Continuando il viaggio alla conoscenza del “corpo delle meraviglie”, il dr. Lissoni ieri ha messo in evidenza l’importanza che il fegato riveste nel funzionamento del nostro corpo. E’ situato sotto il diaframma. Anticamente si riteneva che fosse la sede dei sentimenti e che producesse sangue. Veniva chiamato IECUR FICATUM, dal nome di un piatto a base di fegato e fichi che veniva servito nelle taverne; nel tempo la parola “iecur” è scomparsa ed è rimasto solo il termine che indicava il contorno di fichi. Nella mitologia greca è presente il mito di Prometeo che per aver ridato il fuoco agli uomini, viene punito da Giove: incatenato a una roccia un’aquila durante il giorno gli mangia il fegato che ricresce durante la notte.
Nella teoria degli umori di Ippocrate, il fegato produce la bile gialla ed ha riferimento al fuoco; un eccesso di bile gialla rende le persone irascibili. Per la medicina tradizionale cinese il fegato è sede del coraggio..
“Il fegato è un organo vitale che agisce come la principale centrale chimica e metabolica del corpo, svolgendo oltre 500 funzioni, tra cui la depurazione del sangue da tossine e farmaci, la produzione di bile per digerire i grassi, la gestione delle riserve energetiche (glucosio e glicogeno) e la sintesi di proteine essenziali per la coagulazione“. (da AI Overwiew)
Il principale nemico del fegato è l’alcol.
.L’ INTESTINO può essere paragonato a un lungo tubo (8 metri circa) e va dalla bocca all’ano. Dalla bocca il cibo arriva allo stomaco attraverso l’esofago; l’interno dello STOMACO è rivestito da una mucosa che si rinnova due volte alla settimana, mentre all’esterno è rivestito da muscoli lisci (involontari). Il cibo che arriva nello stomaco grossolanamente triturato viene detto “bolo” e lì rimane per circa tre ore fino a diventare più omogeneo e fluido attraverso l’azione dei succhi gastrici, diventa cioè “chimo” e può passare nel duodeno attraverso la valvola del piloro. Il funzionamento dello stomaco è influenzato dalla ghiandola amigdala ed è controllato, come tutti gli organi principali, dal “nervo vago”.
L’intestino dialoga continuamente con il cervello e produce ormoni ed enzimi che regolano il metabolismo e le emozioni. Contiene 500 milioni di cellule nervose e viene comunemente chiamato “secondo cervello”. E’ governato dal microbiota che è costituito da batteri, funghi e virus; se il microbiota è in equilibrio, tutto va bene, altrimenti possono insorgere diverse malattie.
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SABA E IL CANZONIERE – Nacque a Trieste nel 1883 da padre italiano, irredentista e spirito gaio, e da madre triestina proveniente da un’agiata famiglia ebraica. Il padre, temendo di essere arrestato per la sua amicizia con Oberdan abbandonò la giovane moglie incinta e non si curò più nè di lei nè del figlio, che incontrò soltanto vent’anni dopo. La madre, per i primi tre anni, affidò il piccolo Umberto a una balia, che il poeta considerò la sua vera mamma. Quando la madre naturale lo rivolle con sé per poi affidarlo alle zie di Padova, il bambino subì un trauma che lo segnò per tutta la vita.
Non ebbe molta fortuna negli studi giovanili e fece diversi lavori, poi riprese gli studi all’università di Pisa. Nel 1909 sposò la cugina Carolina (la Lina delle sue poesie); i due ebbero un rapporto tormentato, ma a lei Saba dedicò moltissime poesie. Come probabile conseguenza della sua infanzia tormentata, soffrì sempre di disturbi nervosi. A seguito delle leggi razziali, si trasferì in Francia con la famiglia. Morì nel 1957 a Trieste.
Il suo “Canzoniere” esprime una poesia che viene definita novecentista perchè non segue le correnti letterarie del momento, cioè la “sliricizzazione” di Montale o “l’ermetismo” di Ungaretti e Quasimodo. In esso sono contenute 426 poesie, che raccontano la sua vita in versi. Il tema principale è la disarmonia tra sé stesso e la vita (come in tutta la poesia del novecento) e dedica le sue composizioni a Trieste, alla moglie e alla figlia. Usa il linguaggio di tutti i giorni ed è nella quotidianità che cerca il senso della vita; egli vuole fare una “poesia onesta” lontana sia dall’estetismo dannunziano, sia dall’ermetismo, ma utilizza la metrica tradizionale, rifiutata dai poeti suoi contemporanei. La sua poesia è solo apparentemente semplice.
Faccio qui seguire una delle sue poesie più famose:
LA CAPRA
Ho parlato a una capra
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
alla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Nel belare della capra, il poeta sente il dolore che accomuna tutti gli esseri viventi.