Letture: Groviglio di vipere.

Da un po’ di tempo, mi sono messa a rileggere i libri che ho nelle varie scaffalature di casa e qualche giorno fa mi è tornato tra le mani “Groviglio di vipere” di F. Mauriac (titolo originale: Le noeud de vipères) pubblicato nel 1932. Il volumetto in mio possesso, con le pagine ormai ingiallite, appartiene alla collana Oscar Mondadori ed è costato 350 lire!!

mauriacE’ come una lunga lettera che un avvocato di successo, che si sente alla fine dei suoi giorni per una grave angina pectoris, scrive alla moglie con la quale ha avuto sempre un rapporto fatto di incomprensioni reciproche e di ostilità feroce. Quella lettera vuole essere l’ultima occasione per farsi capire, per far conoscere il vero se stesso a colei che gli è vissuta accanto per tanto tempo senza che i loro cuori potessero incontrarsi. Continue reading “Letture: Groviglio di vipere.”

Letture: Vino e pane.

All’UTE don Ivano parla spesso di Ignazio Silone e questo mi ha spinto a prendere dalla libreria di casa: VINO E PANE. Credevo di averlo già letto, ma non era così.

pane-e-vinoAlcuni amici gli procurano documenti falsi e abiti da prete; per tutti, alla locanda dove alloggia, è don Paolo e sotto queste vesti si guadagna l’affetto e la stima degli abitanti del paese. Riesce ad allacciare a un certo punto i rapporti coi compagni di partito che lavorano nell’ombra per la futura rivoluzione comunista che dovrà liberare il paese dalla dittatura e dalla miseria che opprime la popolazione. Si scontra però con una realtà che lo turba:

.-la gente pare accettare acriticamente la dittatura ed è favorevole  anche alla guerra coloniale, perché plagiata dalla propaganda che fa credere che essa sia un’occasione per migliorare le proprie condizioni di vita attraverso la spogliazione delle terre da conquistare ” Forse solo gli inglesi hanno diritto di rubare?” dice il cocchiere a don Paolo;

-i suoi compagni di partito sono appiattiti su posizioni politiche imposte dall’alto e don Paolo avverte che in questo non c’è molta differenza con il servilismo imposto dal fascismo;

– il compagno Uliva esprime il pensiero di Silone (prima comunista e poi radiato dal  partito) quando dice che l’eventuale progresso derivante da una rivoluzione dovrà inevitabilmente servirsi di un “punto d’appoggio a una dottrina ufficiale obbligatoria, a una ortodossia totalitaria che si servirà di tutti i mezzi, dal cinema al terrore, per distruggere ogni eresia……All’attuale inquisizione nera succederà un’ inquisizione rossa…….. perchè tutte le rivoluzioni….sono cominciate come movimenti di liberazione e finite come tirannie?”….

Nel romanzo spicca poi una figura che direttamente compare pochissimo nelle varie vicende narrate, ma che si avverte come presenza costante: è quella del vecchio professore di Pietro, don Benedetto, un prete tenuto ai margini per la sua avversione al regime. E’ lui che da lontano segue le  vicende dell’antico allievo  prediletto, che, con la sua lotta contro il totalitarismo becero, secondo don Benedetto è più vicino a Dio di quanto lui stesso non possa immaginare.

C’ è poi una scena impressionante: il padre di Murica, un ragazzo morto sotto tortura, facendone l’elogio funebre, distribuisce ai presenti il vino e il pane che sono il frutto del lavoro del figlio e pronuncia le parole della messa….prendete e mangiate …prendete e bevete …. ma non suonano come blasfeme, perchè anche  Murica, come Gesù ha dato la sua vita per gli altri…

Ci sarebbero molte altre cose da dire, altri personaggi da considerare, ma non voglio dilungarmi troppo. Una cosa però devo sottolineare: il titolo VINO E PANE  richiama la simbologia cristiana, ma anche la consuetudine, nelle classi povere del nostro paese di qualche decennio fa, di offrire agli ospiti il vino e il pane, non avendo altro. Nel libro viene poi spesso raccontato come i protagonisti siano soliti inzuppare il pane nel vino ed è una cosa che ricordo anch’io; a volte anche nella minestra in brodo gli uomini versavano  mezzo bicchiere di vino: era forse un modo per arricchire un po’ i loro piatti sempre troppo poveri.

