Poesia: Afa di luglio (C. Sbarbaro)

Afa di luglio. Il canto che non varia
delle cicale; il ciel tutto turchino;
intorno a me, nel gran prato supino,
due fili d’erba immobili nell’aria.

Un sopor dolce, una straordinaria
calma m’allenta i muscoli. Persino
dimentico di vivere. Mi chino
coi labbri ad una bocca immaginaria…

E sento come divenute enormi
le membra. Nel torpore che lo lega,
mi pare che il mio corpo si trasformi.

Forse in macigno. Rido. Poi mi butto
bocconi. Nell’immensa afa s’annega
con me la mia miseria, il mondo, tutto.

Il poeta, sdraiato sull’erba, cullato dal frinire monotono e incessante delle cicale, viene preso dal torpore: egli vi si abbandona e immagina accanto a sé una presenza amata, poi si sente appesantire tanto da lasciarsi andare cercando di dimenticare ogni cosa attorno a lui.

Anche a me , in questi giorni di caldo eccezionale, capita di essere assalita dallo stesso torpore menzionato dal poeta e mi capita di vivere momenti in cui non mi pare di dormire, ma non sono nemmeno sveglia e resto abbandonata sul divano in attesa che la sera porti un po’ di ristoro.

Poesia: Il vento (A. Bertolucci)

  • Vento

Come un lupo è il vento
che cala dai monti al piano
corica nei campi il grano
ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
illuminando case e orizzonti
sconvolge l’acqua nelle fonti
caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta e uno stupore
prende le cose, come dopo l’amore.

Per caso mi sono imbattuta in questa bella poesia di Attilio Bertolucci, che parla del vento e di come porta scompiglio al suo passaggio, lasciando poi un senso di grande stupore in ogni cosa.

Poesia: Sensazione (A. Rimbaud)

Che bella questa poesia di Rimbaud! Pare di essere con lui in questa esplorazione notturna della natura che diventa contemplazione amorosa.

Le sere blu d’estate, andrò per i sentieri
graffiato dagli steli, sfiorando l’erba nuova:
ne sentirò freschezza, assorto nel mistero.
Farò che sulla testa scoperta il vento piova.
Io non avrò pensieri, tacendo nel profondo:
ma l’infinito amore l’anima mia avrà colmato,
e me ne andrò lontano, lontano e vagabondo,
guardando la Natura, come un innamorato.

Poesia: Giugno (G. Carducci)

Giugno, il mese con le giornate più lunghe e le notti più brevi , ci sta lasciando.  Io lo saluto con questa poesia di Giosuè Carducci.

Giugno
É il mese dei prati erbosi e delle rose;
il mese dei giorni lunghi e delle notti chiare.
Le rose fioriscono nei giardini, si arrampicano
sui muri delle case. Nei campi, tra il grano,
fioriscono gli azzurri fiordalisi e i papaveri
fiammanti e la sera mille e mille lucciole
scintillano fra le spighe.
Il campo di grano ondeggia al passare
del vento: sembra un mare d’oro.
Il contadino guarda le messi e sorride. Ancora
pochi giorni e raccoglierà il frutto delle sue fatiche.

L’immagine che più mi piace in questa poesia descrittiva è quella del campo di grano che ondeggia sotto il vento e pare un mare dorato.

Questa poesia un po’ dimessa, senza rime e fatta di parole semplici non si direbbe di Carducci, che, spesso, nelle sue poesie più conosciute ama i toni enfatici.

 

Poesia per la mia terra devastata: Romagna (G. Pascoli)

Il mio cuore è là, nella Romagna  flagellata da un cataclisma devastante; a quella terra e ai suoi abitanti dedico questa poesia di Giovanni Pascoli, uno dei suoi figli più illustri:

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell’aie; 

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ‘1 bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.
 

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.
 

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;
 

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.
 

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.
 

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;
 

udia tra i fieni allor allor falciati
da’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.
 

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.
 

Così più non verrò per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozïoso i piccolini,
 

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Poesia per il 1° maggio: Lavoro di donna (Maya Angelou)

Ho dei bambini cui badare
vestiti da rattoppare
pavimenti da lavare
cibo da comprare
poi, il pollo da friggere
il bambino da asciugare
un reggimento da sfamare
il giardino da curare
ho camicie da stirare
i bimbetti da vestire
la canna da tagliare
e questa baracca da ripulire
dare un’occhiata agli ammalati
e raccogliere cotone.
Risplendi su di me, sole
bagnami, pioggia
posatevi dolcemente, gocce di rugiada
e rinfrescate ancora questa fronte.
Tempesta, spazzami via di qui
con una raffica di vento
lasciami fluttuare nel cielo
affinché possa riposare.
Cadete morbidi, fiocchi di neve
copritemi di bianco
freddi baci ghiacciati
lasciatemi riposare questa notte
Sole, pioggia, curva del cielo
montagne, oceani, foglie e pietre
bagliori di stelle, barlume di luna:
siete tutto quello che io posso dire mio.

