Il “S.Anna” cambia casa.

Stamattina al S. Anna, l’ ospedale di Como, sono cominciate le grandi manovre per il trasloco nella nuova struttura. C’era un gran dispiegamento di poliziotti e vigili lungo i viali percorsi da grossi automezzi e autoambulanze che andavano e venivano in continuazione.  In un padiglione già parzialmente smobilitato, c’ era una strana atmosfera: uffici deserti, scatoloni accatastati lungo i corridoi e i pochi  dipendenti rimasti sul posto chiacchieravano tra loro un po’ stancamente.

Certo, traslocare un ospedale è un’ operazione complessa , ma non c’è il caos e si ha l’ impressione che tutti sappiano esattamente cosa fare.

Desto è scuola!!

– Desto no asilo, mummy; desto è scuola!- (desto deriva dalla fusione della parola inglese that e della parola italiana questo).

Così Samuele corregge la sua mamma quando lei gli chiede cosa ha fatto all’ asilo durante la giornata… ma lui ormai ha fatto tre anni e non va più all’ asilo nido, ma va alla scuola Montessori… roba da grandi!!!

Ne è orgoglioso ed è soddisfatto per aver ritrovato lì alcuni suoi “vecchi” amici e perchè finalmente c’ è a disposizione uno spazio all’ aperto per giocare; cosa del tutto sconosciuta tra i grattacieli in cui era situato il suo vecchio asilo.

Italiani e Rumeni: topi da cacciare.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201009articoli/58947girata.asp

Tempo fa, andando in Svizzera,  potevi imbatterti facilmente in xenofobi che, dopo averti catalogato come italiano, ti mostravano apertamente ostilità e disprezzo. Ricordo episodi di italiani buttati fuori dai bar o aggrediti senza motivo.

Poi a poco a poco questi episodi sono scomparsi dalle cronache, ma il razzismo deve essere rimasto nascosto sotto la cenere, pronto a risorgere alla prima occasione ed ecco che in Ticino (complice forse la crisi) sono apparsi cartelli pubblicitari che inneggiano alla “cacciata dei topi italiani e rumeni” dal suolo elvetico (rappresentato come una grande forma di emmenthal), accusati, gli uni e gli altri, di portare via il lavoro agli indigeni e di alimentare la criminalità.

Ho l’ impressione di aver già sentito questi discorsi, ma non erano riferiti  ai comaschi frontalieri, come nel cartelllo sopracitato, …..  forse sbaglio, ma mi pare che venissero pronunciati da certo Borghezio, leghista, da Salvini, leghista, e simili …..Forse anche qualche  frontaliero comasco ha applaudito a quei discorsi.

Sarebbe interessante sapere come si sentono oggi i frontalieri leghisti nel ruolo dei ratti da cacciare via.

C’ è chi può…

Berlusconi dice a Bossi di mantenere un comportamento coerente con la sua carica di ministro…… infatti solo il primo ministro può concedersi certe licenze, come fare le corna durante le foto ufficiali nei congressi internazionali, fare cucù alla Merkel, farsi fotografare con diciottenni e passare la notte con le escort, dimostrare di non rispettare o forse addirittura non conoscere la Costituzione….

C’ è chi può e chi non può…. lui può!!!

Perchè Bossi fa così?

Molti definiscono folcloristiche le “trovate ” (dovrei dire con più efficacia un’ altra parola che io non sono solita utilizzare) di Bossi: i riti pagani, le battutacce i gesti volgari, le offese ai Romani e a Roma…

Ma non è solo folclore: Bossi è riuscito a inventarsi un partito per inventarsi contemporaneamente un posto di lavoro ben retribuito e poco faticoso e solo per questo gli va riconosciuta una notevole dose di astuzia: ha saputo fiutare i primi malumori della gente del nord verso chi veniva dal sud a “rubare” i posti nella Pubblica Amministrazione, soffiare sul fuoco, solleticare i sentimenti più retrivi e ….voilà …il gioco fu fatto… Ora però  deve alzare sempre più l’ asticella e a quelli che gli hanno venduto il cervello, che potrebbero essere delusi dalla scarsità dei risultati raggiunti, fa  balenare nuovamente la meta della secessione.

