UTE: Non-violenza – Racconti per ridere. (sintesi di Angela D’Albis)

Oggi alle 15.00, la professoressa Russo ci ha parlato di tre seguaci della teoria di Gandhi della non violenza, due italiani (Aldo Capitini e Danilo Dolci) e uno famosissimo, M.L.King, dei quali non era riuscita a parlare la volta scorsa.
ALDO CAPITINI (nato a Perugia il 23 dicembre 1899 e morto nella stessa città il 19 ottobre 1968), è stato un intellettuale, studioso e filosofo antifascista.
Egli si chiedeva come mai la Chiesa avesse potuto fare un concordato con uno stato violento come quello fascista. Per lui il Concordato era vivere il Vangelo. Per questo comincia a staccarsi dalla Chiesa Cattolica, mantenendo, però, sempre uno sguardo religioso sulle persone, ma anche sugli animali che considerava fratelli, come San Francesco.
Per questo motivo è diventato vegetariano, in un periodo storico in cui essere vegetariani non era di moda.
Capitini considerava fratelli tutti gli uomini e li ascoltava tutti, dal più onesto al più disgraziato.
Nel 1924 vinse una borsa di studio presso la Scuola Nazionale Superiore di Pisa.
Il suo professore, Giovanni Gentile, teorico del Fascismo, gli propose di redigere una prefazione a un libro su Gandhi. Capitini si innamorò di questa figura e, non solo l’ammirò, ma la imitò.
Non prese mai la tessera fascista e  questo stroncò la sua carriera universitaria e perse il lavoro precario e poco pagato che gli permetteva di mantenersi.
Tornò a casa dai suoi e si manteneva con saltuarie lezioni private, schedato dalla questura.
Capitini affermava che la non violenza bisogna sperimentarla e continuò a manifestare le sue idee antifasciste. Venne arrestato e mandato in prigione. Rifiutò sia il Fascismo sia la Lotta Armata dei partigiani, perché per lui anche loro erano violenti.
Alla fine della guerra e con la caduta del Fascismo, fu nominato professore universitario e cercò di attuare alcune sue idee.
Cercò di realizzare un primo esperimento di democrazia diretta fondando i Centri di Orientamento Sociale (COS) che durarono solo tre anni (dal 1945 al 1948) perché osteggiati sia dai politici di maggioranza sia di opposizione. Provò poi con i Centri di Orientamento Religioso (COR), perché pensava che vivere il Vangelo potesse diventare una rivoluzione. Anche questi Centri furono osteggiati dalla Chiesa. Capitini riuscì a collaborare con Don Primo Mazzolari e Don Milani.
Capitini combatté anche affinché l’ OBIEZIONE CI COSCIENZA non fosse più un reato in Italia.
Nel 1961 organizzò la Marcia per la pace Perugia-Assisi, che si tiene ancora oggi
In tutta la sua vita, Capitini considerò sempre Gesù Cristo un suo fratello in terra.

La lezione continua con Danilo Dolci, il Gandhi di Sicilia (1924-1997).
Dopo la guerra studia prima alla Sapienza di Roma e poi frequenta il Politecnico di Milano
Durante gli anni universitari decide di lasciare tutto per aderire all’esperienza di NOMADELFIA, comunità animata da don Zeno Saltini.
Dal 1952 si trasferisce in Sicilia in un paese poverissimo dove cerca di far parlare la gente. I Siciliani difficilmente parlano, ma con Dolci parlano tutti e la gente non ha più paura di esprimersi.
In Sicilia promuove lotte nonviolente contro la mafia e per il diritto al lavoro.
Promuove numerose proteste non violente come lo sciopero della fame, lo sciopero alla rovescia (i disoccupati si mettono a lavorare gratis a aggiustano una strada comunale abbandonata).
Vengono arrestati e poi rilasciati tutti, tranne Dolci che viene accusato di scrivere libri in cui denuncia il legame dei politici con la mafia.
Sconta 50 giorni di carcere.
Tuttavia, organizzando un digiuno di 1000 persone riesce a far aprire una diga che dà lavoro a 6000 famiglie e istituisce un Consorzio per la distribuzione dell’acqua della diga, controllata dalla mafia, prima che essa riesca a intervenire.
Ha promosso anche innovazioni nell’ambito educativo, organizzando delle scuole, perché, per lu,i tutto comincia dall’educazione dei bambini.
Di lui hanno detto che “mette in pratica il Dio in cui crede” e “ porta le cose alte a contatto con gli umili”.

martin-luther-kingL’ultimo personaggio che ci presenta la professoressa è: Martin L. King.
Pastore protestante della Chiesa di Montgomery in Alabama, King è stato apostolo instancabile della resistenza non violenta negli anni ’50 e ’60 in America.
Erano anni in cui la discriminazione razziale era molto forte negli U.S:A.
Dopo l’episodio di razzismo nei riguardi di Rosa Parks sull’autobus nel 1955, M. L. King organizzò azioni non violente di boicottaggio e marce di protesta. Fu arrestato varie volte.
M. L. King ha sempre dimostrato coraggio, senso di giustizia, coscienza e cuore.
Parecchi bianchi si unirono a lui.
Finalmente, nel 1956, la corte Suprema dichiarò che la segregazione era contro la Costituzione.
Questo, purtroppo, rimase solo sulla carta e le discriminazioni continuarono ancora per dieci anni.
Nel 1964 il presidente Johnson promulgò una legge che dichiarava la discriminazione illegale.
M. L. King venne assassinato il 4 aprile 1968.
“Chi segue la non violenza deve rinunciare alla vita comoda”.
“La più grande tragedia del nostro tempo non è il chiasso dei cattivi, ma il silenzio spaventoso delle persone oneste”.
M. L: KING

