Miei cari amici vicini e lontani…

Pare che la piattaforma “il Cannocchiale” su cui avevo aperto il mio primo blog, sarà disattivata tra pochi giorni. Per questo sto cercando di recuperare i post che mi piacciono di più. Eccone qui uno che mi fa sorridere …

– Miei cari amici vicini e lontani, buonasera!!!-

Era il saluto inconfondibile di Nunzio Filogamo il presentatore dei primi festival di Sanremo; allora si svolgeva in tre serate negli ultimi giorni di gennaio  e tutti lo ascoltavamo per radio, visto che la televisione ancora non c’ era… Erano gli anni in cui Nilla Pizzi era al culmine della sua carriera e la sua bellissima voce , morbida e sensuale, portava in tutte le case canzoni che ora giudicheremmo perlomeno sdolcinate  e vacue. La radio poi lasciava spazio alla fantasia  e ai suoni e alle voci che si diffondevano per la stanza, potevi aggiungere a piacere luci sfolgoranti, abiti  mozzafiato e addobbi lussuosi.

Un anno mi è rimasto impresso in modo particolare. Una di quelle tre sere io e le mie sorelle siamo andate ad ascoltare le canzoni del festival in una casa vicina. Ricordo il freddo e il buio della strada deserta  di quella sera d’ inverno e il calduccio della casa in cui la signora Dina ci accolse insieme alle sue figlie e ci mettemmo tutti vicino alla radio, una di quelle con l’ esterno in legno e grandi come un televisore di oggi. La voce un po’ chioccia del presentatore diede il via alla gara e io ricordo in particolare la “Canzone da due soldi” cantata da Katina Ranieri e da Achille Togliani, “Tutte le mamme” ,”Sotto l’ ombrello” o una vera bizzarria come “Cirillino ci” .

Era il ’54 e la  mia memoria ancora fresca e l’orecchiabilità dei motivi musicali  facevano sì che già la mattina dopo mi ritrovassi a canticchiare i ritornelli delle canzoni che più mi avevano colpito. Ricordo ancora alcune frasi di ” Cirillino” e potrei anche mettermi a cantarle di nuovo   …..  e questa è una minaccia!!!  :-))

La nonna Marcellina.

Ho avuto da poco questa rara fotografia di mia nonna Marcellina, ritratta nel praticello vicino a casa, con in braccio la prima propnipote, Daniela. Questo mi ha indotto a rivedere e aggiornare questo post, che amo in modo particolare.

nonna-marcellina-e-daniela-001Era del 1888 ed era nata in una famiglia di contadini,  proprietari della terra che coltivavano. Era piccola e si è sempre vestita di nero, da quando alla fine della Grande Guerra, a 31 anni,  era rimasta vedova con quattro figli e uno in arrivo. Il suo Onesto (questo era il nome del marito) era scampato alla vita tremenda delle trincee, ai cecchini austriaci e alla follia dei signori della guerra e. dopo la firma dell’armistizio, era potuto rientrare a casa per Natale: una breve desideratissima vacanza in famiglia! Poi era ripartito fischiettando (ricordo di mia madre) promettendo ai suoi piccoli che sarebbe tornato presto.

Dopo qualche giorno invece arrivò un telegramma: Onesto Magnani era morto di spagnola a Cento di Ferrara, dove stava aspettando il congedo. La nonna Marcellina, che forse prima di allora non aveva mai lasciato il paese, andò a prendere suo marito per riportarlo a casa.

Poi era rientrata nella sua famiglia di origine e la sua vita era stata tutta votata a crescere quei cinque figli.  I due figli maggiori, mia madre, di 10 anni, e suo fratello  Virginio,  si misero a lavorare nel podere del nonno. Questi però alla sua morte, lasciò tutta la terra al figlio maschio, come spesso si faceva allora per non spezzettare la proprietà.

Questo zio Giuseppe, detto Iusfon, era molto più giovane della nonna Marcellina e forse era stato viziato dai genitori ormai anziani, fatto sta che non aveva molta voglia di lavorare la terra e la vendette per acquistare un’ osteria: la scelta più sbagliata per uno come lui, che amava banchettare con gli amici e rischiare grosso al gioco d’ azzardo. In poco tempo non rimase nulla degli antichi beni di famiglia e lo zio Iusfon lasciò il paese con la sua numerosissima prole. Questa vicenda rattristò molto la nonna Marcellina, che spesso ne parlava con dolore. 

