Forse non tutti sanno che…

Forse non tutti sanno che esiste anche qui a Erba l’associazione ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà), che si occupa di promuovere diverse attività  culturali e assistenziali, tra le quali è anche previsto un servizio di trasporto per per persone che abbiano bisogno di andare in ospedale o in altre strutture sanitarie per fare visite mediche, o cicli di cure.

Qui a Erba la sede è presso la CISL. Per poter usufruire del servizio trasporto, bisogna associarsi (10 euro annuali) e avvertire per tempo della data in cui se ne ha bisogno. E’ anche previsto un costo minimo in rapporto al chilometraggio.

Io non conoscevo questo servizio e penso che molti non lo conoscano.  Certamente si può ricorrere a figli e parenti in certe situazioni, , ma quando i tempi si allungano, dà serenità sapere che ci si può rivolgere ai benemeriti volontari dell’ANTEAS .

In fondo al mare.

E’ finita in fondo al mare. Voleva offrire al suo piccolo un’opportunità di vita dignitosa. Non sappiamo se fuggiva dalla povertà o dalla guerra, certo doveva aver pensato che doveva esserci un posto in cui crescere il suo bimbo senza l’orrore della violenza o senza i morsi della fame che attanaglia i visceri.

Ci vuole coraggio e una grande disperazione per lasciarsi alle spalle il proprio paese, i propri amici, la propria famiglia di origine, ma se con questo puoi evitare a tuo figlio gli stenti che tu stessa hai sofferto, il coraggio ti viene e accetti anche il rischio che un viaggio per mare su una barca fatiscente comporta: in fondo la morte non è il peggiore dei mali.

E quella donna di cui non sapremo forse mai il nome è salita su quella barca stringendo a sè il suo bambino e così li hanno trovati: stretti l’uno all’altra per sempre.

Giovani andate a votare!

In questo articolo di Avvenire (che potrete leggere cliccando QUI), viene ben analizzato il fenomeno del disinteresse dei giovani per la politica.

Lo abbiamo visto anche qui a Erba: i giovani che si sono candidati non hanno ottenuto molti consensi, ma è logico:  i loro coetanei disertano le urne e  le persone mature o anziane, che vanno a votare, non li conoscono.

I ragazzi si trovano da sempre a vivere in un paese democratico e danno per scontato ciò che  i giovani delle generazioni precedenti hanno conquistato a prezzo di lotte dolorose e, a volte, della vita.

E’ vero, la politica spesso si dimentica dei giovani, ma questo non cambierà fino a quando i giovani non diventeranno una platea di elettori interessante di cui catturare l’attenzione e l’interesse.

Chapeau!!

Mentre qui in Italia la campagna elettorale della destra è caratterizzata dalla gara a chi promette sempre meno tasse (c’è chi parla del 23% e chi rilancia al 15% senza fare alcun accenno a come poi far quadrare i bilanci), una giovane ereditiera austriaca dichiara di rinunciare alla sua miliardaria eredità. E non è una “boutade” dell’ultimo minuto per guadagnare un po’ di spazio sui giornali, infatti ha fondato il movimento “TASSATECI SUBITO” che chiede ai governi di tassare i grandi patrimoni per combattere le ingiustizie sociali sempre più accentuate.

“Chapeau!!” a questa ragazza e ai giovani che hanno aderito al suo movimento.

Sfruttati e sfruttatori.

Quanto è spregevole chi approfitta della debolezza altrui per sfruttarlo e trarne profitto!! Spesso queste situazioni restano nascoste: lo sfruttato teme le reazioni del suo sfruttatore e spesso sa di non essere tutelato adeguatamente dalle istituzioni.

Ma questa ragazza si è ribellata e il suo “datore di lavoro” andrà certamente incontro a dei guai.

Non pensiate però che lo sfruttamento più bieco sia riservato solo ai lavoratori clandestini o agli immigrati in genere. Cosa dire di quei professionisti (avvocati, architetti, et similia) che pagano i propri praticanti 500 euro al mese per 8/10 ore al giorno magari con trasferte in luoghi diversi dalla sede di lavoro con mezzi propri?

