Film: I fiori di Kirkuk.

i-fiori-di-kirkuk“I fiori di Kirkuk”è un film ambientato nell’Iraq di Saddam Hussein, che tanto ha perseguitato l’etnia curda.

Najla, una ragazza irachena, che sta studiando medicina in Italia, torna nel suo paese per cercare il ragazzo curdo di cui si è innamorata all’università e che ora non dà più notizie di sè. Lo trova in una cittadina curda, ormai clandestino e ricercato dalla polizia; per questo lui vuole troncare la loro relazione, che può essere pericolosa per entrambi. Najla però non ci sta e vuole condividere la lotta del popolo curdo. Accanto a questo tema, il regista evidenzia anche lo stato di totale soggezione della donna nello stato iracheno: non solo non può decidere del suo patrimonio, ma non può nemmeno scegliersi il marito che vorrebbe sposare.

Najla, arruolandosi nell’esercito iracheno, riesce a salvare il suo innamorato, ma non riuscirà a salvare se stessa.

Najla sta ad impersonare lo spirito di tolleranza e di convivenza che dovrebbe governare la relazione tra etnie diverse e il regista sembra volerci dire che è dalle donne che verrà la pace.

Appuntamento al cinema.

E’ consuetudine all’UTE promuovere la capacità di leggere il linguaggio cinematografico (a diversi livelli) promuovendo la discussione su immagini di film non propriamente di botteghino, non molto conosciuti, ma senz’altro validi dal punto di vista artistico e dei contenuti.

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Immagine da: I fiori di Kirkuk

Il tema scelto per il ciclo di proiezioni di quest’anno è: “ANCORA UN CERTO MONDO FEMMINILE” e i film che Don Ivano ha scelto per noi sono i seguenti:

  •  12 febbraio  –  I FIORI DI KIRKUK  –  regia di Fariborz Kamkari – (2010).
  •  26 febbraio –  IL SEGRETO DI ESMA. – regia di Jasmila Zbanic –  (2006).
  •  12 marzo –  LETTERE DI UNO SCONOSCIUTO – regia di Zhang Yimou  (2014)
  • 19 marzo –   LEA – regia di Marco Tullio Giordana (2015).

Se si dà uno sguardo alle recensioni, si capisce che ogni pellicla presenta una tematica molto attuale e interessante. Il primo appuntamento è per le 14.30 di lunedì prossimo. Venite numerosi e non ve ne pentirete!!!

 

Film: WONDER.

wonderEssere diversi è sempre difficile, soprattutto quando si è bambini e non ci si può rendere pienamente conto delle situazioni difficili in cui ci si viene a trovare e non si possono capire le reazioni di rifiuto o di faticosa sopportazione di chi ti sta vicino. Per questo a chi è già stato  trattato male da madre natura si richiede non solo il coraggio di accettarsi per quel che  è, ma anche quello di farsi accettare, nonostante tutto, dagli altri.

E’ questo il tema del film “WONDER” che ho visto oggi insieme a Samuele. Il protagonista è Auggie (diminutivo di August), un bambino affetto da una malattia rara che impedisce al suo viso di essere normalmente armonico e funzionante e per questo ha dovuto sottoporsi fin da piccolo a una serie infinita di interventi chirurgici e non ha potuto frequentare le scuole: alla sua istruzione ha provveduto sua madre, che per lui ha stravolto la sua vita. Ora però la madre di Auggie vuole  inserirlo nella scuola media e il piccolo, che in pubblico nasconde il suo viso dietro un casco, dovrà fare i conti con le cattiverie dei compagni di classe che vedono in lui solo la sua faccia deforme. Ma Auggie saprà resistere e dimostrare le sue capacità non comuni, conquistandosi la stima dei superiori e l’amicizia dei compagni.

Un bel film, interpretato superbamente da tutti gli interpreti, ma in particolar modo da una Julia Roberts che si è calata benissimo nei panni e nelle ansie di tutte le mamme con bambini diversi.

Io mi sono commossa ripetutamente (ma non c’è solo da piangere, si ride anche); Samuele invece aveva il vantaggio di conoscere bene la storia per aver letto e riletto il libro da cui il film è stato tratto e spesso mi rassicurava sull’esito felice delle sequenze più drammatiche.

Film: The Help.

Ieri sera su Rai1 ho potuto vedere un bel film : The Help.

the-helpE’ ambientato nel Mississipi negli anni sessanta, quando Martin Luther King ancora lottava per i diritti della gente di colore e quando John Kennedy sembrava portare aria nuova in America e nel mondo.

