Un appello da ascoltare.

Ho ricevuto questo appello e lo condivido subito.

L’ONU è un’istituzione nata per garantire l’ordine mondiale, per dirimere le controversie tra Stati senza ricorrere alla forza delle armi, ma da troppo tempo si cerca in ogni modo di renderla inefficace, superflua: l’industria della guerra è più potente che mai. Nominare come Segretario Generale dell’ONU una persona, proposta da Trump, che ha contribuito a occultare crimini contro l’umanità è il modo migliore per togliere ulteriormente autorevolezza a questa istituzione.

Negli USA, in queste ore, si sta votando e io prego che il Signore illumini le menti e i cuori degli Statunitensi perché votino per chi ha a cuore la pace e i diritti di tutti.

Invito chi la pensa come me a firmare questo appello di Avaaz.

UTE: Ciao, Giò!

Ieri all’UTE abbiamo assistito a una lezione che ci ha proiettato in un presente difficile da immaginare per chi di noi non è addentro alla continua evoluzione della tecnologia.

L’ing. Giuseppe Croci, infatti, prima ci ha presentato il suo terzo libro scritto con l’aiuto dell’IA (Intelligenza Artificiale), intitolato “Ciao, Giò!”. Lo scopo di questa sua impresa? Prima di tutto aiutare, con gli incassi, l’associazione “Cuore in Erba” ad attivare un defibrillatore all’Alpe del Vicerè, poi, in secondo luogo, far conoscere il territorio erbese e la sua storia. I temi più importanti sviluppati nel libro sono i seguenti: Amore e Relazione/ Mistero e indagine/Storia del passato.

L’ingegner Croci ci ha fatto ascoltare l’incipit del suo libro letto da IA e ci ha fatto notare come la lettura rispettasse con precisione la punteggiatura, come la voce fosse naturale e ben modulata.

A questo punto ha eseguito un esperimento che ha coinvolto e meravigliato tutti i soci presenti: ha chiesto a noi di scegliere qualche parola da dettare all’IA e in seguito ha chiesto a GeminiAI di scrivere una storia che comprendesse quelle parole, poi che la storia fosse trasformata in poesia, poi in un’immagine, in video e, infine, in una canzone. Bastavano pochi secondi perché queste richieste venissero esaudite, stupendo tutti noi per l’eleganza della scrittura e per la bellezza delle canzoni, cantate in modo impeccabile da belle voci di uomo e di donna.

Il nostro relatore ci ha poi fatto un breve riassunto della storia dell’IA: i primi tentativi risalgono agli anni ’50 del secolo scorso, ma poi questi studi furono abbandonati per essere poi ripresi negli anni ’90, ma il vero boom di questa tecnologia risale ad appena 4/5 anni fa e la sua evoluzione è rapidissima.

L’IA ci fornisce in tempi brevissimi una quantità enorme di informazioni, ma può anche produrre “allucinazioni” quando associa in modo scorretto delle informazioni; è perciò necessario fornire informazioni corrette e poi verificare che le risposte ricevute siano esatte.

Come impara l’IA? Leggendo miliardi di informazioni.

Cosa bisogna tener presente quando utilizziamo questa tecnologia? Essa ci può aiutare nel processo creativo, ma bisogna sempre controllare la correttezza delle risposte per non credere alle allucinazioni sopracitate e perché esse potrebbero risentire dei pregiudizi ricorrenti.

Ci sono dei rischi nell’applicazione indiscriminata dell’IA a certi campi, in cui il diritto alla privacy potrebbe essere violato.

Anche il nostro Papa Leone XIV si è occupato di IA e nella sua enciclica “Magnifica Humanitas” mette in risalto i lati positivi e negativi di questa tecnologia, che può travisare la realtà e diffondere fake news pericolose. Se gli anziani hanno abbastanza esperienza di vita per valutare criticamente le risposte dell’IA, i giovani invece sono più portati ad accettarle in modo acritico e possono essere più facilmente manipolati.

