Nostalgia dipinta di blu.

Entriamo, dopo un tortuoso percorso per individuarne l’entrata, nella struttura di riabilitazione che ospita una cara collega della mia  amica L., che vuole portarle gli auguri di Buona Pasqua.

La troviamo nella sua carrozzina, intenta a giocare a tombola con molti altri ospiti, ma lei lascia subito  il tavolo e le cartelle per venire in una saletta attigua a chiacchierare. E’ molto felice della visita e ben presto cominciano gli “a m’arcord”. Erano entrambe due giovani maestrine,  sessant’anni fa, e nel tragitto in auto che le portava al paesino in cui si trovava la loro scuola, non facevano che cantare le canzoni di Domenico Modugno, in particolare “Nel blu dipinto di blu”, e la loro passione per quella musica era tale che persino l’automobile, che era blu, fu chiamata “Domenica”.  Nella conversazione fitta tra le due, affioravano i nomi di colleghe più o meno care o di amici per cui avevano nutrito simpatia e la voce si incrinava nel ricordo di tanti che ormai non ci sono più.

Esaurita la carica di emozione dell’incontro, la conversazione verte sul presente e allora ecco la nostalgia per la propria casa, il rammarico di non poter più gestire da sè la propria pensione e di dover chiedere il permesso ai parenti per fare un piccolo regalo o un po’ di beneficenza…. “….Ma sono soldi miei” diceva e gli occhi le si inumidivano: la sofferenza maggiore non è per la menomazione fisica, che impedisce di muoversi liberamente, ma per la perdita dell’autonomia, per dover dipendere dagli altri, per  avere accanto persone talmente invalide da non poter sostenere un dialogo qualunque …. Quando  cominciano i saluti, è doloroso vedere con quanta insistenza vorrebbe trattenerci ancora…. La struttura è bella ed accogliente, l’assistenza è certo ad un ottimo livello, ma la nostalgia per un tempo che non può più tornare fa salire un nodo in gola a tutte e tre.

Era il fratello maggiore….

Oggi sarebbe il tuo compleanno e per ricordarti voglio riportare qui uno dei  ricordi che più frequentemente rievocavi….

americani in SiciliaEra il 1943 e gli Alleati avevano occupato la Sicilia procedendo lentissimamente per rischiare il minor numero di soldati, ma senza curarsi delle sofferenze della popolazione che doveva sopportare i disastri che i bombardamenti infiniti producevano su cose, animali e persone. Suo padre era andato in guerra come volontario lasciando a casa una moglie e 4 figli di cui lui, Giuseppe, era il maggiore. Soldi in casa non ce n’erano e c’era anche poco da mangiare; quando si poteva arrangiare qualcosa erano sempre patate : bollite, arrostite, fritte, in umido….ma sempre patate…. Giuseppe allora si ingegnò a vendere vino ai soldati americani. Una signora di sua conoscenza glielo forniva e lui lo portava a un militare con cui aveva stabilito dei contatti. Il ricavato era per comprare la farina, qualche uovo , un po’ di olio. Un giorno però qualcosa andò storto: forse la donna che procurava il vino era rimasta a corto di rifornimenti e probabilmente lo aveva annacquato….così quando Giuseppe tornò dal soldato, si vide accogliere con un’arma puntata e con  parole minacciose, che nemmeno riusciva a capire…. Lui ebbe molta paura e scappò a gambe levate col cuore che gli scoppiava in petto.

Tra i ricordi di guerra, quali i crampi di stomaco provocati dalla fame, i bombardamenti provenienti dalle navi militari e dai carri armati , le mine antiuomo, questo era quello che raccontava con una certa soddisfazione pensando forse che aveva fatto quello che era nelle sue possibilità come fratello maggiore….

Ai tempi del Papa Re….

Avevo già sentito parlare di questa storia che  fa rabbrividire ed è tanto assurda da sembrare incredibile, poi l’ho ritrovata in un libro che sto leggendo sull’antisemitismo.

