Tutti a scuola!

E’ tempo di riapertura delle scuole anche per Elisa, Davide e Samuele.

Davide ( 4 anni) aveva una gran paura di ritornare all’ asilo; gli ultimi giorni del passato anno scolastico gli avevano lasciato un brutto ricordo, ma tornando ha riincontrato i suoi amici e le maestre che lo hanno accolto in modo intelligente e così ora ha riacquistato la sua allegria e la sua vivacità.

Per Samuele  (tre anni) è il primo giorno nella nuova scuola ispirata al metodo Montessori : è una scuola privata , costosissima, ma ciononostante non prevede la mensa per i bambini , che dovranno portarsi il pranzo da casa . Questo consolida la mia convinzione : in Inghilterra si ha più attenzione per i cavalli e i cani che per i bambini.

Per Elisa (8 anni) la scuola comincerà domani; ma lei è già una veterana ed è contenta di riprendere i contatti con le sue amiche e i suoi amici.

Per fortuna non abita ad Adro: là il sindaco ha fatto mettere il simbolo della Lega sugli arredi scolastici e questo è a mio avviso un  intollerabile tentativo di far politica sulla pelle dei bambini !!!

Il mio 11 settembre.

Era stata una mattina pesante e, dopo aver lavato i piatti e sistemato la cucina mi ero messa sul divano , davanti al televisore, per riposare un po’. Sullo schermo apparve l’ immagine di  grattacieli che stavano bruciando. “Oh, no – mi son detta – non  ho voglia di vedere uno dei soliti film catastrofici” e cambiai canale, ma anche lì c’ era la stessa immagine….  e bastarono pochi secondi per capire che era tutto vero: le torri gemelle stavano bruciando colpite da due aerei.  Fui presa da un’ angoscia terribile : chi poteva aver pensato un attacco tanto spaventoso? Quante persone stavano in quel preciso momento morendo in un modo orribile? Cosa sarebbe successo di lì a poco? Stava forse per scoppiare una guerra?

Mia figlia , proprio in quel momento era all’ aeroporto e stava per ripartire per l’ Inghilterra , ma i notiziari parlavano di chiusura degli aeroporti, cosa poteva accadere?

Andai a chiamare i miei familiari  e divisi con loro le mie paure …. Le immagini intanto diventavano sempre più atroci e diventava via via più evidente che eravamo dinanzi a un fatto che avrebbe segnato la storia.  Verso sera riuscii a parlare con mia figlia: non sapeva ancora nulla; la partenza dell’ aereo era stata ritardata , ma nessuno aveva spiegato il perchè, ma poi il volo e l’ atterraggio erano stati del tutto normali…. tirai un sospiro .

A distanza di nove anni quel giorno rimane nella mente di tutti quelli che lo hanno vissuto  e in tutti, penso, si riaffacciano ogni tanto degli interrogativi sui molti punti oscuri  di un avvenimento che ha causato lutti infiniti.

Ricordando mio padre.

A lui sono grata  per le tante volte in cui, da piccola, mi ha tenuto sulle ginocchia mentre faceva qualche solitario con le carte o quando faceva qualche partita a briscola con i vicini, la sera dopo cena. In quelle occasioni spesso , parlando del più e del meno, si arrivava a raccontare episodi della guerra finita da poco e in tutto quel dolore che affiorava da quei racconti arrivava il punto in cui mio padre e uno dei vicini, per alleggerire un po’ l’atmosfera, parlavano di un episodio da loro vissuto direttamente.
Era l’Aprile del ’45 e per punire non so quale azione di sabotaggio c’era stato un rastrellamento. Mio padre e il nostro vicino, insieme ad altri, erano stati costretti a seguire una pattuglia armata che li portava verso Fabbrico. Mio padre e il vicino dovevano portare insieme anche una cassa molto pesante; mentre camminavano , mio padre sentiva battere contro la sua spalla qualcosa che non gli piaceva e che non lo faceva stare troppo tranquillo: era la canna del mitra di uno degli uomini della pattuglia. Sudava freddo al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere  e quando non ne potè più disse al vicino:  Severino, questa cassa è molto pesante e mi fa tanto male la mano; se ci cambiamo di posto, possiamo usare quella meno stanca…..-
A quella richiesta tanto candida Severino non poteva certo dire di no, ma ben presto ne capì il vero motivo !!! Fortunatamente di lì a poco arrivò l’ordine di rimandare tutti a casa.
Poi si seppe che quel giorno era stato compiuto l’eccidio della Righetta: la sorte li aveva graziati !

Raccontava spesso anche un altro episodio, legato al suo daltonismo : la mattina prestissimo, era ancora buio, si era preparato per andare al mercato ; aveva chiesto a mia madre una camicia pulita e  se l’era infilata di fretta.  Arrivato sulla piazza del mercato e sistemata la sua mercanzia, si accorse ben presto di essere fatto segno di un’ attenzione insolita da parte dei frequentatori della piazza: si sentiva un po’ a disagio e non sapeva capacitarsi di quella situazione …. Finalmente un conoscente gli si avvicinò dicendogli : – Catlàn, ma t’a ghè propia un bel curag ….! ! – Mio padre ancora non capiva ; chiese perchè mai gli avesse rivolto quelle parole e gli fu risposto che in un tempo in cui imperversavano le camicie nere ci voleva un coraggioso o un incosciente a esibirsi pubblicamente in camicia rossa !!!

