Letture: La preghiera del mare.

preghiera-del-mareE’ un libro che si legge in pochissimo tempo, scritto da K. Hosseini (quello de “il paese degli aquiloni”) con la prefazione di Roberto Saviano. E’ una lettera che un padre scrive al proprio figlio. Ne ricopio qui qualche stralcio…

…La mattina ci svegliavamo al fruscio dei rami d’olivo mossi dal vento, ai belati delle capre della nonna, al rumore delle pentole in cucina. L’aria era fresca e il sole disegnava a oriente una pallida striscia color albicocca.

Sembra impossibile che si stia parlando dell’Afghanistan, che oggi non ha più nulla di idilliaco nelle immagini che i media ci fanno pervenire. E’ l’Afghanista di prima della guerra interminabile  che lo sta straziando. Copio ancora…

Nella città vecchia sempre piena di trambusto, c’era una moschea per noi musulmani, una chiesa per i nostri vicini cristiani e un grande suk dove contrattare su tutto: ciondoli d’oro, prodotti freschi, abiti da sposa…

Questi sono i ricordi del padre. Ricordi di un paese in pace, tollerante, fiorente….. Il bimbo ora vede solo guerra, bombe, funerali ….e la gente scappa, scappa finchè giunge in riva al mare…. dove si trova con tanti altri disperati a guardare con speranza e terrore la vastità e la profondità delle acque… e allora il padre dà la mano al proprio figlio per rassicurarlo per trasmettergli una speranza che forse lui non riesce ad avere e prega il mare a cui affida la cosa più preziosa che ha.

La commozione suscitata dlle parole viene accentuata da disegni ad acquerello molto suggestivi ed efficaci….

L’incontro nell’isba

Stiamo lavorando alla raccolta di materiale vario per ricordare il centenario della fine della Grande Guerra e mi è capitato di avere tra le mani il notissimo racconto di Mario Rigoni Stern “UN SERGENTE NELLA NEVE”.

Tra quelle pagine dense di sofferenza, di gesti eroici e di piccole vigliaccherie di una umanità spinta a vivere in condizioni estreme tra la neve delle steppe, il gelo, la fame, la paura, tra quelle pagine, dicevo, ce n’è una che vale la pena di riportare qui….

“L’incontro nell’isba”

un-sergente-nella-neve“Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito.

Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj1, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba2, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta3, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.” 

Questa pagina è di un’intensità tale da essere ricordata tra le più belle che io abbia mai letto…

 

Letture: Non ti muovere.

Lui è un chirurgo, lei una giornalista affermata. Hanno una figlia, Angela, che un giorno uscendo da scuola torna a casa in motorino. Ha il casco in testa, ma lei non lo ha allacciato….. e cade ….è in pericolo di vita. La mamma è in viaggio per lavoro e il padre è solo  davanti alla camera operatoria in cui un neurochirurgo amico cerca di salvare la vita di Angela.

Ed è in questa situazione di tempo sospeso che quel padre ripercorre il periodo in cui Angela è nata.

Era un momento in cui il rapporto con la moglie si era un po’ affievolito e lui incontra casualmente Italia,una donna povera, non più giovanissima, non bella, non elegante, non istruita che lo aiuta in un momento in cui si  trova per strada con la macchina in panne e lui per ripagarla non sa fare altro che stuprarla.

Il rimorso lo induce poi a cercarla per chiedere scusa, per risarcirla in qualche modo e così inizia una relazione adulterina in cui il protagonista crede di trovare l’amore vero, per la dolcezza e la dedizione di lei…. Ma lui è un uomo pieno di contraddizioni e più volte tenterà di dimenticare questa donna, senza riuscire a dare una svolta alla sua vita.

E’ nel momento più intenso di questa storia che la moglie dà alla luce Angela e Italia capisce quello che le resta da fare….. e la sua decisione le risulterà fatale.

E Angela riuscirà a sopravvivere al grave incidente? ….non ve lo dico…..

L’autrice, la Mazzantini, sa senz’altro scrivere in modo piacevole e qui ha anche cercato di utilizzare termini desueti che mi hanno sorpreso, ma ha un limite a mio modo di vedere…..Ho letto due suoi romanzi e mi pare che abbia utilizzato in entrambi la stessa struttura narrativa, basata sul lasciarsi-riprendersi dei protagonisti delle sue storie sempre un po’ ai limiti… Tutto sommato però questa lettura mi ha tenuto buona compagnia per alcuni giorni e questo può bastare.non-ti-muovere

 

Letture: La colonna di fuoco.