Questi sfruttatori in giacca, cravatta e targhetta luccicante al citofono non fanno che reiterare lo stesso sfruttamento cui sono stati sottoposti in gioventù, ma questo non fa che scoraggiare i giovani più meritevoli, che alla fine decidono di cercare altrove (all’estero) condizioni di lavoro più dignitose.

Credo che lo sfruttamento dei lavoratori, a qualunque livello, sia un peccato che grida vendetta verso il Cielo.

A proposito di “ius scholae”.

Si sta discutendo di “ius scholae”, cioè della possibilità di poter ottenere la cittadinanza italiana se si è compiuto un ciclo di studi in Italia.

Io credo che se un bambino o una bambina  frequenta regolarmente la scuola, cresce insieme ai nostri ragazzi, impara la nostra lingua, conosce la nostra cultura e la accetta, ha tutto il diritto di sentirsi italian/a e di essere trattato/a come tale.

In caso contrario questi nuovi cittadini  cresceranno sentendosi sempre degli estranei, dei fuori posto, degli emarginati e può covare in loro un senso di ribellione verso la società che li tratta da “diversi”, col risultato di avere poi tra noi dei giovani arrabbiati e ribelli.

La nostra è una società che invecchia sempre di più ( nascono sempre meno bambini ) e poter contare sull’apporto di giovani contenti di contribuire al benessere comune può solo essere un bene per tutti noi.

Per saperne di più sui contenuti della proposta di legge,  cliccare QUI

Bambini deportati.

La guerra è un orrore da qualunque punto di vista la si consideri: è terribile pensare ai giovani militari e ai civili disarmati caduti sotto i bombardamenti, è altrettanto terribile pensare alle sofferenze e alle privazioni di chi  vede la propria casa e tutti i propri averi distrutti da bombardamenti insensati, ma fa rabbrividire ancora di più quello che si dice in questo articolo di “Avvenire”.

Il fatto di vivere in un paese in guerra toglie ai bambini ogni possibilità di andare a scuola, di giocare all’aperto, sono spaventati dalle distruzioni, dal fragore delle bombe e degli allarmi, devono affrontare la scarsità di cibo per l’interruzione dei rifornimenti e tutto questo è terribile anche se vissuto vicino ai propri cari.

Ma la deportazione dei bambini dai territori occupati in orfanatrofi russi ha per me qualcosa di diabolico. Non posso immaginare cosa sia per i bambini deportati sentirsi sradicati da ogni relazione affettiva: genitori, familiari, amici, casa, i propri giochi e le proprie abitudini, la propria lingua….

Credo che un tale crimine possa essere concepito solo da uno Stato totalitario, senza nessun rispetto per i diritti umani, diretto da persone  spietate.

Film: La Tempesta di sabbia.

La vita dei beduini non è facile, in un ambiente naturale ostile che offre ben poche risorse; ma se poi sei una donna, allora tutto si complica enormemente: non c’è altra via che soggiacere a regole tribali vecchie di millenni, imposte dagli uomini, senza alcuna considerazione per i diritti delle donne e per i loro sentimenti.

La storia inizia su una strada che attraversa una zona desertica. Un’auto la sta percorrendo e al volante c’è una ragazza; al suo fianco c’è il padre che le fa da istruttore di guida. Subito si pensa che si tratti di un padre affettuoso, e dalla mentalità aperta, tanto più che di lì a poco si viene a sapere che la ragazza, Layla, frequenta regolarmente la scuola. Ma ci si deve subito ricredere: questo padre  sta per sposare una seconda volta e questo getta nella disperazione Jalila, la prima moglie, mamma di Layla.

