Imparare a parlare..

Le bimbe , si sa, sono più precoci nell’ imparare a parlare, pare proprio per una questione fisiologica: l’ ho constatato allevando i miei figli e continuo a constatarlo osservando i miei nipotini.

Elisa ha cominciato a parlare prestissimo , aveva una particolare predilezione per l’ ascolto delle favole , sapeva captare nelle varie situazioni le parole che potevano essere più “interessanti” e le utilizzava poi al momento opportuno. Dimostrava anche  di saper pronunciare con disinvoltura anche parole complesse , senza storpiature già prima dei due anni.

 Davide ha cominciato a parlare più tardi e oggi lo sentivo alle prese con la lettera “erre”:  ora sta ponendo attenzione a questa lettera e si impegna a pronunciarla, ma la sua lingua finisce sempre per scivolare via troppo in fretta. Anche Samuele ha lo stesso problema in questi giorni e per pronunciare la parola “rosso” finisce sempre col fare una specie di pernacchietta al posto della prima lettera. Dura la vita dei cuccioli d’ uomo!!!

Dal panettiere.

Giovanotto: – Lo sa che il giovedì lavoro in un negozio come questo? Lo faccio per arrotondare…. a furia di arrotondare sto diventando un compasso …

Fornaia:-Sempre in vena di scherzi, neh!!-

Giovanotto:- Una volta arrotondavo lavando i vetri al semaforo, ma adesso con le rotonde è dura….-

Il giovanotto se ne va salutando , mentre la fornaia , diventata seria d’ un colpo, dice alla cliente che stava servendo:- Lui ci scherza su, ma la sua è una situazione veramente difficile!-

Non ho osato chiedere particolari, ma ammiro quel giovane che affronta con il sorriso le sue difficoltà.

Non sono mica tutti bamboccioni…

Un balilla ribelle.

Nonno Pippo racconta:

Ero alle elementari . Al sabato pomeriggio, quando sarebbe stato così bello poter giocare tranquilli, c’ era invece da assolvere a un altro impegno: le adunate dei “balilla ” nella piazza  principale della città. Era un appuntamento obbligato , infatti l’ eventuale assenza sarebbe stata segnalata al maestro che avrebbe provveduto all’ ammonizione.

Mi era poi particolarmente insopportabile dover  indossare  la camicia nera, i pantaloni corti color grigio verde e il fazzoletto azzurro al collo. Ogni capo era stato lavato e stirato con cura per farmi fare bella figura là, nella piazza, ma per me tutta quella messinscena  aveva il sapore assurdo  dell’ imposizione senza senso.

Una volta , dopo essermi incamminato,  incontrai il solito gruppetto di ragazzini del vicinato; facevamo sempre la strada insieme scherzando e ridendo e, magari anche un po’ mugugnando contro quell’ obbligo dell’ adunata. Quel giorno però, uno di loro aveva portato una palla di carta e ogni tanto faceva qualche palleggio : fu così che cominciammo a fare qualche passaggio, qualche tiro, qualche parata . Non c’ erano macchine in circolazione, perciò non c’ era pericolo e ogni angolo di strada poteva all’ occasione diventare un campo di calcio.  Il sole era alto e il caldo soffocante; correndo, dribblando, crossando , ogni tanto ci scappava qualche scivolata e qualche tuffo acrobatico e alla fine del percorso eravamo sudati, impolverati e la divisa era irriconoscibile.

Ad attenderci in piazza c’ era l’ avanguardista incaricato di gestire l’ adunata dei balilla ; vedendoci arrivare in quello stato pietoso cominciò a rimproverarci urlandoci in faccia che  la divisa era sporca e in disordine;non era quello il modo di presentarsi all’ adunata !!! I miei amici incassarono il rimprovero a testa bassa , ma io  (ribelle per natura ) feci capire a quel giovanotto  che non mi aveva spaventato per nulla. Questi allora , ancor più irritato dal mio atteggiamento, riprese minacciando di raccontare tutto a mio padre e al mio maestro e fu a questo punto che mi scappò un “Vaffa…” , mentre i balilla schierati sotto il sole assistevano sbalorditi al battibecco.

Vietnam prima e dopo.

Ero una ragazzina quando le pagine dei giornali hanno cominciato a riportare le notizie che venivano dal Vietnam: si leggeva di una guerra feroce tra piccoli contadini trasformati in tenaci e astutii guerriglieri e gli yankees forti delle loro armi tecnologiche, che volevano (così si diceva) fermare l’ avanzata del comunismo. Erano immagini sconcertanti quelle che ogni tanto arrivavano fino a noi: foreste incendiate , villaggi devastati, bare che tornavano a varcare l’ oceano riportando a casa poveri corpi di giovani straziati.

Dopo qualche anno, in tutto il mondo si manifestava contro quella guerra insensat:, era il tempo delle canzoni di Bob Dylan e di Joan Baez , il tempo in cui tutti ci commuovevamo alle note di “C’era un ragazzo, che come me…” .

