “Parche” della mitologia romana, il nostro professore ritorna ai nostri tempi imputando all’uomo moderno la convinzione che il mondo si conosce solo attraverso la tecnologia. Oggi, afferma il professore, dobbiamo salvarci dalla fine dell’umanità. Dobbiamo cominciare a occuparci delle cose invisibili, cioè l’anima, ma con essa dobbiamo occuparci anche degli animali, cioè la natura. Il 2020 si è aperto, dice il professore, con un cattivo auspicio: gli incendi del mese di gennaio in Australia hanno ucciso un miliardo di animali ed erano dolosi. Tutto questo, probabilmente, ha avuto come conseguenza la pandemia. Come continua a dirci Papa Francesco, è necessaria la conversione ecologica, perché “anima” e “animale” sono stati i primi abitanti della terra e se viene meno l’animale viene meno anche la connessione con l’anima. Per concludere il professore cita un detto spagnolo che dice che Dio è misericordioso perché perdona sempre, l’uomo, che è la sua immagine, se ne dimentica, e perdona solo qualche volta, la terra, invece, non perdona mai. A partire da questa prospettiva, possiamo provare a convertire la nostra visione del mondo, a guardare le cose e la stessa terra in maniera diversa. Così riusciremo a vedere in maniera diversa anche il Covid 19, non più come qualcosa di problematico, ma come un vaccino per la natura perché purtroppo il suo virus si è dimostrato essere l’uomo

UTE: La non-violenza e la natura (Maria Russo)

Dopo un breve richiamo ai concetti relativi alla non violenza, di cui la prof. Russo ci aveva parlato gli anni scorsi, e ai personaggi che che l’hanno professata e vissuta fino a dare la vita per le loro idee, la nostra docente ci ha portato a riflettere sulla violenza che viene operata ogni giorno sulla natura: distruzione delle foreste, inquinamento degli oceani, inquinamento del suolo e dell’aria.

Sono tante le zone sulla Terra che portano i segni più dolorosi dello sfruttamento insensato delle risorse di madre natura e siamo arrivati ormai al punto di non ritorno, dobbiamo renderci conto che le nostre abitudini, il nostro modo di vivere improntato al consumismo non è più sostenibile e  ora ci tocca scegliere tra inseguire la ricchezza ad ogni costo  o proteggere la nostra salute.

Il mito di Re Mida ancora oggi ci diffida dall’essere avidi: trasformava ogni cosa che toccava in oro e questo in un primo momento lo entusiasmò, ma poi abbracciò suo figlio che divenne una statua dorata e oro diventò anche il cibo che portava alla bocca e morì di fame.

Un monito di grande suggestione ci viene anche dal lontano 1856: il capo indiano Capriolo Zoppo scrisse una lettera al Presidente degli Stati Uniti che ha il sapore della profezia e la bellezza sublime della poesia.

Oggi, c’è un altro grande paladino del rispetto per Madre Natura: è Papa Francesco che nelle sue ultime encicliche affronta il tema dell’ecologia integrale, che comporta il rispetto per la natura e il rispetto per i diritti di ogni uomo.

Lo dobbiamo ai nostri nipoti: dobbiamo poter consegnare loro una Terra in cui sia ancora possibile vivere, ma perchè questo possa avvenire dobbiamo ridurre le nostre esigenze e  ricorrere sempre più al riciclo e al riuso.

Ringraziamo la prof. Russo, perchè ci ha fatto ancora una volta riflettere su temi che ormai devono accompagnarci in ogni momento della nostra vita e perchè ci ha richiamato alla mente la “Lettera al Presidente USA” di Capriolo Zoppo: chi volesse rileggerla (cosa che consiglio vivamente), può trovarla cliccando QUI

UTE: Sciascia: La scomparsa di Maiorana. (sintesi di A. D’Albis)

La storia di Ettore Majorana, che lo scrittore Leonardo Sciascia racconta nel suo libro “La scomparsa di Majorana”, comincia il 25 marzo 1938 quando il grande fisico siciliano, che Enrico Fermi non esitò a definire un genio, inviò una lettera nella quale annunciava la sua improvvisa scomparsa.

MaioranaSciascia lesse questa lettera nel 1975 perché pubblicata nel giugno di quell’anno sul quotidiano “La Stampa”. Prendendo spunto da questa lettera e sentendo che essa poteva aprire la prospettiva di scrivere un “giallo”, Sciascia, che già abbiamo visto come scrittore di gialli legati alla mafia nella scorsa lezione, costruisce un libro nel quale ipotizza una sua personale soluzione della scomparsa di Ettore Majorana.