A pesca.

a pesca

I miei fratelli erano molto più grandi di me e non avevamo molte occasioni per fare delle cose insieme.
Ricordo però che tutti e due ogni tanto , in estate, mi portavano a pescare insieme a loro.

Tutto aveva inizio con la ricerca dei lombrichi, che dovevano fare da esca; si andava con la vanga nell’ orto o sulle rive di un fossatello vicino a casa.
Ricordo ora con un certo ribrezzo l’ apparire dei lombrichi lucidi e umidicci tra le zolle smosse; allora invece non mi facevo nessun problema a prenderli e a sistemarli nel barattolo che conteneva anche un po’ di terra.

Si partiva poi in bicicletta , io sulla canna, e si arrivava sulla riva di uno dei  canali  che percorrono la mia zona.
Mi piaceva stare seduta sul ciglio del canale ad aspettare che i pesci abboccassero, tenendo d’ occhio il galleggiante.
C’ era caldo e si sentivano solo i grilli , le cicale e il tonfo delle rane che si tuffavano in acqua, mentre l’ odore dell’ acqua melmosa ti riempiva le narici.

I miei fratelli mi avevano insegnato a innescare gli ami e a lavare poi le mani nell’ acqua del canale, a lanciare la lenza di una piccola canna senza rimanere impigliati nell’amo e a non lasciarsi prendere dall’ ansia di tirare su il pesce al più piccolo segnale di abboccamento, ma si doveva aspettare che il galleggiante andasse sott’ acqua: allora sì che potevi alzare la canna e sperare che ci fosse  attaccato un pesciolino.
Non mi faceva per niente pena vedere il povero pesce dibattersi mentre gli veniva tolto l’ amo dalla bocca; oggi sarei molto più compassionevole.
In genere si pescavano dei pescigatto o dei “gobbi” o altri pesciolini di minor pregio, che poi mia madre puliva e friggeva.
Andare a pesca, oltre che un divertimento ,era un modo per rimediare una cena gustosa.

Il calzolaio.

Quand’ ero piccola , avevo anch’ io le mie incombenze in casa: dovevo asciugare le posate, pulire il fornello a gas e, in genere al lunedì, dovevo pulire le scarpe usate la domenica, quelle della festa.

Mia madre mi faceva sedere su una piccola sedia impagliata, mi metteva sulle ginocchia un vecchio grembiule e mi  dava in consegna una scatola in cui era contenuto  tutto l’ occorrente per eseguire l’ operazione.

Le strade da quelle parti allora non erano asfaltate perciò bisognava rimuovere fango e polvere prima di passare la spazzola con il lucido adatto al colore delle scarpe. Era durante questa operazione che si controllava se le calzature avessero bisogno dell’ opera di Giliberto, il calzolaio che abitava poco distante.

Così finito il lavoro di manutenzione e riposte le calzature in ordine in attesa della festa successiva, andavo a portare quelle bisognose di riparazione dal calzolaio.

Aveva il suo angolo di lavoro in casa sua, accanto alla macchina da cucire di sua moglie che faceva la camiciaia ;ai miei occhi la signora era bellissima, coi suoi capelli biondi ossigenati e le labbra dipinte.

Giliberto invece aveva un viso troppo lungo  e i capelli arruffati, ma un sorriso simpatico. Sedeva su una sedia bassa davanti a un tavolino pieno di chiodini, suole di cuoio, spago, colle varie e il tutto emetteva un caratteristico odore acre che ti pizzicava le narici..  Le pareti dietro di lui erano attrezzate con ripiani pieni di scarpe di tutti i tipi in attesa della sua opera o in attesa di essere riconsegnate ai proprietari.

Prendeva in mano le scarpe che gli porgevo , le esaminava con cura ed emetteva la sua sentenza . ” Qui ci vuole una bella risuolata, … qui sono partiti i tacchi… .. vieni a riprenderle fra … ”  e mentre parlava aveva sempre tra le labbra un mozzicone di sigaretta che ballava pericolosamente o un chiodino, di quelli che stava battendo con quel  curioso martello dalle lunghe code e dalla testa allargata.

Allora, nel pomeriggio, la radio trasmetteva una rubrica dedicata ai ragazzi, che io ascoltavo spesso. La sigla era una canzoncina che diceva così: “Io son mastro Lesina, son ciabattin/ faccio scarpette di tipo assai fin/lavoro contento, mi piace cantar/ e ai bimbi buoni le fiabe narrar.” Seguiva poi il racconto di una favola e io immaginavo che dietro quella voce si nascondesse proprio il mio vicino Giliberto.

 

Una bandiera alla finestra.