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Alle 16 il prof. Galli termina il suo corso sui “Racconti da ridere” con la quarta parte.
Comincia con Pirandello e ci legge una novella nella quale si parla di un uomo che si sveglia tutte le notti. La moglie è seccata anche perché pensa che il marito sogni belle donne. In questa novella, oltre alla comicità, c’è la visione pessimistica della vita da parte dell’autore.
Il professore ci ha spiegato che spesso l’umorismo nasce dall’esagerazione di certe situazioni che si vivono nella quotidianità.
Ci legge due racconti di Benni. Uno parla di una visita in una casa di cura e l’altro è una presa in giro del Servizio militare..
Poi, il docente ci presenta due racconti di Beppe Severgnini, tratti dal suo Manuale del luogo domestico, uno ambientato in un supermercato, l’altro parla di una famiglia che va a sciare.
Per ultimo, legge alcuni passi tratti dai libri di Paolo Villaggio. Ci dice che Paolo Villaggio è uno degli scrittori più importanti e che il suo personaggio, Fantozzi, rappresenta molte cose. La figura dell’impiegato è spesso usata in letteratura, anche classica e drammatica. Villaggio la usa in versione umoristica.
fantozzi-e-filiniIl primo racconto che il docente ci legge di Villaggio racconta la tragica esperienza di una gita in pullman da parte di un gruppo di impiegati.
Il secondo racconta una sfida calcistica tra quarantenni. I due racconti sono molto divertenti, anche perché trattano di situazioni sociali che spesso abbiamo vissuto anche noi.
Grazie al professor Galli per queste lezioni che ci hanno divertito e rilassato!

UTE: scritti di Leonardo – racconti per ridere. (resoconto di Angela d’Albis).

Il professore Don Ivano Colombo ci ha parlato oggi degli scritti letterari di Leonardo da Vinci, donandoci un’immagine di Leonardo un po’ poco nota. Infatti, noi conosciamo Leonardo più come artista-pittore e scienziato, meno come scrittore, anche perché l’artista ha scritto senza avere intenti letterari.
Il docente ci ha consigliato prima una bibliografia per approfondire, proponendo i seguenti testi:
Silvia Alberti de Mazzeri
LEONARDO, L’UOMOE IL SUO TEMPO
Rusconi, 1983
Leonardo da Vinci
SCRITTI LETTERARI
(a cura di Augusto Marinoni)
BUR Rizzoli, 1952
Francesco Tateo

ALBERTI, LEONARDO E LA CRISI DELL’UMANESIMO

LIL.12 – Laterza, 1971

Dopo questa introduzione, Don Ivano prosegue sottolineando che Leonardo, pur essendo nato da genitori che lo hanno avuto per caso (la madre contadina e il padre notaio) e pur essendo vissuto con il nonno e uno zio senza avere alcuna formazione scolastica, è diventato un genio!
Egli non aveva una cultura umanistica, non conosceva né il greco né il latino (lingua ufficiale del tempo), ma parlava e scriveva nel volgare toscano. Abitando col nonno e con lo zio, però, aveva sviluppato l’amore per la campagna e per la natura.
A Leonardo è mancata la scuola, ma non lo studio personale; è mancato un lavoro intellettuale metodico, ma ha sviluppato innumerevoli interessi che hanno dato i loro frutti.
Leonardo affida le sue riflessioni ad appunti sparsi, che non hanno pretese letterarie. Egli non aveva propensione allo scrivere, anzi provava un certo disgusto per la poesia. Tuttavia, è innegabile che Leonardo abbia avuto un ruolo importante nello sviluppo della nostra letteratura in volgare.
L’opera che ha più valore letterario è “Il trattato della pittura”. Quest’opera costituisce un lavoro impegnativo nel quale Leonardo riflette sulla pittura e la ritiene superiore alla poesia.
“Il trattato della pittura” è anche un’opera divulgativa ed è scritta in lingua volgare. Le parole usate per descrivere la pittura sono così efficaci che quest’opera, a dispetto dell’autore, diventa un testo di alto profilo letterario.
In effetti, Leonardo, volendo descrivere a parole ciò che poi esprimerà nel disegno, usa parole efficacissime e appropriate alla scena che vuole rappresentare. La pagina più bella è quella nella quale descrive “Il Diluvio”, dove lui trova le parole per descrivere un quadro naturalistico con espressioni che sono veramente grandiose.
Leonardo, quindi, è un “illetterato” che non si prefigge di diventare un uomo che produce letteratura.
Tuttavia, ci ha lasciato le sue riflessioni in appunti sparsi che poi sono stati raccolti in:
“ I Pensieri”, dove si nota il suo interesse per tutto ciò che lo circonda e dove troviamo affermazioni che assumono la forma e la sostanza di proverbi o barzellette;
“Le Facezie”: racconti brevi di tipo moraleggiante;
“Le Favole”: testi più impegnati dal punto di vista letterario, legati al periodo milanese di Leonardo, quando, alla corte di Ludovico Sforza detto il Moro, cerca di entrare nelle grazie del signore di Milano, anche per ricevere un compenso in danaro;
“Il Bestiario” una sorta di antologia che ha per protagonisti gli animali;
“Le Profezie”: specie di indovinelli, proposti ai presenti, i quali devono dimostrare di capire ciò che viene detto.
Per finire, Leonardo non disdegna di mettersi a scrivere e anche nella scrittura emerge il suo genio.
Oggi viene riconosciuto che anche per quello che ha lasciato di scritto, egli merita attenzione e rispetto, pur dovendo apprezzare la sua eccellenza nel campo artistico-pittorico e la sua genialità nel campo delle scienze applicate.
Grazie a Don Ivano per questa splendida lezione!