Il professor Porro ci ha raccontato la biografia di questo illustre fisico e ha elencato le varie ipotesi, a volte anche fantasiose, scaturite dalle indagini che sono state effettuate dopo la sua scomparsa.

Ettore Majorana nacque nel 1906 a Catania, da una famiglia prestigiosa. Fu un bambino prodigio e rivelò una precoce attitudine alla matematica e alla fisica. Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di Ingegneria.

Convinto da un suo amico e dopo un incontro con Enrico Fermi, professore ordinario di Fisica presso l’Università di Roma, cambiò facoltà e si laureò con il massimo dei voti in Fisica nel 1929.

Fece parte del gruppo noto come i “ragazzi di via Panisperna”, ma fu soprattutto un teorico all’interno di questo gruppo.

Majorana aveva un carattere chiuso e malinconico. Per circa tre anni (dal 1934 al 1937) si chiuse in casa senza uscire mai. Probabilmente soffrì di una forte depressione, oltre che di altre malattie.

Nel 1937 accettò la cattedra di Fisica teorica all’Università di Napoli per meriti scientifici. Anche a Napoli condusse una vita ritirata. Dopo aver accettato ufficialmente la cattedra il 12 gennaio 1938, il 25 marzo dello stesso anno, Majorana partì da Napoli su un piroscafo per tornare a Palermo. Durante il viaggio inviò ai suoi amici una lettera nella quale esprimeva la sua volontà di suicidarsi, smentita da un telegramma e da un’altra lettera nella quale scriveva che “Il mare non l’aveva voluto” e che sarebbe rientrato a Napoli. Tuttavia, proprio da quel giorno, Majorana scomparve. Furono avviate le indagini, ma da allora si sono susseguite tante ipotesi, alcune fantasiose. La più avvalorata è quella del suicidio.

Ma cosa ipotizza Sciascia nel suo libro?

Lo scrittore ipotizza che la scomparsa dell’illustre fisico sia dovuta a una sorta di “dramma personale” e che si sia ritirato in un convento perché sopraffatto dal senso di responsabilità riguardo ai suoi studi e al suo ruolo di scienziato. Majorana, secondo Sciascia, avrebbe avuto l’intuizione circa un possibile sviluppo della” bomba atomica” e delle conseguenze disastrose che ne sarebbero potute scaturire.

Preferì scomparire, o suicidarsi, piuttosto che sentirsi responsabile degli effetti disastrosi che i suoi studi avrebbero potuto arrecare al mondo.

 

Grazie, Angela!

UTE: La fine del potere temporale: I Patti Lateranensi.

Proseguendo la lezione precedente, don Ivano ci ha fatto ripercorrere il periodo storico che va dalla presa di Roma del 1870 alla firma dei PATTI LATERANENSI.

Con la Breccia di Porta Pia, l’esercito italiano aveva occupato i territori dello Stato Pontificio e la stessa Roma: da quel momento Papa Pio IX, allora regnante, si sentì prigioniero dello Stato italiano e continuava a reclamare la restituzione dei territori che gli erano stati tolti, nonostante che nel 1971 lo Stato italiano con l’emanazione della Legge delle Guarentigie gli assicurasse piena autonomia nell’esercizio del suo potere spirituale e nei rapporti con gli stati esteri. Non gli veniva però riconosciuta alcuna sovranità sui palazzi occupati; doveva considerarsi un ospite. Questo non piacque a Pio IX che anzichè considerarsi ospite continuò a sentirsi prigioniero.

I suoi successori reclamarono solo la completa indipendenza , ma non accamparono più pretese sui territori perduti: avevano ben compreso che lo scomparso Stato Pontificio era un anacronistico relitto di tempi ormai lontani e non era in grado di venire incontro alle esigenze dei cittadini. La Chiesa si era liberata da un ingombrante fardello, ma pretendeva la più assoluta autonomia da potere politico dello Stato italiano. Fu così che Leone XIII emanò il ben noto “Non expedit”, col quale proibiva ai cattolici di partecipare alla vita politica.

Benedetto XV, dichiarando la sua neutralità prima dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, si attirò la diffidenza dei governanti italiani, che nel Patto di Londra pretesero che il Papa non dovesse essere consultato nei trattati di pace che sarebbero seguiti alla fine del conflitto. Ciò però non escluse che il Papa intervenisse sui più scottanti problemi del suo tempo anche su sollecitazione della Società delle Nazioni (l’odierna ONU).