Se l’Europa è in ritardo in questo campo di ricerca rispetto a USA e Cina, è però in anticipo sul resto del mondo per la sua regolamentazione, che però andrà rivista, data la velocità con cui essa si evolve.

All’uscita molti di noi erano veramente sbalorditi da quanto avevamo sentito e visto.

Grazie, UTE!

Un villaggio d’altri tempi.

Mercoledì scorso, col gruppo della Terza età di Arcellasco, sono andata a Capriate San Gervaso per visitare il “Villaggio Crespi”, di cui avevo sentito parlare molte volte e che non avevo mai visto.

La famiglia Crespi deve la sua fortuna all’industria della tintoria, prima e della tessitura, intesa come filiera completa per la produzione dei tessuti, in un secondo momento.

Negli anni di maggior splendore di questa famiglia, ecco che si fa strada l’idea di attirare mano d’opera dalle vicine campagne offrendo soluzioni abitative di grande comfort , se raffrontate con le case degli operai e dei contadini del primo Novecento. Viene così costruito un intero villaggio con, al centro, una chiesa (uguale a quella che si trova a Busto Arsizio, città di origine della famiglia), una scuola, un teatro, un ambulatorio, la casa del medico e del parroco, un negozio e un bar. Le case degli operai erano vicine alla fabbrica, davvero enorme, mentre le abitazioni dei dirigenti erano ai bordi del villaggio. Ogni casa aveva il giardino e l’orto e i servizi igienici interni; le ville dei dirigenti erano circondate da un piccolo parco ed erano veramente di lusso. A dominare il villaggio su un piccolo colle, c’è il castello che ospitava la famiglia dei proprietari. In fondo al villaggio c’è il cimitero, dominato dal mausoleo che ospita le tombe dei Crespi.

L’affitto veniva detratto dallo stipendio, ma le spese di mantenimento dell’abitazione erano a carico della ditta; bastava esporre un cartello sulla porta con l’indicazione del guasto (un rubinetto da sostituire, una perdita d’acqua o altro) e ti arrivava il tecnico pagato dall’azienda per la riparazione.

Tutto questo aveva però un contrappeso: gli operai erano trattati un po’ da bambini bisognosi di assistenza, forse erano considerati non veramente in grado di gestire autonomamente le proprie vite.

Poi è bastato il tracollo del 1929, cui ha fatto da accentuatore una serie di investimenti sbagliati di uno dei componenti della famiglia Crespi, per determinare il fallimento dell’azienda che dava lavoro a 4000 dipendenti.

Passeggiare per quelle strade è stato come trovarsi immersi in un mondo a parte, che per tanti è stato il proprio mondo, un po’ fuori dalla realtà, un po’ fiabesco, ma che ha certamente regalato momenti di vita serena a più generazioni.

Il progetto del Villaggio Crespi appare oggi un po’ paternalistico, ma ci dimostra la statura morale di chi lo ha ideato con l’intento di far partecipare alle proprie fortune anche coloro che, col loro lavoro, avevano contribuito a creare quell’impero economico.

E mentre camminavo tra quelle vie, ora poco frequentate, mi veniva da pensare ai moderni multimiliardari che tengono nelle loro mani le sorti del mondo e non sembrano proprio essere mossi da ideali umanitari, ma da un’insaziabile sete di potere e da una smisurata ambizione.

O tempora! O mores!!

Ad Assisi si parla di pace…

Ad Assisi si sta svolgendo un incontro interreligioso tra i più importanti esponenti delle religioni del mondo, per ricordare l’avvenimento analogo convocato da Papa Giovanni Paolo II, 40 anni fa, e per rinnovarne le istanze profonde in un momento in cui tende a prevalere il diritto del più forte e la pace sembra un’opzione non più tanto considerata.

Tra i convenuti ha preso la parola il cardinale Zuppi “…Le religioni non benedicono il fratricidio, bestemmia di Dio che dà la vita e imprime la sua immagine in ogni persona». E mai il nome di Dio «può benedire la guerra…Occorre innanzi tutto dare alla pace altre armi, che non quelle destinate ad uccidere e a sterminare l’umanità. Occorrono soprattutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale», ha aggiunto.