Letture: Cani perduti senza collare.

Ero ancora alle superiori quando un giorno il nostro insegnante di religione, il mai dimenticato don Mussini, ci chiese quali fossero le nostre letture.

Allora negli ambienti cattolici erano molto in voga gli scrittori francesi e io risposi che preferivo leggere Mauriac, Bernanos, Maritain, Cesbron …. al che il sacerdote mi disse che c’era il rischio di lasciarsi trascinare nell’angoscia, ma forse allora io non capivo fino a fondo il messaggio di quegli scrittori e non mi lasciavo angosciare…  Proprio qualche giorno fa mi è tornato tra le mani “Cani perduti senza collare” di Cesbron.

E’ in libreria da più di mezzo secolo, per di più è di un’edizione economica e le sue pagine di carta a buon mercato sono molto ingiallite. Ne ricordavo vagamente il contenuto e mi è venuta la voglia di rileggerlo.

E’ ambientato in un centro di rieducazione per minor abbandonati o appartenenti a famiglie in grave difficoltà e in questo centro, non molto lontano da Parigi, si cerca di applicare un metodo improntato sulla libertà e sulla fiducia: niente cancelli chiusi, niente sistemi coercitivi simili a quelli usati nelle carceri. Lo scrittore racconta in particolare le vicende di un bambino, Roberto Alano, che non ha mai conosciuto nè il padre, nè la madre, ma  è convinto  che il giornalino che gli arriva ogni mese sia il loro modo per dirgli che gli vogliono bene; in realtà è un’educatrice che glielo fa spedire. Nel centro il ragazzino si affeziona alla “Capitana Francesca”, una  una giovane donna che ama molto i ragazzi che segue e che pertanto ritiene inconciliabile questo suo lavoro con la sua futura vita di moglie e madre di figli suoi. Francesca lascia perciò il centro e a quel punto Roberto il protagonista si lascia tentare da alcuni ragazzi più grandi e fugge con loro per cercare i suoi genitori, con l’aiuto del solo indizio che ha: le etichette incollate sui giornalini che gli arrivano ogni mese. Naturalmente la sua ricerca fallusce e viebe salvato dal riformatorio solo dall’intervento del giudice che conosce la sua storia e sa che Roberto ha solo bisogno di qualcuno da amare. Al suo ritorno al centro gli verrà affidata la cura del figlioletto del capo del centro stesso e il ragazzo allora capisce che quello in cui si trova è il posto migliore in cui crescere.

A fare da contrappunto alla storia di Roberto c’è quella  di Gerardo, il figlio del giudice che ha competenza sul centro rieducativo e sui suoi ospiti. E’ un ragazzo orfano di madre e la dedizione del padre al suo lavoro fa di lui un ragazzo molto solo. Suo padre vive la sua professione con l’atteggiamento del cristiano che sente di dover anzitutto lenire le sofferenze degli ultimi, di quei ragazzi soli e disperati proprio come i cani che si perdono e non hanno la medaglietta al collo che identifichi il loro padrone. Gerardo però sa di avere l’amore del padre, anche se deve stare solo in casa o cucinare da sè i suoi pasti e soprattutto ha qualcuno da amare e questo gli fa accettare le lunghe attese e le lunghe assenze.

Forse ora capisco ciò che don Mussini voleva dire: in questo libro si presenta un cristianesimo che richiede un’adesione totale, il checani-perduti-senza-collare-gilbert-cesbron è anche giusto, ma il rischio è poi quello di convincersi di non aver mai fatto abbastanza, di scoraggiarsi di fronte ai fallimenti e di perdere il senso della speranza e il senso di affidamento nella Provvidenza. Un cristiano deve anche accettare i suoi limiti così come insegna S. Paolo “se devo vantarmi, mi vanterò della mia debolezza” .

