E, quando meno te l’aspetti, rispunta Montalbano.

  • Buongiorno! – dice in  italiano il medico di chiara origine indiana e aggiunge – mi chiamo…- e dice un nome che non ricordo più porgendomi la mano. Il suo è un modo gentile per non farmi sentire troppo straniera in questa sala gessi.

Poco distante è seduta un’altra signora, inglese, con un problema al piede più lieve del mio e sentendo parlare in italiano, dice ad alta voce: – Pronto sono! – e poi proseguendo in inglese dice che anche lei ha imparato qualche parola di italiano guardando la serie di Montalbano……

Questo omaggio a uno dei personaggi TV che preferisco mi fa sentire davvero un po’ a casa mia…

Ri-Letture: Il giorno della civetta.

Costretta come sono a una forzata inattività, è un’ impresa trovare come riempire le giornate  e una delle soluzioni migliori resta sempre la lettura.

E’ così che ho riletto  “Il giorno della civetta” di Sciascia , uno dei  libri in italiano disponibili qui a casa di mia figlia.

Credo che Sciascia sia ancora insuperato nel descrivere la mentalità mafiosa, sia dei boss, che dei loro “manovali”. Li accomuna lo scetticismo nella forza della legge e nella giustizia: per i capi la legge è qualcosa da eludere, da piegare ai propri fini, per gli ultimi adepti è qualcosa che permette a chi la rappresenta di schiacciarti o meno, a seconda del suo interesse del momento se non del suo capriccio.

Altro tema ben sviscerato è quello di come l’esistenza della mafia venga negata soprattutto da chi ne trae profitto, soprattutto da chi ad alto livello trama nell’ombra, e tira i fili delle sue marionette.

Ma la scena che tutti ricordiamo e che viene più spesso citata è quella in cui il vecchio  boss locale si trova davanti al capitano Bellodi, ex partigiano e custode onesto e fedele della legge. Questi ha sgretolato il muro di ipocrisia e falso perbenismo del boss, andando a indagare sul suo immenso patrimonio, non derivante certamente dal reddito delle sue attività ufficiali.

Il boss è alle strette, ma sa di avere le spalle coperte da alte complicità, per questo ammira  il coraggio del capitano, che sfida consapevolmente le trame di un potere oscuro e minaccioso, e pronuncia le parole più famose del romanzo:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

Ciò che resta di questo libro è un senso di speranza: il capitano nonostante sia stato sconfitto e il suo lavoro quasi ridicolizzato, sa che tornerà in Sicilia per continuare ad affermare la supremazia della Legge e dello Stato. Il capitano Bellodi è un po’ la prefigurazione di tanti eroici servitori dello Stato che hanno sacrificato e sacrificano anche oggi la loro vita al senso del dovere al perseguimento della giustizia.

A Laura….

Mi capita spesso di pensare che durante la nostra vita è come se appendessimo alle pareti della nostra anima le immagini di quelli che hanno arricchito o comunque segnato la nostra vita. Col passare degli anni, diminuisce a poco a poco il numero dei volti nuovi che possiamo aggiungere e contemporaneamente capita sempre più spesso di doverne staccare altri: quelli dei compagni viaggio  che sono arrivati alla meta, che ci hanno  preceduto nella stanza accanto….. Il ricordo di molti di loro si affievolisce a poco a poco, ma per altri ti accorgi che se anche il tempo passa, occupano ancora pienamente il loro spazio nella nostra anima.

Nella mia anima sempre più orfana di persone care, tu, Laura, resti sempre presente. Guardaci da lassù e prega per noi.

 

Un buon servizio.

Da quando  sono rimasta sola, mi viene spesso da pensare a come sarebbe complicato per me gestirmi un periodo di ospedalizzazione o una malattia, che mi impedisse di guidare l’auto e  che richiedesse frequenti controlli : non ci sono molti servizi da noi per sopperire a queste necessità.

