Non ci sono più gli esami di una volta.

Quando ero piccola io , l’ obbligo scolastico arrivava fino alla quinta elementare. Chi intendeva proseguire gli studi aveva due possibilità: affrontare l’ esame di ammissione alla scuola media  o iscriversi alle scuole di avviamento professionale.

E’ per questo  che dopo Natale, quell’ anno, frequentai  nelle ore pomeridiane un corso di preparazione all’ esame di ammissione. L’ insegnante era una signorina già avanti negli anni, che aveva un handicap vistoso (le mancavano gli avambracci e le sue piccole mani, con sole quattro dita, si inserivano nell’ articolazione  del gomito). Era molto severa inizialmente e ricordo che ne avevo anche un po’ paura, poi invece si rivelò un’ insegnante dolce e capace.

Le lezioni si tenevano in un locale della sua grande casa, che aveva anche un vasto giardino, in cui scendevamo a fare merenda.. Eravamo forse 7 o 8 tra bambini e bambine e lo studio ci impegnava parecchio.

Appena finite le lezioni del mattino, correvo a casa per mangiare e poi subito di corsa (o in bicicletta) a quel doposcuola che doveva prepararci all’ esame di giugno, da affrontare in una scuola media dei paesi vicini. Ritornavo a casa verso sera con una gran voglia di sgranchirmi le gambe e ricordo che mi mettevo a correre  nei dintorni all’ impazzata per qualche minuto.: come mi sentivo leggera!

Alla fine dell’ anno sostenemmo con successo l’ esame di ammissione e fummo premiati durante una festa tenutasi nel teatro del paese: il direttore didattico e la maestra di classe consegnarono a me e ad altri due compagni l’ attestato del 1° premio e il libro “Il giornalino di Gian Burrasca” che lessi e rilessi poi tante volte negli anni seguenti, sempre con grande divertimento.


Il veglione.

ballo-anni-50Eravamo in tanti allora (primi anni 50) a vivere in dignitosa povertà. Mi ricordo le merende a base di mezzo formaggino col pane o a base di pane e burro e zucchero, o le cene in cui il piatto unico era l’ anguria, ma non si soffriva la fame. Probabilmente in casa d’ altri non era così e a scuola, alcuni bambini usufruivano dell’ assistenza del Patronato Scolastico che forniva loro una tazza di latte al momento della ricreazione; in altre occasioni  quei bambini potevano avere gratuitamente i quaderni e il materiale scolastico in genere e, in alcuni casi, anche capi di vestiario o scarpe.

Per finanziare queste attività, ogni anno in autunno si teneva il gran ballo del Patronato Scolastico: la festa più attesa dalle ragazze, per sfoggiare qualche abito elegante, e dai ragazzi per mettersi in mostra e pavoneggiarsi davanti alle loro coetanee, sempre rigorosamente accompagnate dalle mamme, che svolgevano bene il loro ruolo di CHAPERON. Partecipavano anche tutti gli insegnanti del paese, che si occupavano di far in modo che la serata avesse un successo di partecipazione tale da consentire una sufficiente raccolta di fondi.

Ricordo che il Veglione metteva in fermento tutto il paese. Io ero troppo piccola allora e non ho mai partecipato, ma ricordo che in casa se ne parlava e la più interessata di tutti era mia sorella maggiore. Il Veglione rimaneva l’ argomento preferito  di conversazione e di pettegolezzo anche nei giorni successivi all’evento per raccontare e commentare ciò che era successo,  incluse  le eventuali belle o brutte figure dei partecipanti

Per i bambini meno fortunati non doveva essere molto piacevole essere oggetto di questo tipo di beneficienza: il tutto sapeva molto di elemosina e forse per questo si passò poi ad altre forme di aiuto.

La cavolaia.

Oggi nel mio orto svolazzava leggera una cavolaia, una, si direbbe, comunissima cavolaia.. Dovrebbe essere un fatto banale , ma invece direi che  l’ evento merita di essere menzionato.

Da molti anni infatti capita raramente di vedere delle farfalle, uccise forse dall’ inquinamento dell’ ambiente e dagli antiparassitari.

Non era così quando, da piccola andavo per i campi insieme ai bambini della contrada. Le si vedeva volare sui campi di erba da foraggio, sui campi di grano chiazzati qua e là dal rosso dei papaveri e le loro ali variopinte davano la sensazione di vedere dei fiori volanti.Ce n’ erano di tante varietà:, ognuna caratterizzata dal particolare colore delle ali  Quando si posavano su quaklche corolla e restavano lì ferme, facendo solo palpitare leggermente le loro ali,    c’ era sempre qualcuno tra noi che provava a catturarle con le mani nude; se riusciva nel suo intento , poi restava sulle sue dita una specie di polvere , che aveva ai nostri occhi un  sapore di magia .

p.s.  Mi sta venendo in mente “La vispa Teresa”…. :-)))