Poesia: Dicembre è sempre stato… (di Lars Gustafsson)

Ciò che rende più pesante il trascorrere dei giorni in questo periodo dell’anno è certamente la mancanza di luce; il buio che incombe su gran parte del giorno induce alla malinconia, porta pensieri tristi. Se è così per tanti di noi che viviamo in queste nostre zone, possiamo ben immaginare quanto diventi oppressiva la fame di luce in chi vive nell’estremo nord del mondo , in cui per mesi non si vede un raggio di sole.

Dicembre è sempre stato il mese
in cui si smetteva di esistere.
Si diventava una parentesi nel buio, o poco più.
Si accendevano lanterne, lampade e candele.
Ma era evidente
che non bastavano
contro il fiume straripante delle tenebre.
È facile capire
un messaggio natalizio
più pagano, più primitivo:
A qualsiasi costo con torce e fiaccole
riavere una luce solare
il cui ritorno non era mai scontato.

La mancanza di luce, l’assedio delle tenebre, il tentativo di vincerle con torce e fiaccole è ciò che ricorda il poeta svedese Gustafsson del suo paese nel mese di dicembre.  La gente smetteva di esistere e si spiegano così gli antichi riti  nei quali con ogni mezzo si cercava di esorcizzare la paura di non rivedere più la luce del sole.dicembre svedese

Passeggiando in cortile.

In questi giorni passeggio in cortile attorno all’aiuola condominiale e, mentre mi sento un po’ come un criceto che corre dentro la ruota, ho anche il tempo di osservare e di pensare.

Appesa ai rami del noce, ormai completamente spoglio, c’è un’altalena sempre ferma: da quanto tempo

All-focus
All-focus

nessun bambino vi sale per lasciarsi cullare …. e ripenso con un po’ di malinconia a quando questo cortile risuonava di grida festose, di richiami, di risate e bastava affacciarsi alla finestra per respirare un po’ di allegria.

Lì accanto c’è un alloro ormai diventato altissimo, che conserva tutte le sue foglie e con esse affronterà i rigori della stagione fredda che sta per arrivare.

La vista dell’alloro mi richiama alla mente una poesia che ho imparato a scuola e che ora trascrivo qui:

L’alloro e la vite  (Giacomo Zanella)

Odio l’allor, che quando alla foresta
le nuovissime fronde invola il verno,
ravviluppato nell’intatta vesta
verdeggia eterno,
pompa de’ colli; ma la sua verzura
gioia non reca all’augellin digiuno;
che’ la splendida bacca invan matura
non coglie alcuno.
Te, poverella vite, amo, che quando
fiedon le nevi i prossimi arboscelli,
tenera l’altrui duol commiserando
sciogli i capelli.
Tu piangi, derelitta, a capo chino
sulla ventosa balza. In chiuso loco
gaio frattanto il vecchierel vicino
si asside al foco.
Tien colmo un nappo: il tuo licor gli cade
nel’ondeggiar del cubito sul mento;
poscia floridi paschi ed auree biade
sogna contento.

Devo dire che io non odio l’alloro del cortile, che non ha colpa alcuna se le sue foglie coriacee possono consentirgli di affrontare l’inverno senza  spogliarsene e se le sue bacche non sono commestibili: probabilmente a lui è stato affidato il compito di ornare la terra, di renderla più bella e di rendere il paesaggio invernale meno triste.   Così la vite, che per il poeta è così generosa, non ha nessun merito se la natura l’ha resa capace di donare frutti squisiti e vini  gustosi: ogni creatura ha i suoi talenti e i suoi compiti.

E’ così anche per noi umani : ognuno di noi è prezioso e unico e nella diversità di ciascuno sta la ricchezza dell’umanità.

Poesia: Farò della mia anima… (Lord Byron)

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
prateriaTi amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l’eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

E’ strano questa poesia viene attribuita in certi siti a Lord Byron, poeta inglese del romanticismo) e in altri a K. Gibran. Poichè il primo ha preceduto il secondo di quasi due secoli, penso che non abbia potuto plagiare Gibran….forse sarà accaduto il contrario? Non so.

So però che questa è una splendida poesia d’amore, sgorgata da un cuore sensibile e appassionato.