Questa poesia mi fa ricordare la vita delle nostre mamme e nonne, quando la povertà era una compagna sgradita, ma inseparabile e la fatica un’oppressione quotidiana. Donne che non conoscevano le parole “ferie” o “vacanze” e che, nonostante il loro lavoro, non hanno mai avuto la benché minima indipendenza economica. Quanta gratitudine dobbiamo a loro!!!

 

 

 

 

La pace della NATO e quella di De Foucauld

Non posso accedere alla lettura integrale di questo articolo, visto che non sono abbonata a Repubblica, ma già la lettura del titolo mi mette i brividi. Questo rinforzare la presenza militare ai confini della NATO mi pare tutto tranne che un segno di speranza di pace.

“Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) dicevano gli antichi Romani, ma io non credo che sia la ricetta giusta.

Sono più propensa a credere alle parole di Charles de Foucauld: LA PACE VERRA’

Se tu credi che un sorriso è più forte di un’arma,
Se tu credi alla forza di una mano tesa,
Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide,
Se tu credi che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo,
Se tu sai scegliere tra la speranza o il timore,
Se tu pensi che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l’altro, allora…
La pace verrà.

Se lo sguardo di un bambino disarma ancora il tuo cuore,
Se tu sai gioire della gioia del tuo vicino,
Se l’ingiustizia che colpisce gli altri ti rivolta come quella che subisci tu,
Se per te lo straniero che incontri è un fratello,
Se tu sai donare gratuitamente un po’ del tuo tempo per amore,
Se tu sai accettare che un altro, ti renda un servizio,
Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora…
La pace verrà.

Se tu credi che il perdono ha più valore della vendetta,
Se tu sai cantare la gioia degli altri e dividere la loro allegria,
Se tu sai accogliere il misero che ti fa perdere tempo e guardarlo con dolcezza,
Se tu sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo,
Se tu credi che la pace è possibile, allora…
La pace verrà.

 

 

Poesia: Il biancospino (U. Saba)

biancospinoDi marzo per la via
della fontana
la siepe s’è svegliata
tutta bianca,
ma non è neve,
quella: è biancospino
tremulo ai primi
soffi del mattino.

Una bellissima immagine costruita con pochi tratti efficaci: sembra di vederla quella siepe coi fiori appena sbocciati, che tremano appena il vento leggero del mattino li sfiora.

Come è nello stile di Saba la poesia nasce da parole semplici, scarne, ma che rivelano un a grande attenzione e un grande amore per la natura.

Poesia: Dalla Terra nasce l’Acqua (Eraclito)

Da almeno quarant’anni si sapeva ….

Si sapeva che l’acqua  sarebbe stata l’elemento più prezioso e che sarebbe stata sempre più scarsa; dicevano: – Le guerre del futuro saranno combattute per contendersi l’acqua …-

Chi lo diceva? Non ricordo, forse gli ambientalisti, forse solo persone che riflettevano sull’aumento vertiginoso della popolazione mondiale … Chi ha ascoltato queste voci? Non lo so, certamente non i politici e  non solo quelli  di casa nostra, se è vero quello che dicevano stamattina alla radio: l’eccezionale mancanza di acqua minaccia l’Europa intera!!!

Eppure l’acqua è l’elemento vitale per eccellenza e lo sapeva anche Eraclito 2500 anni fa…

Dalla terra nasce l’acqua
dall’acqua nasce l’anima…
E’ fiume, è mare, è lago, stagno,
ghiaccio e quant’altro…..
è dolce, salata, salmastra,
è luogo presso cui ci si ferma e
su cui si viaggia,
è piacere e paura,
nemica ed amica,
è confine ed infinito,
è cambiamento e immutabilità,
ricordo ed oblio. (Eraclito, Frammenti – VI-V sec. A.C.)

Poesia: L’edera (G. D’Annunzio)

Un D’Annunzio per me  sconosciuto in questa poesia che ben dipinge uno scorcio di primavera:

L’EDERA

“Le edere rigerminanti salivano
pel vecchio muro scrostato
con un impeto di giovinezza;
si attorcigliavano alle
travi della tettoia come a tronchi vivi;
coprivano i mattoni
vermigli d’una tenda
di piccole foglie cuoiose,
lucide, simili a laminette di smalto;
assaltavano le tegole
allegre di nidi: vecchi e nuovi nidi
già cinguettanti
di rondini in amore”

D’Annunzio non è tra i poeti che più amo, ma bisogna riconoscergli una grande maestria nell’uso delle parole: l’immagine delle piccole foglie cuoiose che “assaltavano le tegole allegre di nidi” è veramente bella ed efficace.