Videoconferenza: sanità lombarda

Ieri sera c’è stata una videoconferenza coi consiglieri regionali Angelo Orsenigo e Gianni Girelli sulla situazione della sanità lombarda e su come è stata affrontata l’emergenza coronavirus.

Lo avevamo capito che qualcosa non aveva funzionato, che l’ingranaggio si era inceppato, ma forse non riuscivamo a immaginare fino a che livello di caos si fosse approdati.

La testimonianza di un assessore ai Servizi Sociali di un comune limitrofo, ha fatto capire quali situazioni hanno dovuto affrontare gli amministratori locali senza poter contare sul supporto nè  dell’ATS competente né di chicchessia:nessuna organizzazione, nessuna direttiva di comportamento, solo grandi parole scritte nelle numerose circolari che dipingono una realtà che non c’è.

Se questo è lo stato delle cose ancora oggi, non so con quale fiducia si possa affrontare la ormai mitica fase2.

Veglia di preghiera per il lavoro.

Stasera si terrà sul sito “Chiesa di Milano” e su Radio Mater e Radio Marconi una veglia di preghiera per il lavoro. Sarà presente l’arcivescovo Mario Delpini con  molti rappresentanti del mondo del lavoro. L’incontro sarà coordinato da don Walter Magnoni che chi frequenta gli eventi organizzati dal Granis di Erba conosce molto bene.

Alla vigilia del 1° Maggio e dell’inizio della fase 2, sono molte le nostre  incertezze e le nostre paure e ritrovarsi in preghiera, ascoltando esperienze vissute e proposte costruttive potrà solo aiutarci a vincere le nostre angosce.

Perciò appuntamento a stasera alle 21:00!!

Priorità

Sulle pagine di “Formiche.net” è riportata un’intervista al prevosto di Lecco don Davide Milani, che intende spiegare le motivazioni della dura presa di posizione della CEI contro l’ultimo decreto del Presidente del Consiglio.  Don Milani afferma che i vescovi firmatari della protesta non perseguono altro fine se non quello di difendere un modo di concepire l’uomo, che non è solo un consumatore, ma anche un essere spirituale che “ha bisogno di sperare, di credere, di alimentare la propria anima”.

Io credo che don Milani e la CEI si facciano portavoce di un bisogno reale, ma credo che forse non abbiano ben presenti le condizioni in cui versa il nostro paese. Stamattina su “Radio24” Enrico Letta spiegava come l’Italia in questo momento si regga solo grazie agli stanziamenti della BCE, che ci impediscono di sprofondare in una crisi senza ritorno.

L’Italia è sull’orlo di un burrone, è come uno che sta per morire  di inedia e che ha bisogno di mangiare e bere; credo che il primo intervento da fare sia quello di consentirgli di continuare a vivere, poi si potrà pensare ai suoi bisogni spirituali, che nessuno sta negando o conculcando, ma che verranno ampiamente riconosciuti quando il pericolo maggiore sarà passato. La gradualità nell’allentare le restrizioni è imprescindibile per poter controllare l’andamento del contagio: una nuova ondata sarebbe il colpo di grazia per il nostro paese.

Pazientiamo tutti e continuiamo ancora per un po’  nelle piccole chiese domestiche: mai prima d’ora ci sono state tante possibilità di seguire messe feriali e festive e preghiere ad ogni ora del giorno…..

Parenti stretti.

Durante la videochiamata serale, si parla della possibilità di incontrarsi nuovamente dopo due mesi di lontananza. Sì, il decreto del Presidente del Consiglio dice che sono consentite le visite ai congiunti, quindi ai “parenti stretti”.

Giovanni (6 anni) sta ascoltando e questa espressione “parenti stretti” non gli è chiara, cosa significherà mai?  Ed esprime i suoi dubbi; allora la sua mamma gli spiega che i parenti stretti sono i familiari, i nonni, gli zii, quelli con cui si è più legati, più vicini.

La logica di Giovanni non ammette ambiguità e subito rileva la contraddizione: – Ma perché se la nonna è una parente stretta è così lontana?-

Hai ragione Giovanni, le parole a volte invece di chiarire le idee, ce le confondono.

Quando il gioco si fa duro…

Ci avete fatto caso? Sembra che il problema più lancinante di un paio di mesi fa sia scomparso dalle agende dell’opinione pubblica. Ma allora non era così tragico e determinante come tantissimi credevano?

