Ieri sera nella parrocchia di Arcellasco, molta gente si è radunata per celebrare il rito antico del rogo della Giubiana.
E’ una tradizione che risale alla notte dei tempi, quando le comunità, in balia dei rigori dell’inverno e della difficoltà di procurarsi il cibo, sentiva, con il “ritorno del sole” e quindi l’allungarsi delle ore di luce, il bisogno di esorcizzare le proprie paure bruciando un fantoccio che le rappresentava.
Così ancora oggi, nella sera dell’ultimo giovedì di gennaio, si ripete questo rito propiziatorio che richiama molta gente, soprattutto i bambini e le loro famiglie.
Il freddo, ieri sera, si faceva sentire, ma ho deciso che sarei rimasta per vedere, per la prima volta, il rogo della Giubiana. Il cortile era affollato di bambini, mamme, papà e nonni in attesa. Alcuni ragazzi battevano con forza su bidoni facendo un gran fracasso, per allontanare, come vuole la tradizione, gli spiriti maligni.
Dopo un processo alla Giubiana, a cui si imputava il crimine di aver procurato ogni disgrazia capitata nell’anno appena finito, e dopo aver pronunciato un verdetto inevitabile di condanna, si è dato fuoco alla catasta di legna su cui era fissato il fantoccio preparato da alcune donne della frazione di San Bernardino.
In fretta il fuoco è divampato: le fiamme si allungavano verso il cielo avvolgendo la Giubiana, rilasciando miriadi di scintille e riscaldando l’aria del cortile.
Forse anticamente si traevano auspici dal modo in cui il fuoco consumava la catasta e il fantoccio e, se dovessi farlo io oggi, direi che ci aspetta un buon anno e un buon “raccolto”.
Alla fine siamo tutti entrati nel salone dove erano già stati allestiti i tavoli e abbiamo potuto gustare un ottimo risotto e luganega come vuole la tradizione.