Letture: Europa ( oggi – 2^ parte)

Dal dopo guerra ad oggi molte cose sono cambiate: le democrazie occidentali sono in crisi per la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, per la distanza tra cittadini e “palazzo”, per il nazionalismo  che rialza la testa, per il populismo che pare dilagare in vari paesi europei e per la paura indotta dall’ immigrazione. A tutto questo si aggiungono: gli effetti di una lunga crisi economica che ha portato disoccupazione soprattutto giovanile, il terremoto “Brexit” che ha prodotto effetti deleteri anche senza essere diventata realtà (ma solo annuncio), l’isolazionismo degli USA, l’egoismo di bandiera-europeacerti stati membri che intendono la UE solo come bancomat da cui attingere risorse, ma poi si ritraggono quando si richiede la loro solidarietà…. Questi fattori di disgregazione sono amplificati da una classe politica che in genere tiene più in considerazione la possibilità di essere rieletta che non il bene dei propri cittadini.

In questo stato di cose, una propaganda manovrata ad hoc, induce la gente a individuare nell’Europa, che pure ha commesso errori, la responsabile di tutti i mali. ….. Ma molto più spesso sono i singoli stati col loro miope egoismo a ostacolare l’efficacia delle direttive europee….

Ora, dato questo stato di cose, l’Europa parrebbe la proverbiale casa costruita sulla sabbia, ma per affrontare le sfide del mondo di oggi (clima, terrorismo, immigrazione, inquinamento ….) non c’è altra via da seguire che unire le forze per consolidare le fondamenta della casa comune guardando al futuro e alle giovani generazioni.

 

Pomeriggio in biblioteca: dal libro al film.

Giovedì pomeriggio in biblioteca comunale: Don Ivano Colombo ci ha guidato a scoprire analogie e differenze tra la novella di Pirandello “La giara” e la sua trasposizione cinematografica ad opera dei fratelli Taviani.

La proiezione del filmato è stato preceduto da una presentazione di Pirandello, scittore di romanzi, novelle e pièces teatrali di grande successo. La sua cultura risente dell’influenza della cultura greca e inoltre  si rifà alla corrente filosofica della fenomenologia tedesca.

A questa breve premessa è seguita una lettura davvero avvincente della novella “La Giara”, la cui prosa è talmente efficace da far vivere i personaggi come in una rappresentazione teatrale: è tipico della cultura siciliana questo gusto della teatralità. Don Ivano è riuscito a far rivivere in quella sala della biblioteca un Don Lollò sanguigno e grottesco ad un tempo.

Con la visione dell’opera dei fratelli Taviani abbiamo poi potuto apprezzare la recitazione di  Franco Franchi e di Ciccio Ingrassia non nelle solite vesti di giullari, ma in quelle  di attori impegnati nel rendere al meglio, riuscendoci, i due protagonisti della novella pirandelliana.

I fratelli Taviani si sono attenuti al testo nel rendere bene l’atmosfera della masseria di don Lollò, ma hanno aggiunto un loro tocco personale che ha messo in luce l’asservimento delle donne e dei lavoratori nella Sicilia del latifondo.

 

Un mese con …Montalbano.

Esattamente un mese fa, cominciava la mia vita da “anatra zoppa” e per far passare le giornate mi è stato di grande aiuto il computer, che mi ha permesso di continuare ad aggiornare blog e pagine social e di mantenere contatti via mail con tante persone la cui amicizia mi è preziosa. Ho anche fatto parole crociate e sudoku, ma soprattutto ho riletto alcuni libri in lingua italiana che ho potuto trovare qui in casa.

E’ così che ho passato molte ore, di giorno e di notte, in compagnia di Montalbano, di Mimì Augello, di Fazio, di Catarella e di una miriade di personaggi minori che popolano le storie di Camilleri.