Una ragazza ottiene il suo primo lavoro in un giornale locale: deve rispondere alle lettere delle lettrici e per svolgere al meglio il suo incarico, chiede aiuto alla cameriera nera di una sua amica, visto che non c’è più in casa sua la donna di servizio (anche lei di colore) che l’ha cresciuta.  Man mano che la collaborazione tra le due donne procede, nella giornalista si affaccia un’idea: perchè non raccontare il mondo dei bianchi visto dalla parte delle donne di servizio? Ci sono storie avvincenti da scrivere, episodi che mettono in evidenza l’ipocrisia dei ricchi bianchi benpensanti, ma crudeli oltre ogni dire nel loro ottuso razzismo. Naturalmente la cosa implica notevoli rischi per chi si espone  e solo un ultimo episodio di ingiustizia verso un’amica convince la cameriera ad accettare di collaborare al progetto della giornalista.  A poco a poco però anche altre domestiche di colore vincono la paura e collaborano alla scrittura del  libro che otterrà un notevole successo editoriale  e metterà in ridicolo il perbenismo e l’ipocrisia imperante.

Il film è interpretato in maniera egregia da tutti gli interpreti, quasi tutte donne e fa riflettere sul problema certamente non ancora risolto della convivenza tra le diverse etnie, in America e nel mondo. Soprattutto evidenzia l’assurda pretesa di sentirsi superiore da parte di chi non sa educare i propri figli o organizzare la propria vita senza l’aiuto di coloro che ritiene esseri inferiori.

Film: Treno di notte per Lisbona.

Facebook, come ho già detto altre volte, non va demonizzato: come tutte le cose può essere usato correttamente e perciò svolgere un ruolo di comunicazione importante, o può essere usato come piazza di pettegolezzi o di sbraitamenti scomposti e volgari.

Ieri sera sono stata invitata a partecipare a un cineforum da un amico virtuale che non perde occasione per proporre post di interesse culturale e artistico. La cosa mi ha incuriosito e, seguendo il link proposto, ho potuto visionare il film: TRENO DI NOTTE PER LISBONA – regista Bille August, interprete principale Jeremy Irons.

Ne ho letto una stroncatura incredibile su “My Movies”, che mi pare eccessivamente severa, visto che propone comunque dei temi sempre validi: l’imprevedibilità dei casi della vita, la difesa della libertà contro la violenza della dittatura, il valore dei ricordi e la constatazione che solo la generazione che ha vissuto la Resistenza, ne comprende il valore, mentre per le giovani generazioni tutto quel periodo eroico fa parte di un mondo lontano.

Il tranquillo professore svizzero, abbandonato dalla moglie perchè troppo noioso, si ritrova a mettere a repentaglio la sua tranquilla routine quotidiana per conoscere meglio l’autore di un libro capitatogli tra le mani e per questo arriva a Lisbona, dove scopre la vicenda di un gruppo di amici che erano entrati nella Resistenza ai tempi della dittatura di Salazar. Dopo aver ricostruito attraverso le testimonianza dei superstiti le vicende di quei giovani, è portato a confrontare la sua vita grigia e senza scossoni con la loro e, forse (il film non lo dice), pensa di voltare pagina accogliendo l’invito di una donna conosciuta durante il soggiorno a Lisbona.

Non mi intendo di tecniche cinematografiche e non sono riuscita a cogliere le incongruenze evidenziate dal critico di My Movies, ma posso dire di aver seguito con interesse il film e di essermi sentita coinvolta.

Pomeriggi al cinema.

Da otto anni la commissione cultura della Prepositura di Erba propone una encomiabile iniziativa volta a incentivare la frequenza degli anziani al cinema. Uscire la sera è spesso un problema per chi ha una certa età e allora ecco una proposta di cinque pomeriggi al teatro Excelsior per vedere film che propongono tematiche importanti, ma con l’intento di non annoiare.

Chi è interessato  può leggere: brochure-dei-film-del-mercoledi

Film: Eden (2012)

Una ragazzina di origini asiatiche, accetta un passaggio in auto da un giovane conosciuto in un bar. Chiusa nel bagagliaio viene portata in un magazzino adibito a bordello, dove sono tenute  schiave tante altre ragazze costrette a prostituirsi e sottoposte alle più crudeli torture. Dopo un fallito tentativo di fuga, Eden (così viene chiamata) si rassegna alla schiavitù, confortata solo dall’amicizia con una giovanissima messicana, compagna di sventura.