Noi ci impegniamo… (don P. Mazzolari)

Ci impegniamo noi, e non gli altri;
unicamente noi, e non gli altri;
né chi sta in alto, né chi sta in basso;
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo,
senza pretendere che gli altri si impegnino,
con noi o per conto loro,
con noi o in altro modo.
Ci impegniamo
senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi mutiamo,
si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.
La primavera incomincia con il primo fiore,
la notte con la prima stella,
il fiume con la prima goccia d’acqua
l’amore col primo pegno.
Ci impegniamo
perché noi crediamo nell’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta
a impegnarci perpetuamente.

 

Quando ci viene voglia di lamentarci per i mali del mondo che ci circonda, dovremmo rileggere questa poesia e ….. rimboccarci le maniche senza pensare se il nostro impegno sarà produttivo, che risultati otterremo. Il solo fatto che noi ci impegniamo e cambiamo il nostro atteggiamento renderà il mondo migliore ..anche se saremo solo una goccia nell’oceano.

Per Gigi.

E ci ha lasciato anche lui, Gigi Proietti, al quale va il mio grazie per i momenti sereni e per le risate che mi ha regalato, sempre in modo intelligente e garbato.

Mi piace postare qui questa poesia satirica di Trilussa e mi piace fare finta di sentire la voce di Gigi che la legge con tutta l’ironia di cui era capace.

Anticamente, quanno li regnanti
ciaveveno er Buffone incaricato
de falli ride — come adesso cianno
li ministri de Stato,
che li fanno sta’ seri, che li fanno —
puro el Leone, Re de la Foresta,
se mésse in testa de volé er Buffone.
Tutte le bestie agnedero ar concorso:
l’Orso je fece un ballo,
er Pappagallo spiferò un discorso,
e la Scimmia, la Pecora, er Cavallo…
Ogni animale, insomma, je faceva
tutto quer che poteva
pe’ fallo ride e guadambiasse er posto;
però el Leone, tosto,
restava indiferente: nu’ rideva.
Finché, scocciato, disse chiaramente:
— Lassamo annà: nun è pe’ cattiveria,
ma l’omo solo è bono a fa’ er buffone:
nojantri nun ciavemo vocazzione,
nojantri semo gente troppo seria!

Ciao, Gigi! Tu sei stato un buffone nobile, uno che ha onorato l’arte  della recitazione e dell’intrattenimento con tutta la maestria e la versatilità straordinaria di cui eri dotato.

Io ho appreso a vivere con semplicità… (Anna Achmatova)

Io ho appreso a vivere con semplicità, con saggezza,/ a guardare il cielo e a pregare Iddio,/ e a girellare a lungo innanzi sera,/ per stancare l’inutile angoscia.

Quando nel dirupo frusciano le bardane/ e declina il grappolo del sorbo giallo-rosso,/ io compongo versi festevoli sulla vita caduca,/ caduca e bellissima.

cicogna-sul-tetto-11180545Ritorno. Mi lambisce il palmo il gatto piumoso/ che ronfa con piú tenerezza, e un fuoco smagliante divampa /sulla torretta della segheria lacustre.

Soltanto di rado squarcia il silenzio /il grido d’una cicogna volata sul tetto. /E se tu busserai alla mia porta, mi sembra che non udrò nemmeno.

Col trascorrere degli anni, la Achmatova è riuscita  acquisire quella saggezza che consente di “vivere con semplicità” , gustando pienamente le cose che fanno bella la vita,  quelle che rendono piacevoli le giornate: uno sguardo al cielo sul fare della sera che fa innalzare il pensiero a Dio, il fruscio del vento tra la vegetazione, le carezze affettuose di un gatto dal pelo morbido come piume,  il verso di una cicogna che interrompe il silenzio … tutto questo rende bellissima la sua  vita anche se è “caduca”, sempre troppo breve.

Questa conquistata saggezza fa sì che la poetessa non desideri il ritorno di quel “qualcuno” che si era allontanato e che forse era stato fonte della sua “inutile angoscia”.

Mi sento molto in sintonia con i sentimenti espressi dalla Achmatova in questa poesia: anche io penso che l’esperienza dovrebbe insegnarci a  ridurre al minimo le proprie esigenze, i propri  desideri, per apprezzare e dare valore a ciò che abbiamo e che nessuno ci può togliere: la nostra serenità interiore.