In questi giorni qui a Greenwich sto sperimentando un utilissimo servizio: in ospedale c’è un ufficio addetto all’accettazione delle prenotazioni per il trasporto dei malati. Ieri, mentre noi ci lambiccavamo il cervello per trovare la soluzione migliore per arrivare alla sala gessi, un medico (!!!) ci ha telefonato dicendo di aver richiesto per noi un trasporto nelle prime ore del mattino!!. ed ecco che stamattina si sono presentati tre prestanti giovanotti  con autoambulanza e carrozzine varie e mi hanno portato all’ospedale; e abbiamo potuto usufruire dello stesso servizio anche al ritorno. TUTTO GRATIS!!!!

Non è una buona idea da copiare?

 

Se la voglia di pace cresce nei ragazzi….

Segnalo questo articolo che meglio di tante manifestazioni esteriori rappresenta il vero Spirito del Natale.

In Bosnia-Erzegovina, la guerra atroce, che più di venti anni fa ha seminato morte e distruzione, ha lasciato tracce evidenti di un odio che persiste: ogni etnia ha programmi scolastici diversi, testi diversi, studia in lingue diverse e anche le stesse strutture scolastiche sono divise in aree separate da reti metalliche.

Ora  sono i ragazzi stessi a chiedere di abbattere questi steccati per costruire una società multiculturale capace di convivere pacificamente.

Questo è davvero un segno di speranza: forza ragazzi!

Un Natale da ricordare.

Un ben triste Natale si sta prospettando: tre giorni fa scendendo dalle scale, ho messo male un piede e sono caduta rovinosamente fratturandomi la caviglia. Subito fatto il 999, un’ambulanza è venuta a prendermi e due bravi infermieri mi hanno prestato le prime cure. Al Pronto Soccorso di Lewisham ci hanno fatto aspettare un po’: anche qui il personale chiede ferie per Natale,  non lo sappiamo? E perchè dobbiamo cadere proprio nelle feste di Natale? Erano ormai passate tre buone ore prima che arrivasse l’ortopedico. Prima tutti dicevano: – E’ una brutta frattura, bisogna operare subito o al massimo domattina.!- L’ortopedico invece ha subito deciso che c’era gonfiore e che si doveva aspettare prima di operare, quindi ha provveduto ad anestetizzarmi il piede e alla composizione delle fratture; sono serviti tre radiografie e due gessi prima di trovare la quadra.

Poi la cosa più difficile è stato trovare un posto letto  e un portantino per portarmi in reparto….. mi sono trovata così in  geriatria in compagnia di tre anziane signore dalla vita notturna  turbolenta: chi piangeva, chi parlava a immaginari interlocutori.

La prima notte, una signora si lamentava e chiamava aiuto, ma non riusciva a suonare il campanello e quindi l’ho fatto io. Da allora la signora anziana dall’aria distinta, al mattino, quando si poteva sedere sulla poltrona, mi faceva un gesto di saluto e si è dispiaciuta vedendomi andare via.

Quando venivano a prendere le prenotazioni per i pasti, come al solito non capivo  che qualche parola qua e là e quindi ripetevo quella che mi era sembrata più comprensibile, ma alla fine credo che non ci siamo intesi bene, perchè ne sono usciti dei pasti veramente insoliti.

Ora sono a casa di mia figlia a Greenwich e il mio rammarico più grande è quello di aver dovuto mutare il mio ruolo: son venuta per aiutare e ho invece bisogno di aiuto. Ringrazio mia figlia, che con tutto quello che ha da fare, mi ricopre di attenzioni e di premure.

Fantadialogo : pratica e grammatica.

Fantadialogo tra Salvini e Di Maio:

Salvini – I  me disen che ghem na caterva di brava gent che lauran come dutur ma i gh’an no ul titul… se fem?

Di Maio -Mattè, perchè nui c’avemo il titolo pe’ governà??

Salvini: Te ghe resun, Giggino, ….l’è mej che disema che la pratica vale più della grammatca, senò i pretendaran che ci mettiamo a studiare anche noi….