“Ma dialogare non significa rinunciare a sé stessi, alla propria unicità, alle proprie caratteristiche. Significa piuttosto «incontrarsi restando ciò che siamo e senza negare all’altro la possibilità di essere ciò che è». Ha sottolineato il Gran rabbino di Francia, Haim Korsia.” (da Avvenire.it)

Spero che queste parole giungano agli orecchi di Trump e Netanyahu che parlano di bombe nucleari e di distruzione.

L’alternativa alla pace ai nostri giorni è la distruzione di intere città e di interi popoli, è la negazione dell’umanità e credo invece che la maggioranza delle persone siano del parere che è improrogabile ora più che mai l’imperativo di “RESTARE UMANI”.

Diamo una possibilità alla pace, come dicevano i Beatles: https://www.youtube.com/watch?v=C3_0GqPvr4U&list=RDC3_0GqPvr4U&start_radio=1

UTE: La società spagnola del Cinquecento riflessa nell’opera”Lazarillo de Tormes” – Logica e sacralità del tempo

La prof. Piccolo ci ha proposto un argomento interessante, che ha esposto con la consueta vivacità e passione.

Il racconto “Lazarillo de Tormes” può essere considerato il primo tentativo di romanzo nella letteratura europea. Il termine “lazarillo”, anche oggi, in Spagna, significa “bambino che guida un cieco”. Il libro racconta in prima persona la storia di un bambino che la madre, ridotta in povertà, affida a un cieco perché lo mantenga in cambio dei suoi servigi. Il cieco, però, è molto crudele e Lazarillo scappa e trova via via altri padroni, tra cui un hidalgo decaduto, un escudero, un frate, un venditore di indulgenze, un pittore, un cappellano e un arciprete. Attraverso le peripezie di Lazarillo, l’autore (anonimo, forse un ebreo convertito) critica ferocemente non solo l’ipocrisia e le ingiustizie della società civile spagnola, ma anche la corruzione del clero e della Chiesa.

L’ultimo padrone consente a Lazarillo di intraprendere una sua propria attività e di riscattarsi dalla sua condizione di servo, ma in cambio gli impone il matrimonio con la sua amante. Lazarillo finge di non capire quale sia la realtà dei rapporti della moglie con il cappellano e mette a tacere i pettegolezzi con le minacce. La sua scalata verso la rispettabilità ha un amaro epilogo: il vantaggio economico della sua “sistemazione” viene pagato con la perdita dell’onore e del rispetto di sé stesso.

La forte critica verso la Chiesa ha fatto sì che il libro “Lazarillo de Tormes” circolasse in tutta Europa, tradotto in varie lingue, per solo 5 anni (1554-1559), poi fu messo all’indice.

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LOGICA E SACRALITA’ DEL TEMPO – Difficile dare una definizione di tempo; per sant’Agostino è una dimensione dell’anima, per Bergson il tempo è legato alla coscienza.

Definiamo tempo biologico la durata della vita, sia essa individuale o della specie, di una civiltà o dell’Universo. Il tempo è un anello secondo Nietzsche.

Per i Greci, il tempo era una divinità (Chronos), che divorava i suoi figli; la sua sposa, Reia, riuscì però a salvare l’ultimo figlio, Zeus, che uccise il padre. Con il teatro, i Greci dimostravano la dinamicità del tempo. Il calendario romano prevedeva 10 mesi; fu Giulio Cesare ad aggiungerne due; l’anno cominciava a marzo (in onore di Marte). Il nostro è il calendario modificato nel VI secolo d.C. da Papa Gregorio Magno che introdusse l’anno bisestile per correggere i calcoli precedenti.

Con la rivoluzione industriale, è cambiato anche il ritmo della nostra alimentazione per adattarsi alle esigenze della produzione. Oggi non si può perdere tempo, che è denaro.

Duemila anni prima di Cristo, i Maya avevano un calendario lunare che prevedeva 13 mesi di 28 giorni e il 25 del settimo mese aggiungevano un giorno (per arrivare a 365) e lo definivano “giorno fuori dal tempo”.