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Alle ore 16.00, il professor Galli ci ha allietato con la lettura di due racconti umoristici, uno americano e l’altro italiano.
Riprendendo il tema della “letteratura del ridere”, il docente ha ribadito che narrare è una componente essenziale della nostra personalità.
Attraverso il romanzo, le diverse identità dei personaggi ci fanno scoprire la nostra identità. Perciò, se apprezziamo un romanzo è perché esso ci parla di noi.
Ci ha parlato, poi, della BIBLIOTERAPIA, un metodo di terapia, prevalentemente utilizzato in ambito psicoterapeutico, che ricorre alla lettura di libri come terapia per individui con disturbi psichici. Il medico propone dei percorsi di lettura scelti e pensati per il singolo paziente e per il momento che sta vivendo. Oggi questa pratica è diffusa in tutto il mondo, soprattutto nei paesi anglosassoni.
Prima di passare alla lettura del primo racconto, il docente ha sottolineato che non è facile far ridere e che ogni nazione ride a suo modo perché spesso l’umorismo è legato alla cultura del luogo e quello che può far ridere un popolo non fa ridere un altro.
Passa alla lettura di un racconto americano “Natale significa dare” di David Sedaris.
E’ un tipico racconto americano dove si ironizza su certe usanze tipiche della nostra società occidentale, usando l’esagerazione.
L’altro racconto è di Stefano Benni: “Papà va in tv”.
E’ un racconto umoristico che ironizza su noi italiani che siamo succubi della televisione e che diventa l’unica fonte di informazione. Anche in questo racconto si esagera la situazione, ma si sottolineano anche alcune negatività dei programmi televisivi che hanno successo solo grazie all’audience.

UTE: Natale 2018 (resoconto di Angela D’Albis)

PRESENTAZIONE, LETTURA E ANALISI de: ”IL NATALE” di Alessandro Manzoni
docente: Don Ivano Colombo

CONCERTO NATALIZIO DEL CORO U.T.E

Alle ore 15.00, il nostro docente Don Ivano Colombo, nella sua riflessione sulla festività del Natale, ha presentato, letto e analizzato l’Inno “Il Natale” di Alessandro Manzoni.
Tra gli Inni Sacri, “Il Natale” occupa il terzo posto, quello centrale. Prima ci sono:” La Risurrezione” e “Il nome di Maria”, poi vengono “La Passione” e “La Pentecoste”.
Ne “Il Natale”, Manzoni affronta il mistero dell’Incarnazione. Lo scrive nel 1813, a poca distanza dalla sua conversione che sente ancora viva e la vuole compartecipare agli altri.
L’intento di Manzoni è anche di parlare alla gente e di presentare “il mistero” dell’Incarnazione.
Il docente ci ha spiegato che la parola “mistero” vuol dire semplicemente “fatto”.
La nascita di Gesù è un “fatto”, qualcosa di realmente accaduto, ma che diventa “mistero” perché non può essere spiegato con parole umane.
Tuttavia, allo scrittore interessa non solo il “fatto” della nascita, ma come, con questa nascita, Dio inizi la sua opera di “Salvezza”.
L’Inno “Il Natale” è costituito da 16 strofe, ciascuna di 7 settenari, versi di 7 sillabe.
La rima è piuttosto libera.
Possiamo dividere l’Inno in due parti di 8 strofe ciascuna (8+8).
La prima parte si può ancora suddividere in due parti di 4 strofe ciascuna (4+4).
La seconda parte, invece, la suddividiamo in 6 + 2 strofe.
Nelle prime 4 strofe della prima parte, Manzoni parla della “salvezza” dell’uomo dal peccato e paragona l’uomo a un masso che, una volta caduto, non può più risollevarsi senza un aiuto.
E’ la condizione dell’uomo peccatore che con le sue sole forze non può rialzarsi. Ha bisogno della Grazia (ultime 4 strofe della prima parte). Questa Grazia non è un intervento gratuito di Dio, ma è una “persona”, cioè Gesù.
Nelle prime 6 strofe della seconda parte, c’è il cuore del messaggio natalizio, perché evocano il “fatto”, andando oltre i temi dottrinali.
E’ la parte più narrativa e più scorrevole.
La chiusura dell’Inno (ultime 2 strofe) è una “ninna nanna”.
Il poeta ammira estasiato il bambino che dorme. Tuttavia, la bellezza della figura del bambino viene sciupata dall’evocazione di tempeste, guerre, che stridono con il suo invito a cullare il bambino e cantargli la ninna nanna.
Don Ivano, nel commentare questo Inno, ha sottolineato anche che in esso c’è forma poetica, ma non ispirazione poetica, perché l’autore sembra imbrigliato nella necessità di essere preciso e adeguato nel proporre la dottrina cristiana (cosa non facile da fare in versi).
Ha anche evidenziato che l’Inno del Manzoni appare molto simile agli Inni scritti da Sant’Ambrogio (che da milanese conosceva bene), nei quali il Santo presenta gli stessi concetti.
La conclusione è che, nonostante tutti i limiti evidenziati, Manzoni è riuscito, con questo Inno, a universalizzare il messaggio cristiano e a estenderlo a tutti coloro che vogliono riconoscersi in esso.