Sto parlando dell’immigrazione.  Non so se siano finiti gli sbarchi, nessuno ne parla più perchè tutti siamo molto più presi da altri problemi: la paura del contagio, la minaccia della crisi economica, per molti la paura di perdere il lavoro, l’incubo della povertà per chi non ha più reddito, la difficile gestione della famiglia alle prese con smart-working e lezioni on line .

E così Salvini ha perso il suo cavallo di battaglia e non sa più di cosa parlare, perciò va brancolando a destra e a manca, mentre perde vistosamente consensi. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, dice un noto adagio, e io aggiungerei ” e i sedicenti duri si sciolgono come neve al sole…”

I novelli zelanti.

Ho parlato con un’amica che ha vissuto il dramma  della famiglia del figlio contagiatosi sul posto di lavoro.

Mi ha fatto accapponare la pelle il suo racconto della sofferenza indicibile di chi si sente mancare l’aria e le forze, della sensazione di abbandono  vissuto da tutta la famiglia che poteva solo essere rifornita degli alimenti essenziali da parte di un congiunto, dell’angoscia di sapere che le nipotine erano sole in casa mentre papà e mamma non avevano nemmeno la forza di alzarsi dal letto.  E mentre accadeva tutto questo la mia amica viveva l’angoscia di non poter essere d’aiuto in nessun modo perchè affetta da patologie che la classificano come soggetto ad alto rischio.

Credo che solo chi ha vissuto di persona o  da vicino l’incubo della malattia da coronavirus, come il Vescovo di Pinerolo, sappia quale pericolo essa rappresenti e pertanto consiglia prudenza.

Capisco la disperazione di chi è rimasto senza reddito, di chi teme di veder fallire la propria piccola impresa, frutto dei sacrifici di una vita e spero che gli aiuti promessi dal governo arrivino tempestivi e tali da impedire il tracollo del tessuto economico delle nostre città.

Capisco molto meno le invettive di certi cattolici (sostenuti anche da molti vescovi) che indignati scalpitano per il ripristino della possibilità di partecipare alla messa arrivando ad affermare che in chiesa non ci si contagia, come se il virus rispettasse il diritto di asilo che consentiva di sfuggire ai rigori della legge a chi si rifugiava in una chiesa.

Anche il Papa stamattina ha invitato i vescovi alla prudenza e al rispetto delle decisioni dei governanti, ancora una volta la tentazione di essere più papisti dei papi si affaccia  più prepotente che mai. A sentire certuni pare che non possano più resistere ad assistere alle messe virtuali e allora mi chiedo: ma dove era tutta questa gente quando la domenica mattina io andavo a messa e trovavo la chiesa quasi vuota? Questo zelo  non mi convince, mi pare nasconda altri intenti.

 

Scelte difficili.

Ieri ci siamo ricordati tutti del disastro di Chernobyl, quando una nube radioattiva si sprigionò da un reattore fuori controllo nella centrale nucleare in Ucraina.

Di quel periodo io ricordo la gran confusione tra chi minimizzava il pericolo e chi lo enfatizzava. Alcuni dicevano che non c’era da aver paura perchè era come esporsi a una radiografia e gli altri replicavano che una radiografia al giorno non era come prendere un ricostituente. Ricordo che io non facevo uscire di casa i miei figli perchè non toccassero l’erba del cortile e chi al ritorno a casa si metteva sotto la doccia tutto vestito per decontaminare gli abiti, mentre altri  sostenevano che si poteva benissimo portare in montagna i bambini per la settimana verde.

Poi però venne la proibizione di mangiare l’insalata dell’orto o i funghi raccolti nei boschi. Ma con l’andare del tempo a quelli che avevano consigliato prudenza  venne riconosciuto il merito di aver visto giusto: dopo qualche anno nei nostri boschi si aggiravano cinghiali radioattivi.

Quello stato confusionale ricorda molto quello che accade oggi: mentre da una parte si consiglia di limitare gli spostamenti, di usare strumenti di protezione, il distanziamento sociale, ci sono quelli che dicono che tutto questo è assurdo, che la pandemia  è solo un pretesto per limitare la libertà delle persone. Credo sia normale tutto questo quando ci si trova a fronteggiare situazioni inedite: la scienza non ha elementi sufficienti di giudizio e si brancola nel buio, si procede per tentativi e gli errori sono quasi inevitabili, perciò si sceglie la strada dei piccoli passi, attendendo l’effetto che produrranno gli interventi messi in atto.