E’ accaduto a Bologna nel 1858, poco prima della seconda guerra di indipendenza. Una mattina i soldati pontifici fanno irruzione in casa di una famiglia ebrea, i Mortara, e sequestrano il piccolo Edgardo. Figurarsi il dramma dei genitori, che riescono a far pubblicare la notizia del rapimento sulla stampa nazionale e straniera.  Perfino l’imperatore d’Austria , Francesco Giuseppe, e l’imperatore francese Napoleone III cercano di intercedere presso Papa PioIX , ma tutto è inutile: il Papa risponde con due terribili parole “Non possumus” (non possiamo).

Il motivo di quel sequestro è quantomeno sbalorditivo, almeno per noi oggi: il bimbo all’età di un anno è stato battezzato di nascosto dalla domestica cristiana. Questa confida il suo segreto al confessore , che denuncia il fatto ai superiori ed essi si avvalgono di una legge dello Stato Pontificio che consente di togliere a genitori non cristiani i figli battezzati.

Il bimbo viene portato a Roma ed educato in un istituto religioso; al raggiungimento della maggiore età gli viene data la possibilità di scegliere tra cattolicesimo ed ebraismo….naturalmente il giovane che non ricorda più nulla della sua primissima infanzia, opta per restare cattolico e continuare la sua carriera ecclesiastica.

Fortunatamente al giorno d’oggi una storia così non è nemmeno lontanamente ipotizzabile, perchè è cambiato il modo di intendere i rapporti tra religioni diverse e in particolare tra ebrei e cristiani.

Una volta la cosa più spregevole che si potesse dire di una persona era questa (e l’ho sentita più volte con le mie orecchie quando ero piccola): -E’ peggio di un ebreo!!!-  Quelli che la liturgia di un tempo chiamava “i perfidi ebrei” ora sono chiamati fratelli maggiori…. non è vero che questo mondo va sempre peggio, qualche miglioramento è stato fatto…

C’è un giudice…

martello del giudiceUn giudice di New York ha bloccato l’esecuzione del decreto di Trump contro gli ingressi di  gente proveniente da alcuni paesi musulmani. Viene subito da dire : C’è un giudice a New York!!!- parafrasando il detto “c’è un giudice a Berlino” e  volendo significare che alla fine la giustizia ha trionfato.

Ma come nasce questo detto? Guardando sulla rete ho scoperto una storia molto interessante svoltasi alla fine del 1700 in Prussia: Arnold, un mugnaio si vide togliere l’acqua che azionava il suo mulino da un proprietario terriero che aveva deviato il corso del fiume. Non potendo più macinare, non poteva più pagare l’affitto al padrone del mulino, che dopo un po’ gli impose lo sfratto. Arnold e sua moglie convinti di essere dalla parte della ragione ripetevano :c’è un giudice a Berlino ! E cominciarono una lunga battaglia legale, in cui ebbero più volte sentenze sfavorevoli, ma alla fine riuscirono a farsi ascoltare dal re Federico, che rese giustizia ad Arnold e condannò i giudici che avevano emesso sentenze inique.

E’ una bella storia, che però non ha un lieto fine, perchè alla morte di re Federico, il suo successore, per ingraziarsi la nobiltà, annullò quella sentenza e Arnold perse il suo mulino.

Ricordando don Ireneo…

Leggo sul quotidiano on line Erbanotizie che è morto padre Ireneo, il cappellano dell’Ospedale Fatebenefratelli di Erba. Aveva 97 anni .

Ho di lui un ricordo che spesso mi si riaffaccia alla mente. Quand’ero più giovane avevo spesso bisogno di momenti di “revisione” del mio motore, cioè avevo bisogno di piccoli interventi chirurgici che necessitavano il ricovero ospedaliero. Quando ero all’ospedale di Erba , vedevo ogni sera arrivare in reparto don Ireneo: non molto alto, magro, capelli bianchi corti e sorriso cordiale sulle labbra. A ognuno rivolgeva una parola buona e si informava dei motivi del ricovero.