Nella seconda parte del pomeriggio, dalle 16 in poi, c’è stato il tradizionale Concerto di Natale che ha visto protagonisti il nostro Coro U.T.E. (magistralmente diretto dal maestro Alessandra Zapparoli e altrettanto magistralmente accompagnato al pianoforte dal maestro e compositore Maurizio Fasoli) e tre giovanissime e bravissime cantanti soliste.

Il Concerto si è svolto in due parti.
La prima parte è stata più classica ed è stata eseguita dal Coro e dalla solista soprano Silvia Corti.
Questa parte ha spaziato nel repertorio classico natalizio (“Adeste fidelis”, “Alleluia di Mozart”. “Tu scendi dalle stelle”, “La vergine degli Angeli”, “Mille cherubini in coro” e altri) e si è concluso con il bellissimo valzer “Tace il labbro” dalla “Vedova allegra” di Franz Lehar.
La seconda parte, più leggera, ha visto come protagoniste tre giovanissime e bravissime cantanti soliste di musica leggera.
Il loro repertorio ha spaziato da “Memory” a “Jingle bell rock”.
Il concerto è terminato con una canzone tratta dal film di animazione “Anastasia” intitolata:” Quando viene dicembre”, eseguita dal Coro e dalle tre soliste insieme.
Il Concerto è stato un successo! La sala era gremitissima e c’era gente in piedi sia in fondo sia nei corridoi laterali.
Un grazie di cuore al coro, ai maestri Alessandra Zapparoli e Maurizio Fasoli, alle cantanti soliste e agli organizzatori per il dono di questa bellissima esibizione.
Buon Natale a tutti!

UTE: Nascita del linguaggio – Storia del balletto: Carla Fracci. (sintesi di Angela D’ Albis)

Oggi il Dott. Rigamonti ci ha parlato della comunicazione verbale e delle tappe dello sviluppo del linguaggio nel bambino.
La COMUNICAZIONE VERBALE è la capacità specificatamente umana di comunicare verbalmente e implica due tipi di COMPETENZE:
• LINGUISTICHE: capire e produrre frasi significative e formate secondo le regole grammaticali;
• COMUNICATIVE: abilità di usare le frasi in modo appropriato al contesto.
Il docente ha ribadito che è l’adulto il vocabolario del bambino e che è importante parlargli in maniera corretta, perché il bambino impara imitando.
Ha poi sottolineato che è importante che le cose che si apprendono abbiano una immagine nel cervello.
L’apprendimento del linguaggio non è solo la parola, ma anche la rappresentazione mentale.
Nelle prime settimane, il bambino emette dei suoni vegetativi;
a 2 mesi, il bambino comincia a emettere delle vocalizzazioni;
verso i 7 mesi, il bambino comincia con la “lallazione” canonica (la lallazione è l’emissione di suoni ripetitivi come da-da, ma-ma);
linguaggio-e-bambiniA 10-12 mesi, si sviluppa la “lallazione variata”, cioè i bambini, con semplici lallazioni, compongono delle vere e proprie frasi con intonazione e ritmo corretti.
Ci sono dei bambini che a 12 mesi parlano già, altri no. Spesso non è un problema del bambino, ma dell’adulto perché il suo insegnamento non è stato corretto.
Grazie al cielo, però, tutto poi si mette a posto, perché quando i bambini vanno al nido o all’asilo, stando vicini ad altri bambini, hanno degli stimoli diversi.
Infine, per concludere questa prima parte sulle competenze linguistiche, il docente ci ha descritto lo SVILUPPO FONOLOGICO del bambino da 1 a 3 anni:
• a 10 -12 mesi il bambino riproduce circa 50 parole;
• a 17 – 24 mesi c’è un’esplosione di vocabolario e il bambino riproduce fino a 300-600 parole;
• a 3 anni la maggior parte dei bambini italiani padroneggia tutti i fonemi della nostra lingua.

Altra cosa è la COMPRENSIONE:
• a 7 mesi i bambini comprendono alcune parole familiari;
• a 8 mesi comprendono una cinquantina di parole;
• a 18 mesi circa 200 parole.
Tuttavia, la comprensione è molto soggettiva.
Il docente termina la lezione parlando del “SORRISO” SOCIALE”.
Alla nascita il bambino “imita” l’adulto anche nei modi. Questo discorso imitativo dura tutta la vita. Quando il bambino comincia a sorridere, vuol dire che il bambino comincia a instaurare una relazione con le persone conosciute.
La lezione del dott. Rigamonti è stata, come tutte le sue lezioni, molto stimolante e utile per i nonni, che hanno rapporti stretti con i bambini, ma anche per gli altri che, pur non essendo nonni, hanno imparato qualcosa di veramente istruttivo e interessante

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La lezione di oggi della professoressa Zapparoli ( sempre con la collaborazione del professore Francesco Pintaldi, che prepara dei video bellissimi) è legata intimamente con la lezione precedente sulla storia del balletto classico. Oggi approfondisce anche alcuni argomenti tecnici, già accennati la volta scorsa, presentandoci una “étoile” della danza molto importante: Carla Fracci.

Carla Fracci, La Sylphide 1985
Carla Fracci, La Sylphide 1985

Carla Fracci inizia presto la sua storia di danzatrice. E’ una bimbetta proveniente da una famiglia molto semplice, che vive a  Milano in una casa di ringhiera e che si forma in questa città per andare verso un cammino di grande fama internazionale.