 Alla fine, nel 1973 (io ero ormai mamma di due bambine)  il gigante invasore si dovette arrendere davanti alla resistenza eroica dei piccoli vietnamiti e io ho pensato che , dopo un ragionevole periodo necessario per ricostruire il paese, finalmente i Vietnamiti avrebbero potuto vivere come credevano meglio : se volevano essere un paese comunista che realizzassero liberamente quel  progetto di società,  per cui tanto avevano sofferto e combattuto .

Così è stato, pare, se a quel che si dice qui

http://www.unimondo.org/Guide/Economia/Lavoro/Vivere-e-lavorare-in-Vietnam.-A-30-anni-sei-da-buttare

 ogni muro ad Hanoi è tappezzato di simboli comunisti. Ma come può l’ ideologia comunista sopravvivere in un paese (il Vietnam , ma si potrebbe dire lo stesso per la Cina) dove lo sfruttamento del lavoro giunge a livelli visti qui da noi duecento anni fa? Le operaie, di cui si parla al link, lavorano 12 ore al giorno a ritmi talmente elevati che a 30/35 anni devono essere sostituite perchè potrebbero diminuire la produttività della loro squadra , non possono ammalarsi per non perdere il lavoro, non hanno diritto nè a pensione nè ad assistenza sanitaria : mi chiedo se è proprio per questo genere di vita che i genitori di queste ragazze hanno sacrificato la loro vita Wikipedia parla di  un milione di soldati vietnamiti e di 4 milioni di civili).

 

Credo che tutti quelli della mia generazione ricordino questa foto.

Davide in chiesa.

Davide è sempre stato molto vivace : difficile tenerlo fermo in certe circostanze e per questo la mamma non lo ha mai portato con sè in chiesa. Ultimamente però si dimostra molto più capace di autocontrollo (sarà perchè ormai sta per compiere 4 anni e mezzo) e  domenica eccolo tutto ben ordinato e vestito a festa andare alla chiesa parrocchiale per la messa.

Davide si era ben disposto a stare buono e tranquillo e se aveva qualcosa da dire alla mamma lo diceva sottovoce , proprio come si deve fare per non disturbare il rito e i fedeli.  Tutto questo però deve aver acceso la sua fantasia e deve essersi immedesimato in un’ immaginaria avventura di cui lui e la mamma erano i personaggi centrali, infatti ad un certo punto, ormai stanco di stare zitto e fermo ha detto sottovoce e con mille cautele alla sua mamma: ” Il figlio (lui stesso) dice che vuole andare a casa subito”. Al che la sua mamma ha risposto con fare circospetto : “La madre dice che bisogna aspettare ancora un po’!” e Davide si è rassegnato a portare pazienza e a continuare a lavorare di fantasia ancora per un po’.

“Vieni via con me” e le polemiche.

E’ nata una gran polemica nei giorni scorsi tra le associazioni dei movimenti in difesa della vita e gli autori di “Vieni via con me”, che negano loro l’ accesso alla trasmissione perchè , dicono, non c’ è necessità di replica : lo spazio concesso a Englaro e alla Welby non ha voluto manifestare una scelta contro la vita.

E’ vero, tuttavia a mio avviso , si potrebbe lasciare uno spazio di qualche minuto in una trasmissione di così ampio ascolto a quelle famiglie che sperimentano giorno per giorno la fatica di curare familiari non autosufficienti nell’ indifferenza della società.

Sarebbe un’ occasione per far capire al grande pubblico che questo è un problema enorme: solo chi ha vissuto da vicino situazioni  tanto tragiche  sa in quale solitudine ci si possa trovare , mentre la famiglia che vive questo dramma rimane sconvolta . In ognuna  di queste famiglie c’ è sempre una persona in particolare (una mamma o una moglie, quasi sempre, un marito o un papà , più raramente) che accetta di regolare la sua esistenza sulle necessità di un’ altra vita che ha bisogno di aiuto ogni ora del giorno . Le istituzioni in genere offrono, nel migliore dei casi, qualche momento di assistenza durante la giornata, ma questo è nulla in confronto all’ impegno che ci si trova ad affrontare.

Cinque minuti per sollevare il velo del silenzio su questo mondo nascosto: questo chiedono le associazioni e io penso che si potrebbe concederli, ma penso anche che la TV pubblica dovrebbe prestare più attenzione al problema , soprattutto in un momento in cui lo Stato continua a erodere le risorse destinate a questa fetta , la più debole, della popolazione.

Switch off con caos incorporato.

Era da un mese, più o meno, che comparivano gli avvisi sui teleschermi :” il 26 novembre termineranno le trasmissioni  in analogico”, ma questo non mi ha messo in allarme: già da un po’ avevo provveduto a cambiare il vecchissimo televisore con uno apparecchio provvisto di decoder incorporato , mio figlio e mio genero me lo avevano sintonizzato a più riprese e ritenevo di essere al riparo da eventuali noie.