Questo dialogo è totalmente inventato, ma viste le circostanze potrebbe anche essere avvenuto (chiedo venia a napoletani e lombardi per aver abusato dei loro bei dialetti, ma in mezzo a tanti abusi, questo non sarà certo il più grave…)

 

 

 

 

UTE: Natale 2018 (resoconto di Angela D’Albis)

PRESENTAZIONE, LETTURA E ANALISI de: ”IL NATALE” di Alessandro Manzoni
docente: Don Ivano Colombo

CONCERTO NATALIZIO DEL CORO U.T.E

Alle ore 15.00, il nostro docente Don Ivano Colombo, nella sua riflessione sulla festività del Natale, ha presentato, letto e analizzato l’Inno “Il Natale” di Alessandro Manzoni.
Tra gli Inni Sacri, “Il Natale” occupa il terzo posto, quello centrale. Prima ci sono:” La Risurrezione” e “Il nome di Maria”, poi vengono “La Passione” e “La Pentecoste”.
Ne “Il Natale”, Manzoni affronta il mistero dell’Incarnazione. Lo scrive nel 1813, a poca distanza dalla sua conversione che sente ancora viva e la vuole compartecipare agli altri.
L’intento di Manzoni è anche di parlare alla gente e di presentare “il mistero” dell’Incarnazione.
Il docente ci ha spiegato che la parola “mistero” vuol dire semplicemente “fatto”.
La nascita di Gesù è un “fatto”, qualcosa di realmente accaduto, ma che diventa “mistero” perché non può essere spiegato con parole umane.
Tuttavia, allo scrittore interessa non solo il “fatto” della nascita, ma come, con questa nascita, Dio inizi la sua opera di “Salvezza”.
L’Inno “Il Natale” è costituito da 16 strofe, ciascuna di 7 settenari, versi di 7 sillabe.
La rima è piuttosto libera.
Possiamo dividere l’Inno in due parti di 8 strofe ciascuna (8+8).
La prima parte si può ancora suddividere in due parti di 4 strofe ciascuna (4+4).
La seconda parte, invece, la suddividiamo in 6 + 2 strofe.
Nelle prime 4 strofe della prima parte, Manzoni parla della “salvezza” dell’uomo dal peccato e paragona l’uomo a un masso che, una volta caduto, non può più risollevarsi senza un aiuto.
E’ la condizione dell’uomo peccatore che con le sue sole forze non può rialzarsi. Ha bisogno della Grazia (ultime 4 strofe della prima parte). Questa Grazia non è un intervento gratuito di Dio, ma è una “persona”, cioè Gesù.
Nelle prime 6 strofe della seconda parte, c’è il cuore del messaggio natalizio, perché evocano il “fatto”, andando oltre i temi dottrinali.
E’ la parte più narrativa e più scorrevole.
La chiusura dell’Inno (ultime 2 strofe) è una “ninna nanna”.
Il poeta ammira estasiato il bambino che dorme. Tuttavia, la bellezza della figura del bambino viene sciupata dall’evocazione di tempeste, guerre, che stridono con il suo invito a cullare il bambino e cantargli la ninna nanna.
Don Ivano, nel commentare questo Inno, ha sottolineato anche che in esso c’è forma poetica, ma non ispirazione poetica, perché l’autore sembra imbrigliato nella necessità di essere preciso e adeguato nel proporre la dottrina cristiana (cosa non facile da fare in versi).
Ha anche evidenziato che l’Inno del Manzoni appare molto simile agli Inni scritti da Sant’Ambrogio (che da milanese conosceva bene), nei quali il Santo presenta gli stessi concetti.
La conclusione è che, nonostante tutti i limiti evidenziati, Manzoni è riuscito, con questo Inno, a universalizzare il messaggio cristiano e a estenderlo a tutti coloro che vogliono riconoscersi in esso.

Nella seconda parte del pomeriggio, dalle 16 in poi, c’è stato il tradizionale Concerto di Natale che ha visto protagonisti il nostro Coro U.T.E. (magistralmente diretto dal maestro Alessandra Zapparoli e altrettanto magistralmente accompagnato al pianoforte dal maestro e compositore Maurizio Fasoli) e tre giovanissime e bravissime cantanti soliste.