Finita la Grande Guerra, negli anni ’20, il Papa firma numerosi concordati con gli Stati nati dopo il Trattato di Versailles e con l’arrivo al potere di Mussolini, bisognoso dell’appoggio dei cattolici, si realizzarono le condizioni  per concludere le trattative con la firma dei Patti Lateranensi, che comprendevano: un Trattato con cui si riconosceva al Papa la sovranità sulla Città del Vaticano e sulle Basiliche Romane e un Concordato che regolava i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Regnava allora Papa Pio XI che, nonostante le numerose critiche interne alla Chiesa, difese con calore l’accordo raggiunto.

I Patti Lateranensi furono modificati solo nel 1984, quando non rispondevano più alla realtà di una Chiesa postconciliare e alle nuove condizioni dello Stato italiano diventato nel frattempo una repubblica democratica (e non più una monarchia/dittatura).

La perdita del potere temporale ha segnato l’acquisizione di una crescente autorevolezza del Papa di Roma, la cui guida morale è riconosciuta in tutto il mondo anche dai non-cattolici.

 

Quello che mi ha colpito in questa lezione è sentir echeggiare nomi come Gentiloni … Gasparri … sembra che nel nostro paese poco sia cambiato nell’olimpo di quelli che contano in questi cento anni. Altra nota: lo Stato italiano riconobbe alla Santa Sede un cospicuo risarcimento dei danni subiti e  quei capitali rimpinguarono quello IOR, protagonista di tante oscure vicende italiane.

Ute: Inferno, Canto V: Paolo e Francesca.

Quest’anno ricorre il 700° anniversario della morte di Dante e il prof. Galli non poteva non pensare di dedicare al sommo poeta alcune delle sue belle lezioni per evidenziare cosa volesse dire Dante ai suoi contemporanei e cosa dice ora a noi.

Oggi abbiamo riletto insieme il canto V dell’Inferno, in cui Dante pone coloro che sono morti per amore, che si sono lasciati trasportare dal turbinio dei propri sentimenti e che per questo ora vagano senza posa sferzati da una tempesta senza fine.

paolo e francescaDopo aver scorso velocemente la parte iniziale del Canto, siamo stati guidati a leggere con più attenzione la parte più conosciuta, quella che ha ispirato tanti altri artisti nel corso dei secoli: i versi che ricordano l’incontro di Dante con Paolo e Francesca. Il poeta, su invito di Virgilio, li chiama e nella sua voce si sente la pietà che i due, che camminano abbracciati, gli ispirano.

Essi si avvicinano e, su richiesta di Dante, Francesca racconta con dolore straziante e con pudore la storia del suo amore sfortunato e proibito. Paolo non parla, ma piange in modo tanto accorato che Dante si sente venir meno.

La bellezza sublime di questi versi, li ha resi immortali e commuove anche noi oggi, dopo quasi un millennio.

Il nostro docente ci ha fatto notare come Dante abbia citato versi di vari poeti  provenzali e stilnovisti famosi ai suoi tempi e come la sua pietà nei confronti dei due amanti derivi dal suo senso di colpa per aver un tempo accolto la teoria dell’amor cortese: quell’amore ideale che il cavaliere (uomo privo di beni materiali e quindi destinato a non sposarsi) riversava su una dama del cuore, maritata.

A quel tempo infatti il matrimonio era un vero contratto economico tra famiglie: l’amore non era contemplato se non al di fuori del matrimonio e questo ha causato la perdizione dei due giovani. Nello stesso tempo però la cultura dell’amor cortese ha avuto il merito di ridare risalto ai sentimenti.

Paolo e Francesca vivevano l’amore come insegnava  la cultura imperante a quel tempo; da sempre il modo di intendere l’amore è determinato dalla cultura  e quindi dobbiamo chiederci: quale tipo di amore trasmettiamo ora ai nostri giovani? I modelli proposti da certe trasmissioni TV e da certi media non sono certamente tale da permettere loro di vivere e di coltivare nel modo più giusto questo sentimento, così determinante nella vita di ognuno.

 

E’ stata anche questa una bella lezione per cui ringrazio il prof. Galli, per la passione contagiosa  con cui espone le sue lezioni.

Ute: Le fiabe sono sogni dell’inconscio collettivo (B. Tatafiore – sintesi di Angela D’Albis)

La professoressa Tatafiore ci ha proposto un viaggio tra le fiabe e la psicoanalisi junghiana.