Venerdì invece sono sparito quasi tutti i canali, ad eccezione di RAI 1 / 2 / 3.  Allora ho pensato fosse necessaria una risintonizzazione e mi sono armata del manuale di istruzioni allegato al televisore , ma inutilmente. Ho consultato su internet le pagine  sull’ argomento, ma anche così non riuscivo a cavare un ragno dal buco. Ho chiamato allora il numero verde che compariva a intervalli sullo schermo televisivo e, dopo lunga , lunga attesa , un giovanotto gentile mi ha spiegato che c’ era solo da aspettare che le emittenti riuscissero a emergere dal caos che si era scatenato.

In effetti il giorno dopo molti canali sono riapparsi spontaneamente, ma non tutti. Mi chiedo : come mai in tanti  si sono affannati a subissarci di offerte di decoder (almeno due alla settimana da sei mesi a questa parte) perchè fossimo pronti con nuovi apparecchi di ricezione e non si è posta la stessa attenzione a preparare le emittenti al momento del passaggio? 

Dev’ essere successo un bel pasticcio , stando a ciò che sta scritto qui: http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/11/27/news/digitale_terrestre_in_lombardia_lo_switch_off_comincia_nel_caos-9564472/

Bravi ragazzi!!

Stamattina c’ era il sole, ma la temperatura era bassa tanto che alle 11 c’era ancora il ghiaccio sulle pozzanghere  e le strade , nelle parti non battute dalle auto, luccicavano dei minuscoli cristalli formatisi nella notte. Man mano che procedevamo verso Como, si notava sui tetti e sulle zone in ombra uno strato via via crescente di neve caduta ieri. Faceva proprio freddo.

Al Supermercato c’ era una gran folla , ma tra gli avventori spiccavano numerose persone che portavano la mantellina gialla del “Banco Alimentare”. Già al parcheggio distribuivano i sacchetti e all’ interno del supermercato era stato allestito un angolo in cui erano esposti i prodotti che potevano essere offerti per essere poi distribuiti a tutte le associazioni benefiche che assistono i più bisognosi.

Mi ha fatto piacere partecipare anche quest’ anno a questa iniziativa lodevole e mi ha fatto ancor più piacere vedere  i tanti volontari che rendevano possibile questo miracolo di solidarietà: c’ erano alcuni alpini (loro non mancano mai in queste circostanze), parecchi giovanotti indaffarati al caricamento dei pacchi pieni di alimenti e tantissimi ragazzini dai volti punteggiati dall’ acne e tante ragazzine sorridenti.

Erano  lì , nonostante il freddo. All’ uscita, sull’ ascensore, c’ erano un ragazzo e una ragazza giovanissimi e mi sono rivolta a loro dicendo: – Che bravi ragazzi che siete! Si sente parlare dei giovani solo quando commettono qualche stupidaggine e così si ha un’ impressione sbagliata di looro, ma oggi bisogna parlare di voi che siete qui …- Il ragazzino smilzo ha abbassato gli occhi e la ragazzina è arrossita… erano imbarazzati dal mio elogio, forse inaspettato.

Chissà quanti saranno oggi in tutta Italia i ragazzi che si sono mobilitati; a tutti loro voglio  ripetere il mio”Bravi ragazzi!” .

Raccontando…

I racconti di nonno Pippo:

Mia madre aveva eliminato una gonna in tessuto pied-de-poule, che le era venuta stretta o che non le piaceva più, ma visto che i tempi consigliavano un uso oculato delle scarse risorse di famiglia, le venne l’ idea di ricavare da quella stoffa un paio di pantaloncini per me. Si mise al lavoro e in poco tempo i pantaloncini furono pronti. Fu così che , dovendo uscire , mi mise su una sedia per cambiarmi, (dovevo avere  4 o 5 anni) ma quando io vidi che voleva farmi indossare dei pantaloni ricavati da una gonna, mi ribellai :” Cosa da fìmmine è!!!” Mia madre non voleva sentire ragioni e più io strillavo, più lei si invcaponiva, più io mi divincolavo, più lei si convinceva che ci volevano le maniere forti e mi sculacciò fino a che mi arresi….

Certo fu per il ripetersi di episodi come questo che un giorno scappai di casa e mi allontanai parecchio dal mio quartiere. Una signora a un certo punto si accorse  di quel bimbo piccolo che se ne andava tutto solo e mi prese per mano…fece avvisare le guardie municipali che già erano state allertate e mi riportarono  a casa. E fu certo per sfuggire alle proibizioni di mia madre che un giorno la chiusi in cucina (la cui porta poteva essere chiusa dall’esterno) , presi una sedia , la accostai al comò su cui c’ erano i profumi e le creme di mia madre ( così io credevo), presi una boccetta e me la versai in testa. Dopo pochi istanti un liquido vischioso, biancastro e maleodorante  cominciò a colarmi sugli occhi facendomi impazzire dal bruciore. Cominciai a gridare, ma mia madre non poteva uscire dalla cucina e a sua volta si mise a gridare chiedendo aiuto. Acoorsero le vicine, che aprirono la porta della cucina e finalmente fui ripulito: quello che avevo scambiato per un profumo era invece il sidol, il prodotto per pulire il rame!!! Naturalmente anche quella volta finii col prendermi una bella (e meritata) sculacciata.