Nasce a Milano il 20 agosto 1936 e studia alla Scala. Nel 1954 si diploma e subito viene chiamata presso i più grandi teatri stranieri (ll London Festival Ballet, il Sadler’s Wells Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet , il Royal Swedish Ballet e l’American Ballet Theatre.) che la volevano accanto ad altri grandi ballerini di fama mondiale come Nureyev.

Il primo lancio di Carla Fracci fu al Festival di Nervi (cittadina della Liguria)e da lì fu chiamata a debuttare a New York con  Giselle, la cui interpretazione più famosa è quella con Erik Bruhn. Giselle è un balletto classico-romantico, scritto dal romanziere francese Théophile Gautier e musicato dal celebre compositore di musiche per balletti Adolphe-Charles Adam, Carla Fracci ha danzato Giselle anche con Nureyev e Paolo Bertoluzzi, un grande ballerino italiano.

Durante la visione del video che riproduce alcuni pezzi di Giselle, la nostra docente ci fa notare la freschezza, la leggerezza, la bravura tecnica dell’interpretazione di Carla Fracci come pure l’espressione del viso che esprime molto bene le emozioni. Infatti, Carla Fracci, oltre ad essere una brava ballerina, è anche una brava attrice.

Sempre durante l’esecuzione di questi brani, la docente ci dice una curiosità riguardo ai piedi dei ballerini: le ballerine ballano in punta, mentre i ballerini usano la mezza punta. Anche lo sviluppo della muscolatura dei ballerini maschi è  diversa perché devono essere in grado di alzare la ballerina.  La ballerina, invece, deve avere una caviglia fortissima, per reggere il peso del corpo, e un collo del piede che deve abituarsi a curvarsi in un modo un po’ innaturale.

La lezione continua con altri filmati di personaggi del passato:

Isidora Duncan, innovativa per la danza;Anna Pavlova, grande coreografa e ballerina.Abbiamo visto anche due interpretazioni di “Giulietta e Romeo”, una con Liliana Cosi e Nureyev e l’altra con Carla Fracci e Nureyev. Senza togliere nulla a Liliana Cosi, l’interpretazione di Carla Fracci ci è sembrata più sentita e partecipata. La lezione si è conclusa con una danza di Luciana Savignano e una danza allegra tratta dal Don Chisciotte.

Grazie alla professoressa Zapparoli per l’interessante lezione e al professore Francesco Pintaldi per il bellissimo video.

UTE: La vergine delle rocce – Buccinigo nella storia. (resoconto di A. D’Albis)

La carissima amica Angela D’Albis ha inviato il suo resoconto sulle lezioni di oggi: Grazie infinite, Angela! Ottimo lavoro!

ore 15:00 – UN GRANDE ARTISTA: LEONARDO DA VINCI – LA VERGINE DELLE ROCCE E L’INVENZIONE DEI PAESAGGI – docente: Manuela Beretta

Ancora una volta abbiamo seguito, in religioso silenzio, la nostra bravissima docente, prof. Manuela Beretta, che ci ha illustrato l’opera di Leonardo da Vinci: “La vergine delle rocce”.Quest’opera ci mostra l’invenzione dei paesaggio da parte dell’artista. Ce ne sono tante altre, ma la nostra docente ha scelto questa perché  è un’opera che Leonardo realizza a Milano.

la-vergine-delle-rocce“La vergine delle rocce” è un olio su tavola di grandi dimensioni (2 metri x 1.20). E’ un’opera che ha diverse testimonianze documentari ed ha una nascita molto travagliata. Dal contratto di appalto di Leonardo per quest’opera, sappiamo che venne commissionata da una confraternita dell’Immacolata Concezione che aveva una cappella nella chiesa di San Francesco grande. Questa chiesa, che oggi non esiste più, era la Chiesa più grande di Milano dopo il Duomo.

“La vergine delle rocce” doveva essere collocata nella prima cappella a destra, poi spostata in una delle absidi minori nel ‘500 perché la cappella venne distrutta. Quando l’ordine dei Francescani venne abolito, nel ‘700, Napoleone  fece distruggere la chiesa e al suo posto vi fece costruire una caserma. Il dipinto doveva essere un trittico: una tavola centrale (opera di Leonardo) e due laterali (opere di due suoi collaboratori: Leonardo e Giovanni Ambrogio De Predis).

La cornice c’era già (opera di Giacomo Del Maino). Oggi la cornice non c’è più perché quando la chiesa venne distrutta, l’opera venne smembrata e le parti furono vendute separatamente.

La tavola centrale rappresenta la Vergine all’interno di una caverna. A sinistra c’è San Giovanni Battista bambino e a destra ci sono  Gesù e l’arcangelo Gabriele. E’ un’iconografia molto complessa e altamente simbolica. Le braccia della Vergine fanno comunicare le due parti del dipinto; la parte dove c’è Giovanni Battista è la parte terrena, mentre la parte a destra dove c’è Gesù è la parte divina. Gesù benedice con una mano, ma tocca la terra con l’altra e questo gesto simboleggia la doppia natura del Cristo: divina e umana.

Leonardo fa parlare i suoi personaggi attraverso la gestualità. Tuttavia, è anche molto importante il paesaggio di questa tavola.  Per realizzare la caverna (nella quale c’è la Vergine), Leonardo usa  due originali espedienti pittorico-stilistici: la prospettiva aerea e lo sfumato.  Lo sfumato è quella tecnica per cui la pittura non ha una linea precisa di contorno. Il contorno è sempre sfumato. La prospettiva aerea è un qualcosa che ci permette di percepire, di due oggetti simili per dimensioni, quale dei due si trova a una maggiore distanza. E’ quella prospettiva che non utilizza le linee, ma il colore.