Ricordo che una sera , nel bel mezzo della solita conversazione, disse  a un certo punto: ” Vede signora, se chiedo agli uomini come stanno, cominciano subito a raccontarmi le loro pene, le loro sofferenze con molti particolari; se faccio la stessa domanda alle donne, queste parlano soprattutto della preoccupazione di aver dovuto lasciare soli i figli, il marito e gli altri familiari…..”

Con queste poche parole, padre Ireneo aveva fatto un elogio molto bello alle donne, che sovente sono  attente più  alle esigenze di coloro che amano  che alle proprie.

 

Le mondine.

Oggi su Rai3 ho seguito un’interessante trasmissione che parlava degli scioperi delle mondine nei primi anni del novecento.
Mi sono ricordata immediatamente di una vicina di casa di quando ero piccola: era andata in Piemonte a fare la mondina e al suo ritorno aveva le gambe completamente martoriate da piaghe e punture di insetti e raccontava episodi che testimoniavano la vita durissima di quei 40 giorni. Quelle donne stavano immerse nell’acqua sotto il sole, a combattere contro sanguisughe, bisce e zanzare e a sera dovevano accontentarsi di un pagliericcio per dormire: queste condizioni di lavoro le hanno indotte a combattere con estrema determinazione contro lo sfruttamento, ottenendo il riconoscimento di diritti, come le otto ore e la parità di salario con gli uomini, che altre categorie conseguirono solo molto più tardi.

Molto eloquente è la testimonianza che ho trovato in questo sito e che riporto qui di seguito:

Lei era una locale, una mondina del posto, nelle risaie ci è andata appena terminata la quinta elementare e ha continuato fino all’avvento dei diserbanti. Racconta «Avevo dieci anni, mi presero per portare le botticelle d’acqua alle ragazze che lavoravano, poi ho cominciato anch’io a mondare. Facevo un’ora in meno, perché davo una mano a pelare le patate e a pulire le verdure in cucina». I ricordi di Rosa sono ricordi di sanguisughe che si attaccavano alle gambe, di bisce d’acqua repellenti, di insetti che mordevano provocando un bruciore fortissimo. Le sue parole somigliano al copione di un film «Le forestiere, come le chiamavano tutti, scendevano dai treni che arrivavano soprattutto dall’Emilia, poi salivano sui carri per andare alle cascine. Lì firmavano il contratto e ricevevano un cappello per il sole e il chinino contro la malaria. A noi locali bastava un’ora di bicicletta ed eravamo sul posto di lavoro». Quanto guadagnava una mondina? Rosa scuote la testa e si lascia andare a un sospiro eloquente «Cinque lire e un chilo di riso per dieci ore (negli anni ’50, ndr). La fatica era tanta, ma c’era anche tanta allegria. Nei quaranta giorni si vedevano centinaia di donne piegate sulle piantine con i cappelli in testa. Lavoravano e cantavano in coro. Durante la sosta del pranzo le forestiere raccontavano pettegolezzi e fatti divertenti sui loro paesi. Venivano in risaia per guadagnare soldi e per starsene un po’ lontane da casa». Cosa si mangiava a pranzo e a cena ? «Riso, riso, riso. Pasta la domenica, ogni tanto la frutta raccolta sugli alberi. Il brodo fatto con le ossa del maiale, che ricordava il sapore della carne, era un lusso. La sera, chi non andava a dormire correva a ballare. C’era sempre una fisarmonica che suonava, e ai ragazzi del posto le mondine piacevano molto. Li vedevi passare tra le risaie in bicicletta e in lambretta, guardavano le forestiere, ci parlavano, davano appuntamento. Molte si sono sposate e sono rimaste qui».

La Sagra di Carpi.