Leggendo questi libri (sette o otto) uno dopo l’altro, ti accorgi che per forza alcuni schemi si ripetono, che alcuni personaggi secondari cambiano nome ma non caratteristiche e comportamenti. Mi riferisco in particolare ai personaggi femminili che, con il loro fascino e le loro arti seduttive accerchiano il povero Montalbano, che spesso cede all’assalto, se pur con grande pentimento  successivo. Sono quasi sempre personaggi che riescono a simulare passione irrefrenabile, ma che invece vogliono solo condizionare o controllare le mosse del commissario (che è molto conosciuto anche qui in Inghilterra). Sono, questi, personaggi femminili piuttosto negativi cui fanno da contraltare la fedelissima Livia e la cuoca-tuttofare Adelina. Ne deduco che Camilleri non ha simpatia per le donne aggressive e  intraprendenti, mentre ama le donne che seguono modelli di comportamento più tradizionali e meno inquietanti.

Mi è venuto poi da pensare, che Camilleri ha potuto scrivere in siciliano i suoi libri, perchè il suo dialetto si può scrivere facilmente, ha parole piane, conserva molto dell’antica lingua latina nella costruzione delle frasi ; non credo che Lucarelli potrebbe scrivere le storie di Coliandro in bolognese: sarebbero difficilissime da leggere anche per gli stessi emiliani.

Per chi ha avuto la fortuna di vedere la Sicilia, poi, è molto bello lasciarsi guidare da Camilleri dentro ai paesaggi riarsi dal sole, sulle spiagge sabbiose o sugli scogli, per le vie  di paesi antichi percorse dal profumo proveniente dalle pasticcerie o dalle rosticcerie.

Ora però sarà bene che trovi altri libri: basta Montalbano almeno per il momento.

 

 

 

 

 

 

Ri-Letture: Il giorno della civetta.

Costretta come sono a una forzata inattività, è un’ impresa trovare come riempire le giornate  e una delle soluzioni migliori resta sempre la lettura.

E’ così che ho riletto  “Il giorno della civetta” di Sciascia , uno dei  libri in italiano disponibili qui a casa di mia figlia.

Credo che Sciascia sia ancora insuperato nel descrivere la mentalità mafiosa, sia dei boss, che dei loro “manovali”. Li accomuna lo scetticismo nella forza della legge e nella giustizia: per i capi la legge è qualcosa da eludere, da piegare ai propri fini, per gli ultimi adepti è qualcosa che permette a chi la rappresenta di schiacciarti o meno, a seconda del suo interesse del momento se non del suo capriccio.

Altro tema ben sviscerato è quello di come l’esistenza della mafia venga negata soprattutto da chi ne trae profitto, soprattutto da chi ad alto livello trama nell’ombra, e tira i fili delle sue marionette.

Ma la scena che tutti ricordiamo e che viene più spesso citata è quella in cui il vecchio  boss locale si trova davanti al capitano Bellodi, ex partigiano e custode onesto e fedele della legge. Questi ha sgretolato il muro di ipocrisia e falso perbenismo del boss, andando a indagare sul suo immenso patrimonio, non derivante certamente dal reddito delle sue attività ufficiali.

Il boss è alle strette, ma sa di avere le spalle coperte da alte complicità, per questo ammira  il coraggio del capitano, che sfida consapevolmente le trame di un potere oscuro e minaccioso, e pronuncia le parole più famose del romanzo:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

Ciò che resta di questo libro è un senso di speranza: il capitano nonostante sia stato sconfitto e il suo lavoro quasi ridicolizzato, sa che tornerà in Sicilia per continuare ad affermare la supremazia della Legge e dello Stato. Il capitano Bellodi è un po’ la prefigurazione di tanti eroici servitori dello Stato che hanno sacrificato e sacrificano anche oggi la loro vita al senso del dovere al perseguimento della giustizia.

Letture: La preghiera del mare.

preghiera-del-mareE’ un libro che si legge in pochissimo tempo, scritto da K. Hosseini (quello de “il paese degli aquiloni”) con la prefazione di Roberto Saviano. E’ una lettera che un padre scrive al proprio figlio. Ne ricopio qui qualche stralcio…

…La mattina ci svegliavamo al fruscio dei rami d’olivo mossi dal vento, ai belati delle capre della nonna, al rumore delle pentole in cucina. L’aria era fresca e il sole disegnava a oriente una pallida striscia color albicocca.