 De “La Vergine delle rocce” esistono due versioni: una si trova al Louvre e l’altra alla National Gallery di Londra. Anche le tavole laterali si trovano a Londra.

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ore 16:00 – TRACCE DEL NOSTRO TERRITORIO LOMBARDO – PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI EMILIO GALLI “BUCCINIGO NELLA STORIA” – docente: Emilio Galli.

Dopo la presentazione dell’associazione La Sorgente da parte della Presidente, gruppo che ha promosso il testo sulla storia di Buccinigo, il prof. Emilio Galli ci ha introdotto nella descrizione del libro da lui scritto: ”Buccinigo nella storia”.

Il libro è una specie di racconto, facile da leggere.

torre-di-buccinigoCi ha spiegato che ha voluto collegare la storia nazionale con quella locale perché una fa capire l’altra. Ha usato l’asse cronologico e la sua narrazione parte dalla preistoria fino a giungere ai nostri tempi.

 Ci sono dei reperti che testimoniano l’esistenza di agglomerati urbani in questa zona nella Preistoria. Poi questi territori sono stati occupati dai Celti e dai Romani.

Con la cristianizzazione sono nate le “pievi”. Buccinigo si trovava nella pieve d’Incino. Con la caduta dell’impero romano, ci sono state le invasioni barbariche e la fascia prealpina si è fortificata per difendersi da queste invasioni.Nell’Alto Medioevo, i Longobardi occuparono l’Italia. Essi furono sconfitti da Carlo Magno e nacque il Sacro Romano Impero.

Poi arrivarono gli Spagnoli, poi gli Austriaci, fino all’avvento,  nell’ ’800, del Regno d’Italia. Le grandi famiglie nobili di questa zona sono: i Carcano, I Parravicini. I Sacchi (di questi ultimi, però, si sono perse le tracce) e i Carpani.

Una curiosità: da dove deriva il nome Buccinigo?

Ci sono varie ipotesi. Una leggenda dice che potrebbe derivare da “buco iniquo”, riferendosi a un pozzo dove mettevano le persone che non si comportavano bene.

Un’altra ipotesi è che potrebbe derivare da una parola latina che indicava il tubo che usavano i romani per gli acquedotti.

C’è chi dice che tutti i nomi dei paesi che finiscono in -igo, -ago, -ugo sono di origine longobarda. Tuttavia, queste sono tutte leggende o supposizioni e il mistero rimane!

UTE: Letteratura dialettale – il 1968

ore 15.00 – Letteratura dialettale: La natura, il paesaggio, l’ambiente nella lirica dialettale mila- nese e comasca. Viaggio del sentimento e della memoria.( parte 2)  –  Docenti: Prof. Ghioni, Gottardi, Vasirani

Nella lezione precedente il prof Ghioni ha iniziato il viaggio del sentimento e della memoria nella lirica dialettale milanese e comasca nella campagna.

lago-segrino-2Oggi, invece, ci parla del LAGO DEL SEGRINO attraverso una lirica di Franco Gottardi, il quale vede il lago in modo innovativo. Il poeta, infatti, vede il lago del Segrino vicino ai sentimenti umani più profondi. Il lago che descrive è buio, malinconico. Egli ci presenta  una lettura autobiografica del lago: è il luogo della fantasia, degli amori, degli innamoramenti, degli amanti. E’ un lago umanizzato.

Poi il prof Ghioni passa a un’altra connotazione del tema, LA MONTAGNA. Viene prima letta la poesia di Gottardi “Montagna” (Le Grigne).

Anche in questa poesia Franco Gottardi fa un’operazione di umanizzazione della montagna.  La presenta come due sposi. Il Grignon, serio, è il maschio, il marito; la Grignetta, sbarazzina, ammiccante, infedele è la donna, la moglie. Il poeta umanizza il rapporto tra le due montagne e la storia finisce bene perché i due sposi rimangono insieme. Il poeta fa notare che La Grignetta è vestita di bianco, non per la neve, ma in segno di lutto per la morte di uno scalatore.

Poi il professore ci presenta una grande esponente della poesia comasca: Gisella Azzi (nata a Como nel 1912). La Azzi scrive in dialetto milanese, comasco, ma anche in italiano. Scrive in una lingua scorrevole e ricca di umanità. Ha inventato il personaggio di Marietta che usa un dialetto italianizzato molto divertente Di questa poetessa leggiamo due composizioni brevi che parlano di due venti: il Tivan e il Muntif.

Infine ci spostiamo in CITTA’. Il poeta Cesare Mainardi (1900-1985) è un ingegnere e poeta di grande rilievo nel panorama milanese. Riuscì a nobilitare la poesia dialettale. E’ un poeta crepuscolare e vive nell’animo e nella vita il “ male di vivere” tipico dell’uomo del primo novecento. Cesare Mainardi è consapevole di questo tormento, lo vive, lo soffre, ma sempre con dignità. La poesia “Pianta a Milan” di Cesare Mainardi rappresenta la condizione umana: c’è una correlazione tra la pianta e il poeta.

Infine viene letta una poesia di Gisella Azzi su: ”Il primo viaggio della funicolare a Brunate”, nella quale vengono descritti i sentimenti di meraviglia, stupore, ma anche paura di una coppia che appunto vive il suo primo viaggio su questo mezzo.

La lezione si conclude con la lettura di altre poesie in dialetto milanese e comasco che descrivono alcuni luoghi di Milano.

ore 16.00 – Filosofia – IL  1968: FILOSOFIA SPERIMENTALE, NUOVE IDEE DI LIBRO TRA DELEUZE E GUATTARI . – docente: Marco Creuso.