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Strage degli Ugonotti nella notte di S. Bartolomeo

Devo ringraziare Ken Follett, l’autore dell’ultimo libro letto: mi ha trasportato indietro di cinque secoli e mi ha fatto ripercorrere passo passo un tratto di storia che non mi era mai rimasto particolarmente chiaro nella mente.

Ne “La colonna di fuoco” infatti l’autore racconta i fatti storici che hanno caratterizzato il XVI secolo, arricchendoli sì di personaggi inventati, di cui segue le vicende della vita quotidiana, ma nello stesso tempo rispetta  rigorosamente la verità storica degli eventi.

Tre figure di donne emergono in quel periodo tormentato da persecuzioni religiose sia da parte dei cattolici che da parte dei protestanti: Elisabetta I d’ Inghilterra, Caterina de’ Medici e Maria Stuarda.

Le prime due vengono ritratte come donne estremamente intelligenti che cercavano di far prevalere la tolleranza religiosa, contro i fanatici di entrambe le parti, mentre la terza appare una povera donna in balia di eventi che non sa interpretare nè tantomeno condizionare e finisce decapitata; i protestanti la bollarono come traditrice, i cattolici la onorarono come martire. In un tempo in cui le donne non godevano certo di pari diritti ripetto agli uomini, è però evidente come allora, e così oggi, la posizione sociale sia un fattore utile per  annullare tutti i gap.

Il libro termina con la scoperta della congiura di Guy Fawkes, un nobile cattolico inglese che intendeva far saltare in aria il re d’Inghilterra e tutti i suoi collaboratori, fatto che ancora oggi viene ricordato a Londra con grandi festeggiamenti a base di fuochi d’artificio (a Londra ho avuto modo di assistervi).

Anche se l’autore racconta evidentemente i fatti da un’ottica protestante (i cattolici nel libro sono in genere fanatici e assetati di sangue purificatore, mentre i protestanti sono più miti e più propensi alla tolleranza), la strage degli Ugonotti viene raccontata come frutto di macchinazioni politiche che poco hanno a che vedere con le motivazioni religiose, così come del resto tutte le persecuzioni che per secoli hanno insanguinato l’Europa.

Questo libro fa parte di una trilogia ambientata in vari periodi storici e il modo appassionante in cui è stato scritto mi fa pensare che proverò a leggere anche gli altri due.

In mezz’ora …tutta una vita…

Copio da ” UN ANNO SULL’ALTIPIANO” di Emilio Lussu.

(Contesto: siamo sull’Altipiano di Asiago nel 1916; i soldati sono stremati da continui assalti insensati … i soldati muoiono come mosche…poi una lunga pausa …)

un-anno-sull-altipiano-emilio-lussuUn giorno, ci fu annunziato l’assalto per l’indomani, ma fu rinviato. Si poteva quindi contare su un giorno di vita assicurata. Chi non ha fatto la guerra, nelle condizioni in cui la facevamo, non può rendersi un’idea di questo godimento. Anche un’ora sola, sicura, in quelle condizioni , era molto. Poter dire, verso l’alba, un’ora prima dell’assalto:”ecco, io dormo ancora mezz’ora, io posso ancora dormire mezz’ora, e poi mi sveglierò e mi fumerò una sigaretta, mi riscalderò una tazza di caffè, lo centellinerò sorso a sorso e poi mi fumerò ancora una sigaretta” appariva già il programma di tutta una vita…

Ecco l’esperienza di giovani ventenni di un secolo fa…. I nostri giovani che non hanno dovuto sperimentare tali sofferenze, sappiano apprezzare la pace che l’Europa Unita ha consentito …

Letture: Non vi lascerò orfani.

Alla morte della madre, l’autrice, Daria Bignardi, riflette e ricorda….

Ricorda il carattere bizzarro della madre che è stato causa di tanti scontri e di tante ribellioni, ma ciò non è motivo di rancore, anzi offre l’occasione di rivedere quegli episodi e tutta la  vita della propria famiglia con una nuova dolcezza e una nuova comprensione.

I ricordi, rievocati sempre con leggerezza, non sono raccontati in ordine cronologico e questo mi pare sia giustificato dal fatto che i ricordi non rispettano schemi prefissati, ma vanno e vengono a loro piacimento sulla linea del tempo.

E’ una lettura piacevole, adattissima per trascorrere serenamente qualche ora nel silenzio della notte, prima di dormire …..