Eden ha ormai 19 anni e capisce che la sua fine è ormai vicina, infatti le ragazze “più vecchie” vengono uccise e sepolte nel lago perchè non si può lasciarle andare: potrebbero far scoprire i responsabili dell’organizzazione che le ha schiavizzate, un’organizzazione capillare di cui fa parte anche il capo della polizia locale. A questo punto Eden cerca di rendersi utile al suo carceriere, di conquistarne la fiducia e viene così a scoprire anche un traffico di compra-vendita di neonati.

Ormai però l’organizzazione criminale è alle strette e le ragazze stanno per essere deportate a Dubai, ma Eden riesce a fuggire insieme  all’amica messicana  e può finalmente telefonare a casa, dove  non speravano più di rivederla….

È un film tratto da una storia vera e intende denunciare il fenomeno criminale della tratta delle bianche che si svolge tra il Messico e gli Stati Uniti. Sembra incredibile che  degli esseri umani possano arrivare a tali livelli di crudeltà e di abiezione, invece è tutto tragicamente vero e accade anche qui da noi sia con la tratta dei migranti sia con la tratta delle ragazze straniere che vengono costrette a prostituirsi lungo le nostre strade.

 

Film: SILKWOOD.

Quando la realtà supera ogni fantasia….

silkwoodOggi ho rivisto su RAI Movie un film di trent’ anni fa, oltremodo avvincente e nello stesso tempo angosciante, se si tiene presente che non si tratta di una storia inventata, ma di una storia realmente accaduta negli USA.

E’ la storia di un’ operaia che lavora in una centrale nucleare, esposta continuamente al pericolo di radiazioni; gli incidenti si ripetono e un giorno anche lei rimane contaminata, ma i medici e i responsabili della centrale minimizzano: è solo una contaminazione superficiale, nessun pericolo.

Dopo questo episodio, la giovane si mette in contatto con i sindacati e con la promessa del loro appoggio si mette a cercare in fabbrica le prove di altre gravi irregolarità che vengono commesse. Questo però le procura molti nemici tra i superiori, ma anche tra i colleghi, che temono di perdere il posto di lavoro.

Le contaminazioni a suo danno si ripetono, finchè è chiaro che per lei non ci sono più speranze. Il sindacato la mette in contatto con un giornalista di una testata importante, lei si reca all’ appuntamento, ma durante il viaggio muore in un incidente di cui nessuno ha mai chiarito la dinamica.

Il film si intitola SILKWOOD, dal cognome dell’ operaia; l’ interprete principale è una giovane, ma già strepitosa attrice: Meryl streep; accanto a lei Kurt Russel e Cher, entrambi bravissimi.

SILKWOOD è un film coraggioso, non solo perchè denuncia il cinismo criminale di certi imprenditori, ma perchè già nel 1984 toccava con delicatezza, sensibilità e rispetto il problema dell’omosessualità. Ancora, nel racconto delle attività della protagonista come rappresentante sindacale, si mette in rilievo come i capi dell’organizzazione, siano più preoccupati di sfruttare il caso politicamente che non di affiancare la giovane in una battaglia che si fa sempre più crudele e nella quale verrà lasciata sola.

Alcune sequenze del film mi hanno richiamato alla mente la questione dell’ Ilva di Taranto: troppo spesso, ancora oggi, imprenditori criminali giocano con la vita e la salute della gente in nome di un’ avidità disumana!!

Silkwood

Quando la realtà supera ogni fantasia….

silkwoodOggi ho rivisto su RAI Movie un film di trent’ anni fa, oltremodo avvincente e nello stesso tempo angosciante, se si tiene presente che non si tratta di una storia inventata, ma di una storia realmente accaduta negli USA.

E’ la storia di un’ operaia che lavora in una centrale nucleare, esposta continuamente al pericolo di radiazioni; gli incidenti si ripetono e un giorno anche lei rimane contaminata, ma i medici e i responsabili della centrale minimizzano: è solo una contaminazione superficiale, nessun pericolo.

Dopo questo episodio, la giovane si mette in contatto con i sindacati e con la promessa del loro appoggio si mette a cercare in fabbrica le prove di altre gravi irregolarità che vengono commesse. Questo però le procura molti nemici tra i superiori, ma anche tra i colleghi, che temono di perdere il posto di lavoro.