Non c’ è modo più efficace per far diventare normale un’ idea assurda e pericolosa che condirla col lo sberleffo, la derisione , il sarcasmo …. Bossi continua a iniettare veleno… speriamo che al momento buono gli Italiani sappiano tirar fuori l’ antidoto più appropriato.

Quando non c’era la lavatrice…..

In fondo al cortile della vecchia casa in cui abitavamo quando ero piccola, c’ era un pozzo artesiano provvisto di carrucola per attingervi l’ acqua col secchio. Mi piaceva sentire il tonfo del recipiente dentro l’acqua dopo la discesa veloce, poi però  la risalita era lenta e faticosa ed era accompagnata dai cigolìi  lamentosi della carrucola e della catena.

C’ era un momento in particolare in cui la carrucola doveva lavorare di più e il secchio continuava ad andare su e giù instancabilmente: quando si dovevano lavare le lenzuola di tutta la famiglia.

Si accendeva il fuoco coi malgas, i fusti secchi del mais, in una fornace accanto al pozo. e si scaldava l’ acqua in un grande paiolo. Nel frattempo si faceva il prelavaggio per  insaponare  le lenzuola e adagiarlee nel grande mastello di legno posizionato su un trespolo al centro del cortile. Alla fine venivano cosparse di “lisciva” e  ricoperte con un grande telo bianco su cui veniva versato un consistente strato di cenere. A questo punto si versava sulla cenere l’ acqua bollente del paiolo e si lasciava il bucato in ammollo per alcune ore.

La parte più spettacolare però veniva quando la mamma aiutata da una delle mie sorelle o da una vicina , cui sarebbe presto stato ricambiato l’ aiuto, si mettevano a sbattere le lenzuola sulla lunga asse posta trasversalmente al mastello: ognuna prendeva il lenzuolo da un capo e insieme lo alzavano con un sincronismo perfetto per farlo ricadere con forza sull’ asse . Gli spruzzi si spargevano per un largo raggio tutt’ intorno fino a quando si cominciava a ritorcerlo fino a farlo diventare un lungo serpente schiumoso.

Seguivano poi almeno due risciacqui e quindi tutti davano una mano ad attingere o a trasportare i secchi pieni d’ acqua  e alla fine le lenzuola potevano  essere stese ad asciugare nel cortile come grandi vele che profumavano di pulito

La spigolatura.

La mattina ci alzavamo alle prime luci dell’alba, ci portavamo un po’ di pane, qualche frutto e un po’ d’acqua e andavamo sui campi appena mietuti, dopo aver chiesto il permesso al loro proprietario, che mai si sarebbe sognato di negarcelo.
Arrivavamo sul campo coi piedi bagnati di rugiada e l’aria ancora fresca rendeva meno pesante la fatica. Ricordo mia madre ,col capo avvolto in un fazzolettone, china sulle stoppie taglienti che ci ferivano le caviglie, scrutare il terreno per individuare le spighe dimenticate o cadute durante la mietitura. Io e mia sorella la imitavamo e facevamo a gara per fare le mannelle più grosse, che poi riponevamo in un sacco. Mio padre sarebbe passato con la bicicletta e lo avrebbe caricato sulla canna.
Ci facevano compagnia gli uccellini che a quell’ora riempivano l’aria coi loro cinguettii e che forse non erano troppo contenti di vedersi contendere quel ben di Dio. Qualche lontano muggito ci diceva che alla fattoria era  l’ora della mungitura.
Col passare delle ore, il sole picchiava sempre di più sulle nostre teste e la fatica era sempre più evidente sulle nostre facce arrossate e sudate, ma nella tarda mattinata ormai il sacco era pieno e potevamo tornarcene a casa.
Oggi,  la cultura dello spreco ci ha contaminato  a fondo e  sembra incredibile che non troppo tempo fa si facesse concorrenza agli uccellini per procurarsi la farina per l’inverno

Elisa e le tabelline.

Elisa è bravissima a scuola, si impegna sempre e collabora con tutti, ma quando è a casa si lascia un po’ prendere dalla pigrizia.

