Poesia: Primule. (Ada Negri)

Sbocciano al tenue sole
di marzo ed al tepor de’ primi venti,
folte, a mazzi, più larghe e più ridenti
de le viole.
Pei campi e su le rive,
a piè de’tronchi, ovunque, aprono a bere
aria e luce, anelando di piacere,
le bocche vive.
E son tutti esultanza
per esse i colli; ed io le colgo a piene
mani, mentre mi cantan per le vene
sangue e speranza;
e a dirti il dolce amore
che a te solo m’allaccia e a cui non credi,
con un palpito in cor getto a’ tuoi piedi
fiore su fiore.

Ora, per effetto del cambiamento climatico, le primule non fioriscono a marzo, ma a febbraio, anzi nel mio piccolo giardino le più coraggiose sono fiorite addirittura a gennaio.

Ma è adesso che sono nel pieno della fioritura e portano davvero gioia al vederle, proprio come dice la poetessa. Sì, parlano di gioia e di speranza nella vita che si rinnova, davvero paiono bere la luce del sole, che ne risalta i bei colori dei petali vellutati.

Alla prima parte descrittiva, nella poesia seguono versi che parlano di un amore che forse non è pienamente corrisposto e per il quale la poetessa sparge quei fiori appena raccolti ai piedi dell’oggetto del suo amore, così come si spargono fiori davanti alle immagini sacre.

Poesia: Il lampo (G. Pascoli)

Il lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Il lampo è qui come un occhio che si apre e si chiude per un breve attimo nella notte e svela verità solitamente nascoste: terra e cielo si mostrano in tutta la loro tragicità e l’unico elemento chiaro, che riflette la luce del lampo, è un’immagine fugace, una casa bianca, Essa rievoca gli affetti più intimi e cari, che per un attimo alleviano la solitudine, ma poi lasciano presto il posto al buio e alla solitudine.

Poesia: Er presepio (Trilussa)

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…
Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.
La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

Trilussa mette a nudo l’ipocrisia che spesso circonda il Natale, che viene vissuto come occasione per far sfoggio di ricchezza e vivere giorni di festa , ma senza soffermarsi a pensare al messaggio profondo che viene dal presepe, messaggio di pace, di amore, di fratellanza.

In questa poesia Trilussa dà voce a Gesù stesso che constata amaramente come la gente da secoli sia sorda alla Sua voce e ai suoi richiami : quelle statuine messe in bella mostra da chi ha il cuore indifferente verso le sofferenze del prossimo non sono che sterili cianfrusaglie.

Poesia: No, non voglio baciarti… (P. Neruda)

“No, non voglio baciarti
in una giornata di sole.
Non voglio che sia estate.
Non voglio che sia in mezzo alla folla.

Vorrei baciarti in una di queste sere d’inverno,
quando il sole scolora nel grigio e nel freddo;
quando sarà più facile
trovare, insieme,
l’alba dentro l’imbrunire”.

Trovare “l’alba dentro l’imbrunire” , cioè scoprire che si può ancora sperare anche quando tutto è troppo difficile. Pensavo che questa frase che mi ha sempre colpito nella canzone “Prospettiva Nievski” fosse di Battiato, invece il nostro grande poeta-cantautore ha solo citato il suo “maestro ” (così lo chiama nel testo della canzone) Pablo Neruda.

Questa poesia è veramente struggente e incredibilmente evocativa di atmosfere di intimità profonda: l’amore è capace di dare speranza e felicità anche quando tutto intorno non lo consentirebbe.

Poesia: Novembre (V. Cardarelli)

C’è un giorno che tutte le formiche escono dal bosco
a fare il fascio per l’invernata.
Sopraggiungono, di lì a poco,
le lunghe piogge autunnali,
simili a un gran pianto dirotto, interminabile.

È un pianto che sgorga a fiumi, a torrenti,
fa crescere il lago, solca le strade, rovina i ponti
e dilaga per i campi ostinatamente verdi.
I muri si ricoprono di vellutina.

Quando più nessuno se l’aspetta,
un sole freddoloso, più prezioso dell’oro vecchio,
torna poi, ogni mattina,
a trovare le foglie gialle d’acacia
che piovono ancora sui davanzali,
le foglie secche dei platani
che il vento trascina lungo i viali.