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Questa è la chiesa di S. Maria del Castello, detta La Sagra, la più antica chiesa di Carpi.
E’ qui che mi sono sposata 47 anni fa in una mattina di grande freddo come oggi, ma allora c’era la neve.
Risale all’ ottavo secolo dopo Cristo ed è stata poi ricostruita nel corso del XII secolo. L’ interno è in perfetto stile romanico, mentre la facciata è di tipo rinascimentale. Essa sorge accanto a una imponente torre alta oltre 49 m. e poco distante sorge il Castello dei Pio , che domina la bella piazza antistante.

Da molto tempo non vedo questa chiesa , ma dovrò visitarla di nuovo a breve, appena mi sarà possibile.

I cappelletti

Questa mattina devo fare i cappelletti che congelerò per utilizzarli nelle prossime feste ed ecco che i ricordi affiorano……

In casa mia il piatto della domenica  erano i quadrucci  o le farfalline in brodo di carne cui seguiva la consumazione del lesso con contorno di cipolline e sottaceti vari o insalata russa; a volte però il lesso veniva consumato la sera della domenica e veniva perciò sostituito dal pollo arrosto, che mia madre cucinava in modo squisito.

Solo nelle feste solenni, come Natale, Pasqua, Capodanno, ferragosto, o il santo patrono del paese, si facevano i cappelletti.  Ricordo di essere stata mandata anch’ io qualche volta dal macellaio a comperare “un pezzo di polpa per fare lo stracotto”  Così il mattino dell’ antivigilia della festa mia madre prendeva il pezzo di carne , lo metteva in una casseruola capiente con carota, sedano, aglio, cipolla, prezzemolo .garofano, cannella e lo faceva andare un po’ sul fuoco con un pezzo di burro, poi lo copriva con acqua e lo portava a ebollizione, quindi  abbassava la fiamma dopo aver messo il sale  …..

Già al primo bollore la casa cominciava a riempirsi di quei profumi che ti facevano pregustare non solo i cappelletti, ma anche l’ atmosfera della festa che stava per arrivare. La pentola continuava a borbottare per molte ore, finche il liquido di cottura si era ristretto quasi del tutto (quasi,  cioè poteva restarne un dito nel fondo della pentola).

A questo punto la carne , tenerissima, veniva tritata finemente su un tagliere e rimessa poi nella pentola per amalgamarsi col suo sugo di cottura. Si aggiungeva parmigiano a volontà e anche pane grattugiato. Il ripieno dei cappelletti era pronto.

La mattina della vigilia si comincuiava a preparare la sfoglia: la farina di grano tenero veniva posta sulla spianatoia a forma di cratere, nel quale trovavano posto le uova sgusciate. La pasta doveva essere non troppo dura per poter essere spianata facilmente, ma neanche troppo tenera, altrimenti si sarebbe appiccicata al mattarello. Mia madre, che si dedicava all’ incombenza della pasta fatta in casa fin da quando era poco più che una bambina, aveva un’ abilità sorprendente nel manipolare l’ impasto e in seguito il mattarello volteggiava sapientemente tra le sue mani . In breve  la pasta si assottigliava docilmente allargandosi sempre più. Ricordo che per controllarne lo spessore, mia madre la guardava in controluce dopo averla parzialmente arrotolata sul mattarello.  Quando il suo occhio esperto si riteneva soddisfatto, cominciava a tagliare le pastelle con la rotella dentata e le porgeva alla squadra dei riempitori: io e le mie sorelle in prima fila con l’ aiuto della nonna Marcellina, mentre mio padre si occupava della chiusura delle pastelle riempite e richiuse a triangolo.  Mia sorella maggiore era sempre la più veloce, mentre io mi attardavo spesso ad assaggiare il pesto o a eliminare , mangiandoli, i cappelletti mal riusciti.

Mio padre, dopo aver richiuso i cappelletti con vera maestria, li metteva tutti perfettamente allineati sulla tovaglia, come tanti soldatini, tanto che alla fine, con una semplice moltiplicazione si sarebbe potuto  calcolarne il numero con precisione.!!  E guai a chi avesse osato rovinare la sua domestica piazza d’ armi …

Il giorno della festa, si cominciava la mattina a preparare il brodo con il manzo e la gallina e a mezzogiorno a tavola tutti si riempivano i piatti fino all’ orlo e qualcuno faceva anche il bis

Un lavoro di gruppo.