Il prof. Creuso propone sempre temi molto originali e inconsueti ed è sempre un piacere ascoltarlo.

UTE: L’ultima cena – Il sistema immunitario

Nella lezione di martedì scorso, la prof. Beretta ci ha intrattenuto sul capolavoro di Leonardo da Vinci “L’ultima Cena”. Questa opera è stata dipinta negli anni 1495/1498, nel refettorio del convento domenicano attiguo alla basilica di Santa Maria delle Grazie. Per il modo di creare le sue opere, Leonardo non poteva usare la tecnica dell’affresco, che richiede tempi brevissimi di esecuzione, perciò utilizzò una “tecnica mista” che risentì ben presto degli effetti negativi del passare del tempo. Per questo sono stati effettuati a più riprese dei restauri che a volte hanno snaturato l’opera stessa e solo recentemente, dopo anni di studi, si è riusciti a recuperarne i caratteri originari.

Leonardo ha colto, con la sua rappresentazione, il momento dell’ultima cena in cui Gesù pronuncia la frase “Uno di voi mi tradirà”, provocando lo scompiglio tra i suoi apostoli. Il fuoco della prospettiva, molto sofisticata, è il volto di Gesù. Gli apostoli sono divisi a gruppi di tre e dai loro visi e dai loro gesti traspare un grande turbamento, soprattutto in quelli più vicini al Cristo.

Leonardo ha impiegato tre anni per portare a termine il suo capolavoro, che risente degli studi compiuti, da questo nostro inarrivabile genio, negli anni trascorsi alla corte degli Sforza a Milano.

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Nella seconda ora di lezione , il prof. Lissoni ci ha parlato di un’altra meraviglia del corpo umano: il sistema immunitario , che ci protegge da batteri, virus e tossine. Anche i vegetali e i batteri hanno un rudimentale sistema immunitario basato su enzimi.

Già nel 430 a. C., Tucidide, durante la peste di Atene aveva notato che chi era sopravvissuto alla malattia , non si ammalava per la seconda volta.; ma dobbiamo arrivare nel XIX secolo per avere il primo vaccino contro la rabbia, messo a punto da Pasteur. Altri scienziati che si sono cimentati in questo campo sono: Lister, Koch e Herlich (premio Nobel 1908).

Il nostro corpo è dotato di un’immunità innata: già il nascituro riceve dalla madre un sistema di anticorpi che lo protegge nei primi mesi di vita; abbiamo inoltre delle barriere naturali che ci proteggono da malattie e infezioni: la barriera cutanea, le mucose che rivestono varie parti del corpo, le lacrime che proteggono gli occhi; abbiamo inoltre gli acidi biliari e gastrici che hanno proprietà disinfettanti. L’immunità innata si attiva in poche ore e ad essa concorrono: timo, milza, vasi linfatici, linfonodi e globuli bianchi (leucociti).

Nel corso della nostra vita possiamo acquisire nuove immunità grazie all’azione dei linfociti che inducono una memoria immunologica, quella che viene attivata anche dai vaccini.

Come sempre il dr. Lissoni sa rendere comprensibili anche le cose più complesse. Grazie!!

Un altro ’48…

“Che 48!!”- si dice ancora oggi dopo quasi due secoli quando il caos e l’anarchia sembrano prendere il sopravvento o quando non capiamo più cosa stia capitando.

Sappiamo tutti che questa espressione è legata a quegli avvenimento del 1848 che videro tutte, o quasi tutte, le capitali europee sconvolte da rivolte popolari per ottenere riforme non più rinviabili.

In questi giorni, sembra che si ripeta lo stesso copione: le agitazioni popolari cominciano dalla Francia e si propagano, per ora, all’Italia e all’Albania. A Milano, molti partecipanti sembrano essere minorenni, col volto coperto e con tanta voglia di violenza.