Io me la ricordo quando lei, già  anziana, con in testa l’ immancabile fazzolettone nero legato attorno al capo, entrava in casa nostra lamentandosi del mal di testa di cui soffriva spesso e annunciando che ormai per lei era giunta la fine. Poi si sedeva su una seggiolina bassa e cominciava a fare la calza o a  intrecciare i trucioli per farne trecce lunghissime  che servivano a fare  cappelli  o  borse per l’ industria, allora fiorente, del truciolo di Carpi. In questo lavoro era velocissima e ricordo quei fili colorati che volteggiavano tanto vorticosamente  sotto le sue dita da non riuscire a seguirne il movimento. Ricordo anche di averla vista filare  con la conocchia e il fuso, proprio  come si vede solo nelle illustrazioni delle favole.

Poi una lunga malattia, di cui i suoi annosi mal di testa erano stati forse un campanello d’ allarme, le ha tolto la lucidità e l’ autosufficienza e i momenti che mi sono rimasti più impressi degli ultimi tempi vissuti con lei sono quelli del mattino, quando anch’ io a volte l’ aiutavo a pettinarsi e a vestirsi. Poi lei, vedendosi riflessa  nel grande specchio che sovrastava il comò, ma non riconoscendosi,  s’inchinava leggermente  e non mancava mai di dire: – Vedi quella signora? Mi sorride sempre! E’ proprio gentile!- Io mi sentivo allora riempire il cuore di pena e di tenerezza.

Era già ammalata quando morì uno dei suoi figli. Allora,  spesso andava sul terrazzo di casa, si fermava alla ringhiera con le mani giunte e, guardando in direzione del cimitero, mormorava  qualche parola non ben comprensibile, ma certo era una preghiera:  il suo cervello che ormai la rendeva estranea a tanti avvenimenti, aveva però registrato quel lutto che aveva straziato il suo cuore di madre.

Aiutateci a ricordare!!!

Per ricordare la fine della Grande Guerra (1918), il gruppo culturale Lazzati della Parrocchia di Arcellasco, invita i concittadini ad aprire cassetti e scatoloni alla ricerca di foto e documenti che ricordino quell’evento e, insieme, si vorrebbe riportare alla luce i momenti sereni e laboriosi degli anni a seguire. A questa iniziativa è stato dato il titolo di “GUERRA E PACE”.

War or Peace
War or peace

Chi volesse rispondere a questo appello, deve scrivere dietro ogni documento (foto, poesie, lettere, cartoline…): nome, cognome e numero di telefono, quidi consegnare il tutto in busta chiusa in SEGRETERIA PARROCCHIALE ENTRO LA FINE DI APRILE.

Il materiale eventualmente raccolto verrà utilizzato per una possibile mostra e/o un calendario; sarà cura del gruppo culturale conservare con cura ogni documento e restituirlo a conclusione dell’iniziativa.

Quaresima, tra tradizioni e superstizioni.

Anche qui è cominciata la Quaresima, che, nel rito ambrosiano, dura 4 giorni in meno rispetto al rito romano.   L’imposizione delle ceneri non avviene perciò di mercoledì, ma la domenica e vuole  richiamarci a un rinnovamento spirituale a un rinnovato impegno.

Pare che la celebrazione della Quaresima (da quadragesima) risalga al II secolo dopo Cristo e che allora prevedesse non solo  l’astinenza dalle carni, ma anche da altri alimenti di origine  animale come il latte, il formaggio e le uova, per tutto il periodo quaresimale.

Durante la celebrazione dei riti religiosi in questo periodo il sacerdote indossa paramenti viola e si dice che l’ avversione della gente di teatro per questo colore sia legata al fatto che in Quaresima anticamente erano proibiti gli spettacoli teatrali e questo per gli attori significava non realizzare incassi e soffrire la fame.

“Nel territorio salentino si personificava la Quaresima con un fantoccio di paglia, chiamato “Quaremma, Coremma o Caremma“. Il fantoccio aveva le sembianze di una donna, vestita di nero, con in mano il fuso e la conocchia, si esponeva all’esterno delle case, sulle terrazze o sui balconi. In altre zone dell’Italia Meridionale la Quaremma veniva appesa ad un filo che correva da una casa all’altra, di finestra in finestra, per le vie del paese, e poi, pubblicamente bruciata o sparata con il fucile il giorno di Pasqua. Dare fuoco alla Quaremma metaforicamente significa dare fuoco alla povertà, bruciare collettivamente la miseria” (da Quaresima e Quaremma).

Buona Quaresima a tutti!

70 anni fa.

Settanta anni fa nasceva la nostra Costituzione! Io penso a quei saggi che l’hanno redatta: provenivano da aree culturali molto diverse tra loro e  la mattina in Parlamento si dividevano in maniera feroce, ma nel pomeriggio riuscivano a dimenticare i loro contrasti per scrivere i principi fondamentali della convivenza civile nel nostro paese.