Il Concerto si è svolto in due parti.
La prima parte è stata più classica ed è stata eseguita dal Coro e dalla solista soprano Silvia Corti.
Questa parte ha spaziato nel repertorio classico natalizio (“Adeste fidelis”, “Alleluia di Mozart”. “Tu scendi dalle stelle”, “La vergine degli Angeli”, “Mille cherubini in coro” e altri) e si è concluso con il bellissimo valzer “Tace il labbro” dalla “Vedova allegra” di Franz Lehar.
La seconda parte, più leggera, ha visto come protagoniste tre giovanissime e bravissime cantanti soliste di musica leggera.
Il loro repertorio ha spaziato da “Memory” a “Jingle bell rock”.
Il concerto è terminato con una canzone tratta dal film di animazione “Anastasia” intitolata:” Quando viene dicembre”, eseguita dal Coro e dalle tre soliste insieme.
Il Concerto è stato un successo! La sala era gremitissima e c’era gente in piedi sia in fondo sia nei corridoi laterali.
Un grazie di cuore al coro, ai maestri Alessandra Zapparoli e Maurizio Fasoli, alle cantanti soliste e agli organizzatori per il dono di questa bellissima esibizione.
Buon Natale a tutti!

Quando si dice. scoprire l’acqua calda….

Grande risalto ha avuto su un autorevole giornale inglese l’intervista a un dirigente scolastico che ha portato nella sua scuola una sorprendente innovazione: non ha diviso le classi in tre sottogruppi come si fa tradizionalmente in tutto il UK (sottogruppi di livello diverso cui sono indirizzati programmi diversi), ma ritiene che sia più valido dal punto di vista pedagogico che i bambini interagiscano tra di loro, di modo che i più veloci siano di stimolo e di aiuto ai compagni più lenti……

Devo dire che al sentire questa notizia mi è venuto un po’ da ridere: qui in questo paese, fa scalpore ciò che da noi è sempre stato fatto per un senso di rispetto verso ogni bambino, per non etichettarlo subito al primo ingresso nella scuola, rendendo poi quasi impossibile il superamento di quella bollatura iniziale.

Sembra che qui valgano principi pedagogici ispirati principalmente alla discriminazione, che del resto caratterizza molti settori della società inglese.

UTE: Siamo ciò che mangiamo – Il codice Atlantico di Leonardo. (sintesi di Angela D’Albis)

Il dottor Filippi introduce la sua lezione parlandoci di Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco, oggi celebre per la frase “L’uomo è ciò che mangia”. Nel 1850, questo filosofo recensisce favorevolmente uno scritto sull’alimentazione di Jakob Moleschott con un commento intitolato: “La scienza della natura e la rivoluzione”. In questo commento mette in moto la sua convinzione filosofica che non si può separare il corpo dall’anima (siamo un tutt’uno) e vede nell’alimentazione la base per nutrire non solo il corpo, ma anche l’anima.
«La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della conoscenza».
L’idea che lo guida è chiara. Se si vogliono migliorare le condizioni spirituali di un popolo, bisogna anzitutto migliorarne le condizioni materiali.
Il docente, poi ci parla di flora batterica (microbiota) e del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere (microbioma).
Microbioma: noi abbiamo un patrimonio genetico. I geni servono a produrre delle sostanze che interagiscono con il nostro organismo. L’alimentazione può modificare il microbioma umano.
Il microbiota umano è l’insieme dei microrganismi che vivono in simbiosi con il corpo umano, c’è dalla nascita e per la maggior parte vive nell’intestino (38 miliardi di microorganismi).

il microbiota umano può trovarsi in due stati: eubiosi e disbiosi.
Lo stato di eubiosi è uno stato di equilibrio, mentre lo stato di disbiosi è la condizione contraria e può causare malattie metaboliche, cardiovascolari, infiammatorie, neurologiche, psichiche e oncologiche.
La scienza che studia la composizione del microbiota è la metagenomica, la quale basa le proprie indagini sul microbioma.
Infine ci sono relazioni intercorrenti tra il microbiota intestinale e il cervello (cervello enterico).
Il primo a parlarne è stato Michael Gershon.
Gli scienziati hanno scoperto che l’apparato digerente influenza, tra le altre cose, anche il nostro benessere mentale per via di alcune reti nervose intestinali strettamente collegate con il nostro cervello.
Il docente conclude la sua lezione sottolineando la necessità di seguire una dieta corretta e di praticare una certa attività fisica per vivere meglio e più a lungo. Un’alimentazione corretta deve privilegiare: frutta, vegetali, cereali integrali, pesce, oli vegetali, legumi, latticini. Va limitato l’uso di carni rosse e processate, di bevande zuccherate, di alcol.
Già nel 460 A.C. Ippocrate diceva:” fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