Letture: Storia della mia ansia.

Lea è una scrittrice-attrice e, quando è sull’onda del successo, si accorge casualmente di avere un cancro al seno e intraprende il percorso comune a tutti coloro che sono nelle sue stesse condizioni: intervento, chemioterapia, radioterapia, perdita di capelli giorni di sofferenza e di ansia.  Già l’ansia è una compagna della sua vita, come lo è stata per sua madre, ….è nel suo DNA.

In occasione di uno dei tanti controlli, che la porta ad allontanarsi dalla vita pubblica e a cercare la solitudine della montagna o di una spiaggia deserta, conosce un ragazzo, malato anche lui, che potrebbe esserle  figlio e che si innamora di lei. Lea ne è lusingata ed è tentata di lasciarsi andare a questa relazione così diversa da quella, un po’ logora, che si è creata con suo marito, poi scoprirà che la sua passione più vera è quella per la sua famiglia e quella per la scrittura, attraverso la quale tenere sotto controllo la sua ansia insopprimibile… Riporto qui alcune righe… Lea ha superato la fase più dolorosa della chemioterapia…

“La protesi di silicone è dura come un pallone troppo gonfio, il seno operatoè due centimetri più altodell’altro e attraversato da una cicatrice che dal capezzolo si infila nell’ascella. In testa mi sono rimasti pochissimi capelli radi, sottili e spenti e, se non voglio suscitare curiosità e commiserazione, devo nascondere il cranio pelato sotto cappelli e turbanti. …….Ma sono io: non ho dolori, sono vigile, contenta e anche un po’ commossa da questo pomeriggio sulla spiaggia. …….. Cosa vorrei essere….? Mare, cielo, sabbia, rocce o piante? Il mare che cambia ogni giorno o le rocce che non cambiano mai? Forse vorrei essere una nuvola, esistere solo per un istante …..”

Il libro, scritto da Daria Bignardi, si legge molto volentieri e presenta pagine veramente piacevoli… Si sa che l’autrice è stata davvero operata di cancro e forse nel libro ha trasferito in parte  la sua esperienza .

Letture: Una finestra vistalago.

una-finestra-vistalagoBellano è un paese sulle rive del Lago di Como: è lì che abita lo scrittore Andrea Vitali ed è lì che il suo libro “Una finestra vistalago” è ambientato.

Vi si racconta la vita di quel borgo, fatta di vicende a volte grottesche, a volte drammatiche, vissute da personaggi che, dietro una parvenza di assoluta normalità,  hanno spesso molti segreti da nascondere.

La lettura è abbastanza facile, ma io mi sarei aspettata che, oltre alla descrizione di una infinita successione di “fatti di cronaca”, ci fosse spazio per considerazioni più profonde, per pagine più impegnative e più poetiche e invece tutto questo non l’ho trovato. Il libro comincia con la storia di un bambino figlio di una serva e del suo padrone e finisce quando questi muore a 103 anni dopo che per i 4/5 del libro non se ne era saputo più nulla.

Il libro di Vitali pare abbia avuto molti premi, ma non c’è una pagina che mi sia rimasta  impressa nell’anima: forse piacerà molto ai “laghée” (credo si chiamino così gli abitanti dei paesi in riva al Lario), che ci ritrovano gli spalloni (i contrabbandieri), i pescatori di frodo e le figure tipiche della zona; per me è stata una lettura che mi ha fatto passare qualche ora serena, ma che non mi ha mai coinvolta veramente.

Buon Natale!!!

Auguro Buon Natale e Buone Feste a tutti quelli che passando di qui avranno modo di leggere questo bel racconto di Dino Buzzati. E’ un po’ lungo, ma vale la pena di arrivare fino in fondo. Il Natale è la festa di chi sa donare e donarsi agli altri, è la festa che invita a condividere ……

img-20171222-wa0002Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.

Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata di vento entrò un poverello in cenci.

“Che quantità di Dio! ” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- “Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. ”

“E’ di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.”

“Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”

“Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.

Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso. Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti. Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.

“Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?”

“Ho fretta, amici” rispose lui. “Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.”

“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.”

E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.

Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.

“Ma che cosa fa, reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuol prendersi un malanno con questo freddo?”

“Guarda laggiù figliolo. Non vedi?”

Il contadino guardò senza stupore. “È nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”

” Senti ” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”

“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”

“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.”

“Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.

Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente). Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore ” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!”

Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?

Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.

“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.”

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”