Il prof. Creuso ha affrontato, in questa lezione,  il tema dell’anniversario legato al nostro presente: il 1968, con i suoi autori, Gilles Deleuze e Félix Guattari.

Gilles Deleuze è stato un autore dall’estrema bellezza e singolarità della scrittura,  ma anche dalla grande difficoltà concettuale.

Nel ‘68 viene criticata la dimensione accademica che imponeva rigide regole nelle università, ma anche nello Stato. Il ’68 ha creato molti nemici dello stato, lo stato con la S maiuscola, perché si voleva che comprendesse anche le minoranze. Per esempio, nel ’68 si evidenziò il problema delle istituzioni psichiatriche: molti intellettuali avanzarono delle teorie per cancellare le differenze tra malati di mente e normali.

deleuze-16-9Il Deleuze cerca di uscire dall’accademismo. Egli è stato  l’autore più letto dai non accademici perché era come un ragno che gettava la sua ragnatela filosofica su tutto il sapere senza tenere più conto che ci fosse un sapere di serie A ( i temi etici) e un sapere di serie B ( i temi di ogni giorno) e affermava che anche le cose di ogni giorno devono rientrare nella filosofia. Per noi oggi questo è abbastanza chiaro, ma nel ’68 era una cosa nuova.

Deleuze aveva aperto la propria aula a tutti i cittadini, anche ai non iscritti alle facoltà universitarie, e aveva messo degli orari per le sue lezioni che andavano bene per tutti. Quindi il sapere non è più prerogativa di pochi, ma di tutti.

Inoltre, Deleuze propone una nuova idea di libro. Egli afferma che un libro, per essere tale, deve essere incompiuto, non perché manca di qualcosa, ma perché, afferma, dove c’è il sapere certo, là c’è l’ignoranza.

La rivoluzione del ’68 è stata una rivoluzione intellettuale, una rivoluzione senza rivoluzione, una rivoluzione delle idee.

Deleuze incontra il suo amico Guattari, che proveniva dalla psichiatria, e da lui ha imparato il concetto di macchina. Con lui scrive dei libri.

Nel titolo di questa lezione, il professore ha inserito la frase:” Nuove idee di libro”, perché, come è stato detto prima, Deleuze propone un nuovo modo di scrivere libri.

Ma è il nostro Don Milani a porre nel ’67 la prima idea di libro sperimentale. Rifacendosi all’esperienza di insegnamento del suo amico Mario Lodi, Don Milani pubblica “La lettera a una professoressa” che è stata scritta addirittura dai suoi ragazzi. Mario Lodi, infatti, insegna a Don Milani come far scrivere a dei bambini dei temi sullo stesso argomento e come metterli insieme, e Don Milani impara benissimo la lezione.

Deleuze chiama i libri: mille piani, perché al posto dei capitoli ci sono i piani.In ogni piano c’è una traccia che si può aprire in qualsiasi punto senza arrivare alla fine. Questi autori non puntano alla scrittura come comprensione, ma come scrittura.

La letteratura è una macchina da guerra perché mette in gioco il “potere”

Emozioni condivise.

Sapere che un’amica o un amico  si ricorda di te, fa piacere, sempre, a tutti; ma se questo/a amico/a ti manda delle poesie, scritte così come  le sono sgorgate dal cuore mettendoti a parte delle sue emozioni, allora senti che l’amicizia è vera e preziosa. …….E se ti accorgi di aver sbagliato a pubblicare le parole dell’amica, provvedi subito e rimedia!!!nonna-e-bambina

ET… ET … AMEN.

E’ più sincero,//tenero,//commovente

il comportamento naturale // di un piccolo bambino.

AUT

È più carino, // timido, // dolce, // educato

                                                                        l’atteggiamento di una persona anziana?

Io toglierei l’AUT e anche il punto di domanda; al loro posto inserirei un bel “ET” ed un grosso AMEN

(5/11/2017)

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UNO … DUE … TRE.

Weeping Woman 1937 Pablo Picasso 1881-1973 Accepted by HM Government in lieu of tax with additional payment (Grant-in-Aid) made with assistance from the National Heritage Memorial Fund, the Art Fund and the Friends of the Tate Gallery 1987 http://www.tate.org.uk/art/work/T05010
Donna che piange di Picasso

Le lacrime di un bambino

sono perle

subito dissolte.

Le lacrime di una donna

sono rose

pienamente profumate.

Le lacrime di una persona anziana

sono come noci:

scendono da sole

senza

la partecipazione del cuore

follemente tenere e dolci,

ma,

quando asciugano,

follemente amare

 (2/11/2017)

Grazie, Piera! Un abbraccio!!!

Storie di famiglia: La nonna Carolina (racconto della cugina Lia).