Su Facebook è nato un gruppo che  intende diffondere una iniziativa  a mio avviso molto lodevole: vuole invitare tutti i veneziani a esporre la bandiera italiana il giorno 12 settembre, giorno in cui a Venezia si tiene il raduno per la festa dei sedicenti “popoli padani”.

E’ il gesto che ha sempre fatto , per molti anni, la signora Lucia, attirandosi le ire e il sarcasmo non propriamente elegante di Bossi , che quando vuole sa essere molto esplicito.

Io contribuirò certamente a diffondere l’ iniziativa , cui hanno aderito tutti i partiti dell’ opposizione, ma mi chiedo perchè questo debba accadere solo a Venezia…. non si potrebbe tutti noi, dal Piemonte alla Sicilia , alle isole tutte , esporre la bandiera tricolore il 12 settembre? Affermeremmo così il valore dell’ unità , che , se pur ottenuta in modo discutibile, è tuttavia oggi un valore primario per il nostro paese: solo uniti potremo affrontare le sfide di un mondo che cambia vertiginosamente.

Samuele, tre anni fa…

Era il terzo giorno di ricovero all’ ospedale (a Londra). Le iniezioni per indurre le doglie avevano solo l’ effetto di produrre dolori lancinanti, ma nessuna utilità clinica. Da tre giorni continuava questa tortura. Intorno si succedevano a ritmo frenetico gli arrivi delle partorienti (per la maggioranza di colore) e le invocazioni ad Allah erano a volte appena sussurrate, a volte risuonavano nelle corsie come nenie laceranti.

Le ostetriche , molto prese, si dimenbticavano di controllare il battito di Samuele che non riusciva a nascere e verso sera mia figlia cominciò ad agitarsi : perchè nessuno badava a lei? Ci fu risposto che il protocollo prevedeva un certo numero di giorni di tentativi di induzione del parto naturale e che non c’ era niente altro da fare che aspettare….. c’ erano casi più urgenti…  Il panico ci prese e io mi sentivo molto impotente visto che non parlavo l’ inglese… A un certo punto mia figlia si arrabbiò davvero e trascinandosi col suo pancione andò dalla caporeparto (un’ orientale) e l’ affrontò con grinta, minacciando di ricorrere all’ avvocato se non fosse stata tenuta sotto controllo costante.

A quel punto venne il medico, che con fare conciliante spiegò come ormai fosse chiaro di dover ricorrere al parto cesareo, che però sarebbe stato consentito solo il giorno dopo…. ma mia figlia insistette perchè se era inevitabile, l’ intervento fosse fatto subito.

A questo punto , erano già le 11 di sera,mi sentii offrire una tazza di tè e prepararono la sala parto.

Un’ ora dopo, circa, tutto era finito: era nato un lunghissimo bebè che proprio per le sue dimensioni era rimasto incastrato nel bacino materno: la sua testa era decisamente schiacciata da una parte e aveva un’ anca lussata (penso per le contrazioni che aveva dovuto subire ), Al primo cambio compresi il problema all’ anca e ricordando gli insegnamenti di mia madre cominciai a sistemare pannolini e coperte in modo da costringere le gambette in posizione divaricata , quanto al resto, sapevo che i lineamenti si sarebbero armonizzati in breve tempo ed è così che tre anni fa è nato Samuele, un bambino stupendo, come gli altri miei due nipoti.

Tanti auguri , Samuele! Tanti auguri, Grazia!

P.S. devo ricordare di ringraziare Surjinder, l’ amico indiano di mia figlia, che è venuto nel cuore della notte all’ ospedale per riportarmi a casa, non prima di aver scattato foto ricordo a madre e figlio.

Pakistan: inviamo un sms di solidarietà.

Children at a roadside shelter in Pakistan 

Questa foto ha girato il mondo e forse ha messo finalmente in moto molte iniziative per portare aiuto al Pakistan .

Bambini sfiniti, senza un letto per dormire, sfiniti tanto da non riuscire nemmeno a scacciare le mosche che li ricoprono, con solo pochi stracci per coperta: questa immagine dà l’ idea della disperazione di questa popolazione, colpita da un mese di inondazioni devastanti, che hanno prodotto dieci milioni di sfollati, epidemie e ora anche carenza di cibo. La più grande tragedia umanitaria nella storia recente ha però lasciato indifferente per molto tempo il mondo.

Qualcuno dice che questo è da attribuire alla politica del Pakistan, in bilico sempre tra lotta al terrorismo e tolleranza verso l’ estremismo talebano, ma il dolore dei bambini deve farci superare il meschino atteggiamento di chi dice “gli sta bene”: i bambini non hanno colpa e penso che si debbano sostenere le iniziative di Agire e della Croce Rossa ( sms da inviare ai numeri: 45509 oppure 45504)

Brividi d’ autunno.

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra ……   (Cardarelli)

Dall’ alba piogge torrenziali si stanno abbattendo sulla Brianza e guardando fuori pare di cogliere il brivido che percorre la terra e le piante: l’ autunno si avvicina con il suo carico di malinconia…