WP_20161206_13_24_04_Pro

WP_20161206_13_21_20_ProCome ho già avuto modo di dire, il gruppo culturale, di cui faccio parte, si è occupato di redigere un calendario particolare per le famiglie della parrocchia di Arcellasco.

E’ particolare perchè riporta 12 foto donate da famiglie del luogo ,scelte in base ai voti conseguiti nel corso di una mostra allestita in estate. Ogni foto è accompagnata da una frase , scritta con grande sensibilità e , direi, poesia dallo psicologo del gruppo.  Inoltre a ognuna di esse è stato abbinato  un modo di dire o un proverbio brianzolo con relativa traduzione.

In fondo a ogni pagina è stata poi sintetizzata in dodici “tranches” la storia di Arcellasco, desunta dal “Chronicum”, il diario dei parroci succedutisi nei secoli messo a disposizione da chi con amore custodisce le memorie della parrocchia.

E’ stato un bel lavoro di gruppo in cui ognuno dei collaboratori ha cercato di dare il meglio e il risultato mi pare apprezzabile, che ne dite?

P.S. La foto in alto documenta il periodo d’oro della nostra città, quando tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900 era meta della nobiltà milanese che trascorreva qui le vacanze e i fine settimana nelle numerose ville di sua proprietà.

La seconda foto ricorda un “patriarca” del luogo.

Guardando “La classe degli asini”

Ieri sera ho seguito la fiction televisiva “La classe degli asini” con Flavio Insinna e Vanessa Incontrada. La vicenda, che si ispira a una storia vera, è ambientata a Torino nei primi anni 70 del secolo scorso e tratta del problema dell’inserimento nelle scuole pubbliche dei bambini con difficoltà, che fino ad allora erano stati confinati , o per meglio dire ghettizzati, nelle scuole differenziali. Guardando quelle immagini mi sono venuti in mente alcune vicende di cui sono stata testimone o protagonista.

Ero appena diplomata e impartivo qualche lezione privata: tra i miei alunni, per qualche tempo ebbi anche una bambina delle elementari che aveva dovuto subire un intervento piuttosto serio per ovviare a difficoltà di deambulazione. La mamma doveva portarla a scuola in carrozzina , ma aveva bisogno di aiuto per entrare nell’edificio,  costruito in epoca fascista, dato che vi si accedeva tramite una scalinata. La mamma non poteva certo da sola portare bimba e carrozzina e chiese alla scuola se qualcuno avesse potuto aiutarla. Non trovò nessuna collaborazione nè tra gl’insegnanti nè tra il personale ausiliario; solo un genitore, che aveva anche lui problemi di deambulazione si offrì per dare una mano a quella bimba e a quella mamma.

Una decina di anni dopo, insieme ad altre due colleghe, dovemmo inventarci le classi aperte, come si diceva allora, per far fronte all’inserimento di un numero notevole di bambini con handicap provenienti da un istituto adiacente alla scuola. Forse la mossa era stata suggerita dal tentativo di farci alzare bandiera bianca di fronte alla difficile situazione, ma noi  cominciammo a suddividere i bambini in piccoli gruppi e a farli ruotare su diverse attività nei vari momenti della mattinata; spostavamo gli  arredi per adibire le aule a palestra o a laboratorio di pittura e i bambini collaboravano a trasportare carrozzine e materiali vari. Fu un momento di grande impegno  professionale, che fu possibile portare avanti solo grazie alla determinazione di noi tre insegnanti, visto che l’esperimento non era visto di buon occhio da colleghi e superiori. Poi venne la visita dell’ispettore, che approvò il nostro modulo operativo.

Dopo poco tempo fu approvata la legge che prevedeva l’inserimento di un bambino con handicap in classi con numero limitato (non oltre 20) di alunni. Per quei tempi era una legge all’avanguardia…ora non so bene come stiano le cose.