Mentre l’uomo è  in viaggio di nozze, una telefonata porta lo scompiglio tra madre e figlia: a chiamare è un ragazzo che Layla ha conosciuto a scuola. I due sono innamorati, ma sanno bene che le leggi tribali non consentono loro di sposarsi. La madre, dopo questa scoperta diventa la nemica della figlia e le proibisce di andare a scuola e di incontrare il ragazzo, che però cerca inutilmente di ottenere il beneplacito della famiglia. Il padre allora combina subito un matrimonio per Layla con uno sconosciuto. A questo punto la madre si ribella: vuole un buon matrimonio per la figlia e ha un durissimo scontro col marito, che a quel punto la ripudia.  Layla sa che per sua madre e per le sue tre sorelle si prepara un ben triste futuro e allora va dal padre e accetta di sottomettersi al matrimonio combinato se lui riprende con sè la moglie e le figlie.

E’ un film con pochissimi personaggi, ambientato in un villaggio in mezzo al deserto; i dialoghi sono essenziali ma efficaci. Ha il merito di mettere a fuoco il dramma che tante donne vivono ancora oggi, là dove nessuna dignità e nessun diritto è loro riconosciuto.

 

A Erba si vota per eleggere il sindaco.

Ho avuto l’opportunità e il privilegio di seguire l’iter che ha portato alla stesura di un programma unico per il centro sinistra e alla scelta del candidato sindaco per la nostra città.

Ho visto mettere in campo tanto impegno, tanta tenace fiducia nei valori della democrazia, tanta capacità di mettere a fuoco i problemi della città e di individuare le possibili soluzioni.  Tracciate le linee generali del programma si doveva trovare la persona giusta che potesse farle proprie e proporle in modo credibile ai nostri concittadini e a questo punto è partita un’intensa opera di mediazione con le diverse personalità che parevano le più adatte al ruolo.

Non era facile proporre un’impresa che poteva sembrare senza possibilità di riuscita, ma l’insistenza della squadra del PD alla fine è riuscita a convincere una persona che pare proprio la più giusta per la situazione attuale della città: competente ed esperta di problemi amministrativi, umile e capace di ascolto, sguardo deciso sui problemi da risolvere e concretezza nelle soluzioni proposte.

Chissà se gli erbesi sapranno apprezzarlo?

Il senso di responsabilità.

Avevo forse 20 anni, un diploma fresco in tasca e la prospettiva di dover aspettare parecchio tempo prima di avere l’occasione giusta per  il lavoro di insegnante cui aspiravo. Per questo coglievo, insieme ad alcune amiche, tutte le occasioni per partecipare a corsi che arricchissero il mio curriculum.

Eccomi perciò iscritta a un corso per la gestione dei centri ricreativi. Le proposte sono interessanti: giochi di movimento, canto corale, modellaggio ecc. Entrando in palestra naturalmente ci si doveva cambiare le scarpe e indossare una tuta.

Un giorno, una delle dirigenti del corso, all’inizio delle attività, quando eravamo tutte presenti per pianificare la giornata, ci fece una ramanzina che diceva pressappoco così:

“Gentili signore e signorine (eravamo tutte donne), sono certa che le vostre case siano ben ordinate e che nemmeno un granello di polvere sfugga al vostro occhio vigile, ma devo purtroppo farvi notare che il vostro comportamento qui, in questo centro, non corrisponde alle vostre abitudini individuali. Pertanto vi prego di curare le vostre cose, di tenerle in ordine e di consentire la regolare fruizione degli spazi a nostra disposizione.”

E’ proprio così, nel gruppo il senso di responsabilità personale si attenua, si diluisce, perchè non ci sentiamo direttamente individuabili e perchè ci uniformiamo troppo facilmente ai cattivi esempi di chi ci sta accanto (perchè solo io devo comportarmi bene?).

In questi giorni i giornali riportano vari episodi di “reati” perpetrati da ragazzi (e sempre più spesso anche da ragazze)  che nel branco compiono azioni che mai commetterebbero da soli. Bisogna educare, in famiglia e a scuola, i nostri ragazzi a chiedersi sempre: farei questa cosa se ci fosse qui mia madre o mio padre? sono sicuro di poter raccontare ciò che sto facendo senza vergognarmi di me stesso?