Penso che i giovani abbiano molte ragioni per essere arrabbiati perchè le prospettive per il loro futuro non sono certo incoraggianti: si ritroveranno tra le mani un mondo sconvolto dal cambiamento climatico, dominato da pochi potentissimi detentori del potere economico e della tecnologia che potranno decidere delle sorti dell’umanità a loro piacimento. E i giovani di oggi avranno un posto, un ruolo dignitoso da svolgere nella società che si sta evolvendo rapidamente verso un’automazione sempre più invasiva? Ai posteri l’ardua sentenza …

Comunque è lecito chiedersi come sia possibile che dei ragazzini di dodici anni fossero tra coloro che lanciavano pietre alla polizia … a quell’età non dovrebbero essere per le strade da soli; dove erano i loro genitori? Sarebbe quasi consolante potersi rispondere che i genitori erano anche loro tra i dimostranti, ma temo che non sia così…

P.S. : vorrei dire a chi scende in piazza per saccheggiare e fare vandalismi che stanno vanificando le richieste di chi scende pacificamente in piazza per rivendicare diritti e condizioni di vita migliori; le rivoluzioni violente non hanno quasi mai cambiato veramente in meglio e in modo duraturo la società: manifestare è lecito, distruggere e incendiare e saccheggiare è controproducente e da vigliacchi

UTE: Vita sociale nel XV e XVI secolo – La Saga dei Tudor

Con la sua lezione, la prof. Granata ci ha fatto percorrere l’evoluzione degli abiti maschili e femminili durante il Rinascimento.

Per secoli uomini e donne hanno continuato a vestire in modo simile, con lunghe tuniche, che coprivano la biancheria intima, ma a metà del Trecento si afferma tra i giovani ricchi la tendenza ad accorciare sempre di più la loro veste, coprendo le gambe con calze attillate e allacciate in vita.

Le donne invece continueranno a portare vesti lunghe fino ai piedi fino a un secolo fa.

Nel 400 gli abiti tendono a seguire la forma del corpo e particolare importanza assumono le maniche, che spesso diventano veri gioielli applicati al busto con bottoni.

Se nel 400 gli uomini non portavano barba e baffi, ma capelli lunghi, nel 500 faceva molto chic avere barbe e baffi fluenti. Sia le donne che gli uomini quando uscivano di casa usavano portare cappelli di varia foggia.

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LA SAGA DEI TUDOR – Dopo la fine della guerra dei cent’anni (con la vittoria dei Francesi capeggiati da Giovanna d’Arco), l’ Inghilterra viene sconvolta a lungo da congiure e complotti che vedono fronteggiarsi per la conquista della supremazia i Lancaster (la Rosa Rossa) e gli York (la Rosa Bianca”). Alla fine di queste lotte sale al trono Enrico VII, primo re della dinastia Tudor e si trova subito di fronte a un grosso problema: le casse dello stato sono tristemente vuote, quindi deve imporre una tassazione piuttosto pesante. Enrico VII è un calcolatore e un buon diplomatico e cerca di pacificare le famiglie nobili che si sono combattute tanto a lungo. Altro problema per lui è quello di avere un erede dalla moglie Elisabetta di York, che gli dà 7 figli, ma solo 4 sopravvivono: Artur, il primogenito che sposa la figlia del re di Spagna, ma muore ad appena 15 anni; Margaret Tudor che sposa il re scozzese Giacomo Stuart; Enrico che salirà al trono col no,e di Enrico VIII; Maria Tudor che sposa il re di Francia Luigi XII.

Oltre che un abile politico (politica matrimoniale oculata), riesce anche a risollevare le condizioni economiche del suo paese, che si fondavano principalmente sull’allevamento delle pecore, la cui lana veniva poi lavorata nelle Fiandre. Enrico allora porta in Inghilterra la filiera della lavorazione della lana e comincia così l’industria tessile inglese. Comprende che l’Inghilterra, essendo un’isola, non può non avere una potente flotta e dà quindi impulso alla costruzione di navi.

La lezione, che la prof. Alberta Sampietro ha esposto con calore e vivacità, è stata seguita dai presenti con vivo interesse; Grazie, Alberta!!