Penso a quei saggi e non posso che inchinarmi alla loro saggezza, frutto anche delle sofferenze patite negli anni della dittatura. E, mentre penso a loro, mi viene alla mente quasi involontariamente il confronto con i nostri politici di oggi, che non sanno dimenticare gli interessi particolari in nome dell’interesse generale, che non sanno superare le proprie piccole ambizioni e non sanno guardare oltre il proprio orticello. Continuano a dividersi su tutto anche all’interno dello stesso partito.

La Costituzione ha quasi la mia stessa età e forse mostra qualche piccola ruga, ma ciò non toglie che sia un patrimonio prezioso di cui dobbiamo essere grati ai nostri padri e che potremo  consegnare con orgoglio ai nostri nipoti.

 

La notte di Guy Fawkes

guy-fawkesMentre sto scrivendo, continuano (da ore ormai) a esplodere in tutti i quartieri i fuochi d’artificio: è la notte di Guy Fawkes, ricorrenza festeggiata in tutto il Regno Unito e nelle ex-colonie.

Era il 1605 e il cattolico Guy Fawkes con alcuni compagni aveva predisposto un attentato al Palazzo di Westminster: voleva farlo saltare in aria durante la cerimonia di apertura del parlamento presenziata dal re Giacomo I. Una lettera anonima però svelò la congiura e Fawkes fu arrestato e torturato; insieme a lui furono impiccati o decapitati tutti i congiurati.

Da allora la ricorrenza viene festeggiata con fuochi d’artificio, mentre sui falò viene bruciato un fantoccio di stracci che rappresenta il traditore Guy Fawkes.

Un CIF da riscoprire (e il detersivo non c’entra…).

donne-del-cifEra il 1944. L’Italia era in piena guerra civile e, mentre gli uomini combattevano con le armi in pugno, le donne non stavano certo alla finestra ….C’erano le donne che lavoravano nelle fabbriche o sui mezzi pubblici, quelle che facevano parte dei gruppi partigiani e quelle che pensavano già al dopo, a quando la guerra sarebbe finita….

In quella situazione nacque il CIF (Centro Italiano Femminile …..da non confondere col noto detersivo….). Un gruppo di donne, di ispirazione cattolica, si riunì per dare vita a un’associazione che aveva come obiettivo la collaborazione con qualunque istituzione o associazione si prefiggesse di ricostruire materialmente , moralmente, politicamente e socialmente questo nostro paese distrutto da tanti anni di guerra e di dittatura.

Il CIF si diffuse in tutte le regioni e si dedicò all’assistenza di reduci e orfani di guerra, a promuovere tra le donne la coscienza dei propri diritti e del proprio valore sociale, a partecipare attivamente al dibattito politico in campo nazionale e internazionale.

Al mio arrivo a Erba ebbi notizia delle molteplici attività svolte dal CIF cittadino, poi il mondo anche femminile cominciò a correre vorticosamente e del CIF non sentii più parlare a lungo. Qualche tempo fa però, venni a sapere che se a Erba funziona tanto bene la benemerita Università della Terza Età si devono ringraziare soprattutto il Cif e le sue aderenti, che hanno profuso energie e ingegno senza risparmiarsi.

Oltre a questo, a Erba il CIF comunale e quello di Como organizzano e sostengono i corsi di “Volontariamo”, rivolti ai ragazzi delle Scuole superiori, sensibilizzando i giovani verso quel mondo di associazioni che si dedicano al sostegno di  quelli coi quali la vita è stata piuttosto avara e che per questo hanno bisogno della solidarietà altrui.

Fosse anche solo per questo, il CIF merita di continuare a vivere e di essere riscoperto.

 

Cuori grandi.

Uno studioso di storia locale raccontava una sera un fatto accaduto molto tempo fa nei dintorni di Erba.

Un giovane era stato ucciso, ma il suo assassino non era mai stato individuato; qualche tempo dopo arrivarono in paese dei predicatori e durante una delle loro prediche sulla necessità di convertirsi, l’assassino confessò pubblicamente il suo delitto e chiese perdono ai genitori della sua vittima. Questi, riconosciuta la sincerità del pentimento del giovane, non solo lo perdonarono, ma lo adottarono e lo accolsero nella loro casa.

Dopo aver ascoltato questo racconto avevo pensato che queste cose potevano accadere solo nel passato, in una società radicata a valori semplici e forti, ma oggi devo ricredermi: ci sono ancora persone capaci di gesti eroici, capaci di accogliere nel loro cuore le miserie altrui, di superare il ricordo del male ricevuto e di rendere bene per male.