Secondo Jung, noto psicanalista discepolo di Freud, le fiabe ci ripropongono in una forma schematica, rappresentativa, la dimensione profonda e inconscia della nostra psiche, comune agli uomini di tutte le epoche e culture.

La nostra psiche è popolata da tante forze che agiscono e lottano tra di loro. Quali sono queste forze?

Jung individua l’”anima”, che è la dimensione femminile che si trova anche nei maschi, e l’”animus”, la dimensione maschile che si trova anche nelle femmine.

barbabluRaccontandoci la fiaba di “Barbablù”, la professoressa ci spiega che tutti i personaggi della fiaba rappresentano le forze che si trovano nella nostra psiche e che fanno la storia di ognuno di noi.

La nostra psiche è sempre in crescita, in evoluzione e desidera sempre realizzare sè stessa (la ragazza della fiaba).

La forza distruttiva o predatore naturale, (Barbablù) interviene inibendoci, impedendoci di essere noi stessi, di crescere.

Noi, però, chiamiamo a raccolta tutte le forze che abbiamo in noi per combattere il predatore naturale che vuole distruggerci.

Intervengono le voci interiori positive (le due sorelle) che ci spingono ad aprire la stanza dove c’è la vita creativa che dobbiamo ancora esprimere. Esse rappresentano la consapevolezza e la saggezza.

In quella stanza ci sono gli scheletri che rappresentano le forze indistruttibili del nostro potere e le ossa che rappresentano l’”anima”

Chiediamo aiuto, infine, all’energia maschile, l’”animus”, (i fratelli) che ci aiuta a realizzare quello che dobbiamo fare. Questa forza fa a pezzi il predatore naturale (Barbablù), ma questa non è la fine perché da qui si rinasce (archetipo del “mangiatore di peccati”).

Il predatore naturale, così, da negativo diventa lo spirito del cambiamento, la forza che ci spinge sempre a non rimanere impotenti ma ad agire.

Spesso il predatore naturale si nasconde nei nostri sogni come “l’uomo nero” del quale non dobbiamo avere paura perché è uno stimolo per continuare a lottare.

 

UTE: Sciascia: i romanzi gialli e la mafia (Prof. Porro)

Prendendo spunto dal centenario della nascita di Sciascia, Il prof. Porro oggi ci ha parlato delle opere dello scrittore siciliano, uno dei più importanti autori del novecento italiano.

Fanno da sfondo alle sue opere le terre della Sicilia occidentale, le stesse terre che hanno ispirato le opere di Pirandello e, come questo celebre drammaturgo  suo conterraneo, Sciascia tratta temi come la perdita dell’identità, la ricerca della verità e della giustizia.

La sua prima opera (1956), “Le parrocchie di Regalpietra”, è una cronaca di vita della sua città, Racalmuto. Il centro della vita cittadina è il circolo dei galantuomini, proprietari terrieri che vivono di rendita e che passano le loro giornate giocando a carte e parlando di donne. Attorno a loro vi è una umanità dolente oppressa dalla povertà estrema e da un potere insensibile, sordo e immutabile da secoli.

Nel 1958, Sciascia pubblica “Gli zii di Sicilia”, dove gli zii sono la zia che ritorna ricca, ma sempre ignorante e presuntuosa, dall’America, zi’ Peppi come fu chiamato Garibaldi e come viene chiamato Stalin, e anche i capimafia vengono indicati con l’appellativo di “zi'”.

Il suo romanzo più conosciuto, anche perché ne fu tratto un film molto apprezzato, è certamente “Il giorno della civetta  (1961)”. Il titolo fa riferimento a un passo dell’opera di Shakespeare “Enrico VI” in cui la civetta, rapace che ama il buio della notte, fa una sua comparsa fugace all’inizio del giorno. La civetta sta dunque a simboleggiare la mafia, che trama nell’ombra ma che arriva a commettere i suoi delitti  alla luce del sole. Infatti il romanzo inizia con un assassinio compiuto all’alba alla fermata dell’autobus: tante persone hanno assistito al delitto, ma non si trovano testimonianze. Ben presto però il capitano Bellodi, ex partigiano proveniente da Parma,  con le sue intelligenti indagini arriva a individuare come mandante il capomafia del luogo, Don Mariano, le cui protezioni politiche gli procureranno l’impunità, mentre Bellodi verrà trasferito. Nel finale, si legge una riflessione che ha il sapore della profezia: la mentalità  mafiosa risalirà lungo tutta la penisola e controllerà tutta la vita politica ed economica del paese.