Cardarelli in questa poesia ha avuto, a mio avviso, quasi solamente un intento descrittivo: incentra la sua attenzione sulle piogge torrenziali e devastanti e sulla caduta delle foglie, ma non sento in questa composizione affiorare l’anima del poeta, che si limita a dipingere oggettivamente gli effetti dell’autunno sulle cose che lo circondano.

Poesia: Alone (E.A. Poe)

From childhood’s hour I have not been
As others were—I have not seen
As others saw—I could not bring
My passions from a common spring—
From the same source I have not taken
My sorrow—I could not awaken
My heart to joy at the same tone—
And all I lov’d—I lov’d alone—
Then—in my childhood—in the dawn
Of a most stormy life—was drawn
From ev’ry depth of good and ill
The mystery which binds me still—
From the torrent, or the fountain—
From the red cliff of the mountain—
From the sun that ’round me roll’d
In its autumn tint of gold—
From the lightning in the sky
As it pass’d me flying by—
From the thunder, and the storm—
And the cloud that took the form
(When the rest of Heaven was blue)
Of a demon in my view.

Riporto qui questa poesia di Poe in lingua inglese, perché se ne possa apprezzare la musicalità, che inevitabilmente si perde con la traduzione (che potete trovare QUI).

Poe aveva vent’anni quando scrisse questa poesia e nella sua breve vita aveva sperimentato molte sofferenze, molte perdite: l’abbandono del padre, la morte della madre (lui aveva appena due anni), l’adozione e la morte della madre adottiva. Non è quindi difficile capire il senso di questa poesia: lui non si è mai sentito come gli altri, non ha mai guardato al mondo con lo stesso sguardo degli altri e ha sempre vissuto in solitudine i dolori e le ferite che la vita gli ha inferto, così come ha vissuto in solitudine i suoi amori e le sue passioni. Anche nelle nuvole bianche di un cielo azzurro, dove gli altri non vedevano che un’immagine di Paradiso, lui non vedeva che demoni e mostri.

Ricorda, Israele …

SE QUESTO E’ UN UOMO.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Dedico questa poesia di Primo Levi ai Palestinesi di Gaza … Forse l’autore non avrebbe mai potuto immaginare che, in un futuro non molto lontano dai giorni in cui ha scritto la sua poesia, i governanti del suo popolo avrebbero assunto il ruolo di persecutori senza pietà.

Ora a Gaza ci sono uomini e donne che non hanno più dove stare e ormai da due anni sono costretti a percorrere e ripercorrere, da nord a sud e viceversa, le strade ingombre di macerie della loro terra, in cui non trovano più né cibo né acqua né riparo dalle intemperie mentre vedono i loro figli morire di fame o sotto i bombardamenti.

Perché gli Israeliani non ricordano quando erano loro le vittime della barbarie? Ricorda Israele…. e ti siano di monito gli ultimi versi della poesia….

Poesia: Fine dell’estate (Herman Hesse)


Monotona, sommessa e lamentosa,
scorre tiepida la sera con la sua pioggia,
piangendo tra sé come un bambino stanco
va incontro alla vicina mezzanotte.

L’estate sazia ormai delle sue feste,
tiene la corona nelle mani inaridite
e la butta via – è sfiorita – ,
si china inquieta e vuol farla finita.

Anche il nostro amore era una corona,
un divampare di calde feste estive;
ora l’ultimo ballo lentamente si spegne,
la pioggia cade, gli ospiti sono in fuga.

Ma prima che lo sfarzo appassito
e l’ardore spento ci faccian vergognare,
prendiamo congedo dal nostro amore
in questa notte cupa.

In questa poesia piena di dignitosa malinconia, Herman Hesse costruisce un lungo paragone tra un’estate che sta finendo con le piogge monotone e lamentose che preannunciano l’autunno e la fine di un amore. Herman Hesse ha avuto una vita travagliata, segnata da difficili storie d’amore e da una tormentata ricerca del senso da dare alla sua vita.

Così come l’estate lascia dietro di sé le giornate assolate e festose così anche la sua storia d’amore termina in un ultimo ballo, mentre fuori piove e gli ospiti lasciano la festa.

E’ una fine probabilmente voluta da entrambi, che non sanno più ritrovare l’ardore e la felicità di un tempo ormai lontano, ma è importante lasciarsi con dignità e rispetto per sé stessi .