 

Poesia: Raccolto (Louise Gluck)

by Snoron.com
by Snoron.com

E poi viene il gelo; del raccolto è inutile parlare.

Comincia la neve; finisce la finzione della vita.

La terra adesso è bianca; i campi splendono al sorgere della luna.

Io siedo alla finestra accanto al letto, guardo la neve cadere.

La terra è come uno specchio:

calma su calma, distacco su distacco.

Ciò che vive, vive sottoterra.

Ciò che muore, muore senza lotta.

Se non fosse stata premiata col Nobel per la letteratura, molto probabilmente pochi di noi avrebbero conosciuto  il nome di questa poetessa statunitense. Qualcuno la paragona a E. Dickinson e io non capisco il perché: la poesia di Emily Dickinson è sempre intrisa di valori positivi, di amore per la vita, di incitamenti alla solidarietà; nella poesia della Gluck si sente spesso profonda amarezza, pessimismo, si sente la fatica del vivere.

Anche in questa poesia intitolata RACCOLTO (ma poi dice subito che è inutile parlarne), per lei la vita è solo una “finzione di vita” (forse perchè destinata ad avere prima o poi una fine) e il suo sguardo è solo puntato su immagini fredde, su una terra avvolta dalla neve e dal gelo dove le forme di vita residue si nascondono sotto terra e quelle che soccombono muoiono quietamente, senza strepiti, senza dibattersi nel tentativo di resistere a un destino implacabile.

Non un sorriso qualunque (poesia)

Ecco un altro bel regalo della mia carissima amica Piera ….

NON UN SORRISO QUALUNQUE.

Nei suoi occhi / non c’è spazio, non c’è tempo/ 

Tutto è lontano/inafferrabile

Nessuna espressione / ha il suo volto/ disteso e muto.

                                                                        Quand’ecco ….

anziana che sorridebasta una carezza/ un abbraccio, / che ciò che è senza vita

si anima,/ s’illumina, / gioisce, 

nasce una dolcissima comunicazione /a cui non si vuole porre fine.

                                                                         Caro cuore,

bambino e puro/ combatti, se puoi,

non lasciarti ingannare/ dal silenzio e dal nulla,

non abbandonare / la via faticosa / del vivere.

Continua a dare luce / a chi ti sta intorno/

E fa’ che prevalgano / bontà e speranza. 

   (Piera)

Sì, Piera, ognuno di noi, anche chi pensa di non aver nulla da dare, può sempre donare un sorriso, una parola amichevole, un gesto di gentilezza e illuminare la vita di chi ci sta vicino e si sente abbandonato e inutile.

Basta un momento come quello che hai descritto tu, cara Piera, per riempire di significato un’intera giornata o forse  una vita intera, come dice  E. Dickinson in una poesia : non si è vissuto invano se avremo  aiutato un pettirosso a rientrare nel suo nido.  Nessuna vita è inutile finchè può donare o ricevere un gesto di umanità.

Grazie, Piera, per avermi regalato un momento di profonda commozione.

Poesia: L’arte dei piccoli passi

Non ti chiedo né miracoli né visioni
ma solo la forza necessaria per questo giorno!
Rendimi attento e inventivo per scegliere
al momento giusto
le conoscenze ed esperienze
che mi toccano particolarmente.
Rendi più consapevoli le mie scelte
nell’uso del mio tempo.
Donami di capire ciò che è essenziale
e ciò che è soltanto secondario.
Io ti chiedo la forza, l’autocontrollo e la misura:
che non mi lasci, semplicemente,
portare dalla vita
ma organizzi con sapienza
lo svolgimento della giornata.
Aiutami a far fronte,
il meglio possibile,
all’immediato
e a riconoscere l’ora presente
come la più importante.
Dammi di riconoscere
con lucidità
che le difficoltà e i fallimenti
che accompagnano la vita
sono occasione di crescita e maturazione.
Fa’ di me un uomo capace di raggiungere
coloro che hanno perso la speranza.
E dammi non quello che io desidero
ma solo ciò di cui ho davvero bisogno.
Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi.

Antoine dDe Sanint-Exupery