Ieri l’ altro doveva ripassare le tabelline, ma a sera quando la mamma è tornata dal lavoro ancora non aveva studiato e quindi ci si sono messe tutte e due  di buona lena. Anche il mattino dopo , Elisa si è fatta svegliare presto per controllare la sua preparazione, ma non c’ era niente da fare: era un vero disastro, non riusciva a ricordarle!

Al ritorno a casa , dopo la scuola però la mamma si è sentita chiamare al telefono : era Elisa che trionfante le comunicava di essere stata interrogata e di avere risposto benissimo a ogni domanda !

Comincia l’ autunno

Sta cominciando bene questo autunno. Il sole fa risplendere la superficie del lago perfettamente liscia.  Le montagne che lo racchiudono, appena velate da una leggerissima foschia , vi si specchiano tingendolo di un verde intenso.

La gente passeggia sulle piste, appositamente allestite, in abbigliamento estivo e molti affollano il piccolo bar gustando una bevanda o un gelato. Un branco di oche invade il sentiero, dopo aver abbandonato per un po’ le acque  limacciose della riva, fitta di canneti. Una farfallina arancione e una azzurra volteggiano sui pochi fiori come per rincorrersi E’ piacevole camminare senza fretta lasciandosi accarezzare  dal vento leggero che si alza ogni tanto. Godiamoci queste giornate: tra poco ne sentiremo la nostalgia.

P.S. la foto ritrae proprio il laghetto cui si riferisce il post. :il lago del Segrino.

Un ricordo di scuola.

Eravamo alla fine degli anni settanta e non c’ era ancora una normativa che regolasse l’ inserimento degli handicappati nelle scuole statali.

All’ inizio dell’ anno scolastico ,  io e la mia collega ci trovammo a dover formare due classi suddividendo 58 alunni di cui 5 handicappati gravi inseriti nel gruppo da un istituto di cura e riabilitazione di bambini disabili, che sorgeva nei pressi della nostra scuola La situazione era praticamente ingestibile e allora pensammo di chiedere che l’ insegnante di sostegno presente nel plesso fosse destinata in esclusiva alle nostre classi in modo da formare tre gruppi, fissi per le attività curricolari, che si sarebbero poi rimescolati per attività integrative. La cosa ebbe l’ approvazione a malincuore del collegio docenti: cosa credono di fare queste qui? era la domanda che si sussurravano tra loro le colleghe…, che si guardarono bene dal concederci di poter avere tre aule a piano terra, nonostante fosse evidente che con un bambino in carrozzinaaltri con gravi difficoltà motorie la cosa era di primaria importanza.

Nonostante questo ci provammo, era una questione di sopravvivenza!!

Al momento delle attività integrative le aule si trasformavano in “palestra” o in laboratorio e i bambini stessi ci aiutavano a spostare i banchi secondo le necessità. Quando poi si doveva salire al primo piano io prendevo il bambino distrofico in braccio mentre i bambini trasportavano la sua sedia .

Tutto questo movimento era visto con grande scandalo dai colleghi i quali al solo sentire parlare di “classi aperte”  si facevano venire un attacco di orticaria.  I genitori dei nostri alunni invece ci sostenevano a spada tratta anche perchè vedevano l’ entusiasmo dei bambini e i loro progressi nell’ apprendere nonostante le obiettive difficoltà. Si era creato un clima di vera solidarietà e di collaborazione tra insegnanti, alunni e genitori.

Perchè la nostra esperienza potesse continuare abbiamo dovuto presentare progetti ben argomentati  che preparavamo ora a casa di una di noi tre insegnanti ora a casa dell’ altra.

Eravamo tutte e tre sposate con figli anche molto piccoli e rubavamo alla cura della casa le ore per questi straordinari.

Alla fine ci fu riconosciuta la costituzione della terza classe e l’ esperienza continuò per tutti e cinque gli anni senza che nessuno potesse più obiettare.

Ricordo sempre con piacere e con gratitudine le colleghe, una proveniente dal sud, l’ altra profuga giuliana, con le quali ho diviso quell’ avventura: mettendo insieme i nostri talenti e le nostre forze avevamo realizzato una scuola capace di farsi  carico delle esigenze di tutti , senza trascurare (anzi potenziando) le occasioni di apprendimento e il raggiungimento degli obiettivi didattici.