Sembra impossibile che si stia parlando dell’Afghanistan, che oggi non ha più nulla di idilliaco nelle immagini che i media ci fanno pervenire. E’ l’Afghanista di prima della guerra interminabile  che lo sta straziando. Copio ancora…

Nella città vecchia sempre piena di trambusto, c’era una moschea per noi musulmani, una chiesa per i nostri vicini cristiani e un grande suk dove contrattare su tutto: ciondoli d’oro, prodotti freschi, abiti da sposa…

Questi sono i ricordi del padre. Ricordi di un paese in pace, tollerante, fiorente….. Il bimbo ora vede solo guerra, bombe, funerali ….e la gente scappa, scappa finchè giunge in riva al mare…. dove si trova con tanti altri disperati a guardare con speranza e terrore la vastità e la profondità delle acque… e allora il padre dà la mano al proprio figlio per rassicurarlo per trasmettergli una speranza che forse lui non riesce ad avere e prega il mare a cui affida la cosa più preziosa che ha.

La commozione suscitata dlle parole viene accentuata da disegni ad acquerello molto suggestivi ed efficaci….

L’incontro nell’isba

Stiamo lavorando alla raccolta di materiale vario per ricordare il centenario della fine della Grande Guerra e mi è capitato di avere tra le mani il notissimo racconto di Mario Rigoni Stern “UN SERGENTE NELLA NEVE”.

Tra quelle pagine dense di sofferenza, di gesti eroici e di piccole vigliaccherie di una umanità spinta a vivere in condizioni estreme tra la neve delle steppe, il gelo, la fame, la paura, tra quelle pagine, dicevo, ce n’è una che vale la pena di riportare qui….

“L’incontro nell’isba”

un-sergente-nella-neve“Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito.

Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj1, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba2, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta3, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.” 

Questa pagina è di un’intensità tale da essere ricordata tra le più belle che io abbia mai letto…

 

Letture: Non ti muovere.

Lui è un chirurgo, lei una giornalista affermata. Hanno una figlia, Angela, che un giorno uscendo da scuola torna a casa in motorino. Ha il casco in testa, ma lei non lo ha allacciato….. e cade ….è in pericolo di vita. La mamma è in viaggio per lavoro e il padre è solo  davanti alla camera operatoria in cui un neurochirurgo amico cerca di salvare la vita di Angela.

Ed è in questa situazione di tempo sospeso che quel padre ripercorre il periodo in cui Angela è nata.

Era un momento in cui il rapporto con la moglie si era un po’ affievolito e lui incontra casualmente Italia,una donna povera, non più giovanissima, non bella, non elegante, non istruita che lo aiuta in un momento in cui si  trova per strada con la macchina in panne e lui per ripagarla non sa fare altro che stuprarla.

Il rimorso lo induce poi a cercarla per chiedere scusa, per risarcirla in qualche modo e così inizia una relazione adulterina in cui il protagonista crede di trovare l’amore vero, per la dolcezza e la dedizione di lei…. Ma lui è un uomo pieno di contraddizioni e più volte tenterà di dimenticare questa donna, senza riuscire a dare una svolta alla sua vita.

E’ nel momento più intenso di questa storia che la moglie dà alla luce Angela e Italia capisce quello che le resta da fare….. e la sua decisione le risulterà fatale.

E Angela riuscirà a sopravvivere al grave incidente? ….non ve lo dico…..

L’autrice, la Mazzantini, sa senz’altro scrivere in modo piacevole e qui ha anche cercato di utilizzare termini desueti che mi hanno sorpreso, ma ha un limite a mio modo di vedere…..Ho letto due suoi romanzi e mi pare che abbia utilizzato in entrambi la stessa struttura narrativa, basata sul lasciarsi-riprendersi dei protagonisti delle sue storie sempre un po’ ai limiti… Tutto sommato però questa lettura mi ha tenuto buona compagnia per alcuni giorni e questo può bastare.non-ti-muovere