Nel 1966 viene pubblicato “A ciascuno il suo” ispirato all’assassinio di un commissario di polizia avvenuto alcuni anni prima ad Agrigento. Anche in questo romanzo c’è un investigatore: il prof. Laurana. Questi indaga sull’uccisione di due concittadini e arriva a scoprire le collusioni mafiose che hanno portato alla  loro eliminazione, ma verrà a sua volta attirato in un agguato e ucciso. Tutti sanno la verità, ma tutti accettano la versione ufficiale che scagiona i veri colpevoli.

Il messaggio delle opere di Sciascia e improntato all’amarezza, allo scetticismo e alla delusione: verità e giustizia non trionfano nel mondo di Sciascia.

 

 

UTE: Che cosa è il mercato? (A. Calimani)

La dr.ssa Calimani ci ha piacevolmente intrattenuto ieri sulle nozioni -base dell’economia, che possono aiutarci a capire meglio ciò che accade intorno a noi.

Il-BarattoIl mercato è fondato sullo scambio; nell’ antichità e per lunghissimo tempo si è praticato il baratto  scambiandosi  le merci, ma questo comportava spesso dei contrasti sulla valutazione delle stesse e si è giunti così a cercare qualcosa che avesse un valore universale, riconosciuto da tutti e nacque  la moneta. Da questo, si arrivò poi a definire il concetto di prezzo: ciò che si è disposti a pagare per ottenere un bene.

Si può avere un MERCATO LOCALE , un MERCATO  NAZIONALE e un MERCATO INTERNAZIONALE .

Maggiore è la disponibilità di mezzi economici, tanto più si potranno soddisfare i propri bisogni, ma una volta raggiunto questo obiettivo il consumo diminuisce e può aumentare il risparmio.

Il finanziamento da parte di una banca consente di acquistare in anticipo un bene, che non si potrebbe acquistare al momento.

Il mercato si fonda sulla dinamica tra  DOMANDA e OFFERTA. La domanda può poi essere individuale o collettiva (insieme delle domande individuali).

Storicamente il mercato ha subito una sua evoluzione adeguandosi ai tempi e alle diverse esigenze delle comunità umane.

Per moltissimo tempo l’economia mondiale si è basata sul  MERCATO LIBERO: gli imprenditori offrivano i loro beni a consumatori subordinati e lo Stato non doveva intervenire in alcun modo perchè il mercato si doveva autoregolamentare.

Nell’800, con la rivoluzione industriale, lo sfruttamento della forza lavoro indusse Carlo Marx a formulare un nuovo modo di intendere i rapporti economici: L’ ECONOMIA COLLETTIVISTA, secondo la quale è lo Stato che pianifica, organizza e decide le sorti dell’economia. Intendeva così abbattere le sperequazioni sociali tra proprietari dei mezzi di produzione e i lavoratori, anche col ricorso alla rivoluzione armata. Tale teoria fu applicata dopo   Rivoluzione Russa, ma portò inevitabilmente alla dittatura e all’eliminazione  degli oppositori.

Con la crisi del 1929 originatasi negli Stati Uniti, l’allora Presidente Roosvelt, seguendo le teorie di Keynes, risollevò le sorti del paese tramite formidabili interventi dello Stato. Inaugurò così ciò che ora viene definita un’ ECONOMIA MISTA, oggi praticata in moltissimi paesi.

La nostra docente ci ha poi fatto notare come  ad un aumento di prezzo corrisponda una diminuzione della domanda e come ci siano beni succedanei (che possono sostituirsi tra loro, ad es. olio e burro) e beni complementari (che devono essere utlizzati insieme, ad es. automobile e benzina).

Nel mercato internazionale si effettuano  ESPORTAZIONI  e IMPORTAZIONI e una grande svolta ha rappresentato per l’Europa l’istituzione del Mercato Comune, con l’abolizione delle tasse doganali.

Il consumatore viene indirizzato all’acquisto dalla moda, dalla pubblicità e dall’attrazione dello snobismo.

La domanda può essere elastica, se è inversamente proporzionale all’aumento dei prezzi, o rigida se non muta al variare dei prezzi (ad es, il pane).

Credo fosse utile rispolverare questi concetti fondamentali, perchè potremo così meglio comprendere le dinamiche più complesse che la prof. Calimani ci proporrà in seguito.

Grazie, Allegra!!