Non invidio chi in questi momenti deve prendere decisioni che influiscono sulla vita  di interi popoli: è una responsabilità terribile e  gli errori possono comportare conseguenze ancora più devastanti della pandemia stessa. Non ci resta che seguire il consiglio di Papa Francesco e pregare per loro.

Gioele e il coronavirus.

Sono ormai due mesi che il lockdow mi consente di vedere i miei nipoti solo tramite computer o cellulare e ho tanta voglia di poterli incontrare anche se non sarà forse possibile abbracciarli come l’ultima volta.

Probabilmente anche loro, da quel che dicono, sentono il peso di questa lontananza.

bambini-mascherineGioele e Giovanni sono molto fortunati: hanno i nonni materni proprio vicinissimi, papà e mamma possono lavorare da casa e hanno un enorme giardino in cui possono giocare all’aperto ogni volta che lo desiderano. Tuttavia anche se così piccoli avvertono quanto sia innaturale la situazione in cui stiamo vivendo, infatti Gioele (3 anni e mezzo) l’altra sera mentre  stava andando a letto (e si sa che quello è il momento delle confidenze e della riflessione) tutto serio serio, ha chiesto alla mamma:

– Ma quando finisce il coronavirus?-

Lei ha risposto: -Piano piano se ne sta andando via e dopo potremo uscire. Dove vuoi andare?-

E Gioele:- Dalla nonna Diana e dalla Patty (la mamma di una sua amichetta)! –

Caro, carissimo Gioele mi hai commosso!

 

 

Il mio amico Marco mi ha raccontato la storia di suo padre partigiano.

Nato nel 1921, rimase orfano a 5 anni della madre, morta partorendo la sorella Angela. Un altro fratello, Gaetano era nato nel 22. A 14 anni perse anche il padre, mio nonno Antonio, a causa di una ferita, mentre tagliava un albero nel podere dove era fattore.
Mio padre già lavorava dall’età di 11 anni alle Coltellerie di Caslino e con il fratello muratore, accudivano da soli la sorellina. Poiché era di carattere ribelle, si attirò le ire del Podestà di Proserpio e del Parroco che riuscirono a sottrarre ai due fratelli la sorellina, che venne portata alle Stelline di Milano e poi adottata da una famiglia con la quale mio padre non volle mai avere rapporti, trattandosi di impiegati fascisti della EIAR.
Lui divenne comunista durante la guerra, ma anche da ragazzo aborriva il Regime e i suoi esponenti o adepti.
Nonostante fosse orfano, a 19 anni, venne arruolato e inviato a Ventimiglia dove rimase alcuni mesi, quando ritirata di Russiafu dichiarata guerra alla Francia, senza partecipare ad alcuna operazione. Invece, credo a metà del 41, venne tradotto in Russia e partecipò alla riconquista di una postazione nei pressi di Nowo Kalitwa (era nella fanteria d’assalto) meritandosi la croce di guerra e acquisendo il grado di sergente maggiore. Purtroppo nelle varie peripezie smarrì la maggior parte dei documenti e non mi parlava volentieri di quanto aveva vissuto. Comunque, a quanto ricordo, partecipò alla disastrosa ritirata del Don e la conseguenza fu il parziale congelamento dei piedi.
Di  quei momenti raccontava solo con piacere l’episodio dell’incontro insperato con suo fratello sulla via del ritorno. Successivamente si sbandò (non so se disertò o se fu in seguito all’armistizio) e comunque, dopo qualche mese di latitanza, venne preso dai tedeschi e mandato in un campo di lavoro in Germania da dove fuggì dopo qualche mese. Arrivò con mezzi di fortuna in Svizzera dove conobbe degli antifascisti che lo indirizzarono alla Brigata Giustizia e Libertà nel Cuneese, comandata da Giorgio Bocca (da ragazzo ricordo che teneva da conto un libro dello scrittore con dedica autografa che purtroppo ho smarrito). Rimase aggregato ai partigiani fino al 25 aprile e al ritorno a casa ebbe l’amara sorpresa di sapere che i genitori adottivi della sorella si erano impossessati della sua misera abitazione vendendo tutti i mobili e gli oggetti suoi dei miei nonni. Conoscendo il suo carattere incazzoso, non oso immaginare quale fu la reazione!
Mi spiace di non aver annotato i racconti che sentivo da piccolo, che allora non è che mi interessassero molto e con mio zio non ne ho mai parlato o, se sì, non ricordo.
Ti allego il diploma della decorazione, un encomio del Sindaco di Proserpio e delle foto, purtroppo tutto in cattivo stato di conservazione.
marco