Quel pezzetto di eternità

«Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio.
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.»
(Diario, pp. 126-127)

Leggendo queste righe senza sapere chi le abbia scritte, ci si immagina che l’autrice sia una donna fortunata, contenta della sua vita….. ma se pensiamo che l’autrice era una giovane donna imprigionata ad Auschwitz  che stava vivendo la condizione più terribile che mente umana abbia mai potuto escogitare, queste righe assumono un ben altro significato.  L’autrice, Etty Illesum, assume una statura morale dinanzi alla quale non ci si può che inchinare con ammirazione infinita.

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