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La nostra brava docente di Arte, professoressa Manuela Beretta, ci ha parlato oggi de: Il Codice Atlantico di Leonardo.
Infatti, Leonardo non ha solo dipinto, ma ha anche prodotto dei fogli che ha disegnato e scritto e che non sono pittura ma che sono grandi opere d’arte.
La collezione più grande di disegni che Leonardo ha fatto è Il Codice Atlantico. Questi disegni non sono subito nati come codici, ma come fogli in cui Leonardo prendeva appunti di tutto ciò che vedeva. Tutto il mondo visibile era, per Leonardo, ragione di studio e, per questo studio, passava attraverso il disegno.
La pittura, per Leonardo, aveva sempre uno scopo scientifico.
Il Codice Atlantico è formato da più di 1700 disegni e si chiama “codice” perché è stato rilegato, “atlantico” perché i fogli sono molto grandi (67 cm. x 45 cm.), dimensioni di un Atlante geografico.
La storia di questi “fogli” è lunga perché Leonardo li produceva quotidianamente e li conservava.
Infatti, questi “fogli” abbracciano la vita intellettuale di Leonardo per più di 40 anni dal 1478 al 1519, anno della sua morte. Essi spaziano tra i temi più disparati: da schizzi e disegni in preparazione di opere pittoriche, a ricerche di matematica, astronomia, filosofia, gastronomia, fino a disegni per progetti di macchine da guerra e ponti militari, ma anche avveniristici progetti di pompe idrauliche, macchine per levigare gli specchi e salvagenti (con l’invenzione dello sci d’acqua).
Infine, ci sono anche degli studi sul volo e sul volo umano.
Dalla morte di Leonardo, la storia di questi fogli è ampia e travagliata.
Il 23 aprile del 1519, Leonardo, con un testamento, aveva donato questi disegni al suo discepolo prediletto, allora quindicenne, Francesco Melzi, nobile rampollo della famiglia Melzi, che lo seguiva dappertutto.
Dopo la morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio 1519 a Amboise in Francia, Francesco prese i fogli e li portò nella sua villa Melzi a Vaprio d’Adda.
Dopo la morte di Francesco Melzi, i suoi eredi si disinteressarono a questi disegni.
Così, alla fine del ‘500, lo scultore Pompeo Leoni riuscì a recuperarne una parte. Nel 1622, il Codice venne ceduto da un erede di Leoni al marchese Galeazzo Arconati, che, a sua volta, nel 1637, lo donò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, garantendone la conservazione e la trasmissione alle generazioni future.
Nel 1796, entrarono a Milano le truppe napoleoniche, che requisirono il Codice e lo trasferirono a Parigi, dove restò al Louvre per 17 anni, fino a quando il Congresso di Vienna sancì la restituzione delle opere trafugate da Napoleone ai legittimi proprietari.
Il Codice ritornò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano dove è conservato ancora oggi.
Il Codice ha subito due momenti di restauro. Il primo nel 1968, quando venne rilegato in 12 massici volumi che raccoglievano i disegni in modo disordinato.
Questa operazione fu criticata dai critici dell’arte perché comportava diversi problemi di consultazione e di studio.
Il secondo momento di restauro fu nel 2008, quando si decise un’operazione importante di “sfascicolatura” dei 12 volumi.
Oggi il Codice è sfascicolato e, dal 2009 fino al 2015, anno dell’EXPO, i “fogli” sono stati esposti in varie mostre tematiche.
Grazie alla professoressa Beretta per questa interessantissima lezione!