Come ho già avuto modo di dire, non ho mai conosciuto bene la mia nonna paterna, perciò ho chiesto a mia cugina Lia, che ha vissuto tanti anni con lei, di parlarmene; ed ecco una parte del suo bellissimo racconto:

nonna-carolina-al-lavatoio“….. La nonna Carolina…. a me voleva bene di sicuro e con me era dolce. Forse per lei sono stata la figlia che avrebbe voluto avere senza paure, senza dispiaceri, senza rimorsi, senza guerre, senza lutti. Da piccola, ero quasi sempre con lei, anche perché quando mio fratello nacque, avevo un anno e due mesi e la mamma non poteva sempre dividersi in due. Carolina era fiera di me, tanto che mi raccontò più di una volta di quando il Vescovo, venuto a Rolo per una Cresima, passandoci accanto, si fermò e mi disse: “ Occhi celesta! “ : la nonna diceva proprio “ celesta “. Ero la sua confidente e amava raccontarmi gli avvenimenti lieti di quando era giovane. In occasione del suo matrimonio col nonno Vincenzo ,so che indossava un  bellissimo vestito di velluto rosso ( “ Rosso?? “.  “ Rosso!! “) e  le sue amiche la invidiavano perchè era bella.    Tra le mie immagini, vedo la cucina di Rolo con le due giapponesine che si dondolavano sull’altalena, ricamate sul tappeto che copriva il tavolo, mentre la nonna filava la  lana e poi avvolgeva il filo sull’arcolaio. La nonna sferruzzava insegnandomi le preghiere. Quando la stagione era tiepida, verso sera  mi portava con lei al Rosario dopo avermi fatto saltare sulle sue ginocchia. Anche adesso, so a memoria le litanie in latino, non c’è verso che le impari in italiano! Mi teneva per mano e vedo ancora la sua gonnellona nera che ondeggia all’altezza del mio viso. Andavamo al cimitero e, tuttora, quando sento l’odore del bosso, mi viene in mente la nonna. Andavamo  a trovare il “pòver Viséns, ch’l’era acsé bèl vistì da carabinier! “. Diceva che mio padre(che aveva solo dieci mesi quando il nonno morì) piangeva quando gli mostravano il ritratto del nonno.  Andavamo a trovare anche la  bisnonna, Adelaide.  Carolina ricordava con molto affetto  sua madre che le aveva in qualche modo insegnato a leggere, mentre suo  padre le aveva proibito di andare scuola perché diceva che alle donne non serve saper leggere e scrivere.

Adelaide aveva rispetto di sua figlia, cosa che, forse, suo padre non riteneva di dover avere. Dietro l’insegnamento di sua madre, Carolina sapeva leggere il suo voluminoso messale nero. Penso che lo sapesse a memoria. Le dicevo che, se poteva leggere un libro, sarebbe stata capace di leggere tutto; ma lei diceva di no e non volle mai impegnarsi a leggere altro. Lei e io dormivamo nello stesso lettone di ferro: a volte dormivo come seduta sulle sue ginocchia e sento ancora il suo tepore che mi avvolgeva, nella camera fredda, con i vetri istoriati dal ghiaccio. Dividevamo ancora lo stesso letto e gli stessi ricami sui vetri, anche quando ci trasferimmo a Fabbrico.  Quando cominciai a frequentare le scuole medie, dovevo alzarmi presto per prendere il pullman che mi portava a Novellara: lei mi svegliava piano piano, accarezzandomi le palpebre con le dita gelate.   A quell’età, avevo delle lentiggini molto evidenti che a me non piacevano    e alla nonna ancora meno. C’era in commercio una specie di crema bianca che, dicevano, le avrebbe eliminate: la nonna voleva che me la dessi, ma io non ci pensavo neanche a darmi  quel pasticcio! Una notte mi sveglio, infastidita da qualcosa che mi gira sulla faccia…: era la nonna che mi spargeva la crema!!! Quella volta mi arrabbiai di brutto!      Ho di lei dei ricordi fatti di  immagini e sensazioni ancora vive, come succede per le persone a cui si è volutoste, neanche quando er bene. La vedo fare la treccia seduta sulla poltrocina di vimini. La vedo con noi quando facevamo i cappelletti la sera della Vigilia di Natale, in attesa di andare alla Messa di Mezzanotte: lei partiva un’ora prima per trovare il posto a sedere e sentire comodamente la Messa cantata…ma con i piedi gelati ( ahi, i geloni di allora!…).  Ma ricordo anche qualche battuta poco felice come quando, mentre mi insegnava a cucire, mi diceva: “ gucèda longa, sartòra màta… To mèdra la drova la gucèda lònga…”. Bè…  O ancora:” To mèdra l’è gelosa ed mé perchè tè t’vò più bèn a mè che a lé “.Ancora, bè… .  Io non dicevo niente, ma non mi sembravano cose giuste, neanche quando ero piccolao piccola….”

Grazie, Lia!!! Grazie infinite!

 

Spazio aperto: Cerco un senso (poesia)

Passeggiare sulle rive di un placido laghetto incastonato fra le montagne, di cui riflette i colori, induce a meditare sui grandi perchè della vita. E’ quello che accade alla mia  carissima amica P. che mi fa di nuovo dono delle sue belle è profonde riflessioni (come lei le definisce), che sanno tanto di poesia.

CERCO UN SENSO

lago-segrinoOdore di fiori// che non conosco.//Odore di terra umida// che parla di sottobosco.// Odore di acqua//che non sa di nulla.// Odore di timo//  che porta alle valli// della mia infanzia.

Passo dopo passo// ripercorro lo stesso sentiero // cercando un senso di vita. // Non occorre andare lontano.

Scegliere // superare ostacoli// ampliare i confini // dilatare il tempo // perdonarsi un errore:// tutto contribuisce // a dare direzione e valore // alla costruzione di sè. //E questo // è anche darsi un senso.

 

Sì, cara amica, è proprio nelle piccole-grandi cose che ognuno di noi vive ogni giorno che va ricercato il senso della nostra esistenza. Bella la descrizione delle sensazioni olfattive che si percepiscono in riva al lago dopo la pioggia!  Grazie di questo nuovo graditissimo dono!!