Le contaminazioni a suo danno si ripetono, finchè è chiaro che per lei non ci sono più speranze. Il sindacato la mette in contatto con un giornalista di una testata importante, lei si reca all’ appuntamento, ma durante il viaggio muore in un incidente di cui nessuno ha mai chiarito la dinamica.

Il film si intitola SILKWOOD, dal cognome dell’ operaia; l’ interprete principale è una giovane, ma già strepitosa attrice: Meryl streep; accanto a lei Kurt Russel e Cher, entrambi bravissimi.

SILKWOOD è un film coraggioso, non solo perchè denuncia il cinismo criminale di certi imprenditori, ma perchè già nel 1984 toccava con delicatezza, sensibilità e rispetto il problema dell’omosessualità. Ancora, nel racconto delle attività della protagonista come rappresentante sindacale, si mette in rilievo come i capi dell’organizzazione, siano più preoccupati di sfruttare il caso politicamente che non di affiancare la giovane in una battaglia che si fa sempre più crudele e nella quale verrà lasciata sola.

Alcune sequenze del film mi hanno richiamato alla mente la questione dell’ Ilva di Taranto: troppo spesso, ancora oggi, imprenditori criminali giocano con la vita e la salute della gente in nome di un’ avidità disumana!!

Film: L’attesa di P. Messina.

l'attesaIl film si apre con una cerimonia funebre e con un bacio a un Crocifisso, il Figlio morto sulla croce. Poi la scena cambia e ci si ritrova dentro a una villa solitaria sulle pendici dell’Etna: fuori imperversa la luce accecante del sole di primavera, dentro domina il buio, la penombra e anche gli specchi vengono oscurati in segno di lutto. In questa oscurità vive Anna, in preda a un dolore che la impietrisce…. ma arriva Jeanne, una giovanissima ragazza francese, la fidanzatina di Giuseppe che l’ha invitata come ospite a casa sua, ma Giuseppe non c’è e Anna non spiega la sua assenza se non dopo molte richieste di spiegazione: Giuseppe è dovuto andare via e tornerà per Pasqua (siamo nella settimana santa) perciò Jeanne può fermarsi ad aspettarlo. Col passare dei giorni Jeanne e Anna stringono un rapporto di amicizia, ma solo per intromissione del factotum di casa , Pietro, Jeanne capirà che Giuseppe in realtà è morto e che la madre vuole continuare a farlo vivere nei suoi pensieri non accettando la dolorosa realtà di un distacco definitivo e capisce che è proprio per conoscere meglio attraverso di lei quel figlio che non c’è più. Con l’abbraccio fra le due donne alla partenza di Jeanne, questa non rivela ad Anna di aver scoperto la verità, per consentirle di continuare a vivere nella sua illusione.

Il film si fa apprezzare per molti aspetti: la fotografia in primis. Ogni inquadratura sembra un quadro di qualche pittore fiammingo o del Caravaggio:raggi di sole penetrano dalle persiane semichiuse rivelando forme avvolte nell’oscurità ; corridoi bui fanno intravvedere da lontano la luce prorompente della Sicilia . Altro pregio è da ritrovare nella recitazione delle due protagoniste, Juliette Binoche e Lou de Laâge, entrambe inarrivabili nel gioco di sguardi e di espressioni : la loro comunicazione è più affidata a questi segni che alle parole.

Un particolare interesse rivestono  poi i riferimenti alla settimana di Passione, che culminano nella processione del Venerdì Santo. Lì in mezzo alla folla, ad Anna pare di vedersi accanto il figlio almeno per un attimo e quindi si mette a cercarlo con angoscia crescente  , forse con la stessa angoscia  con cui un’altra madre, Maria,  ha seguito suo Figlio lungo  la via del Calvario.

Il film, per la cui fruizione è stata determinante la guida di don Ivano, è piaciuto molto ai numerosi presenti, ma a me è parso un po’ freddo: forse il regista era troppo preso dalla ricerca estetica e ha trascurato  il lato comunicativo ed empatico della vicenda: solo il lungo silenzioso abbraccio finale mi ha coinvolto emotivamente.

Per questo suo primo film il regista, che ha collaborato a lungo con Sorrentino (quello di “La grande bellezza) si è ispirato a un’ opera teatrale  di Pirandello intitolata “La vita che ti diedi” di cui QUI potete trovare trama e altre notizie, QUI invece si può leggerne il testo integrale.