Sulla spiaggia.

vucumpraCirca trent’anni fa, quando i nostri figli erano piccoli,  andavamo in campeggio: era impensabile fare le vacanze in albergo  o affittare un appartemento per cinque.  E, sempre per ragioni economiche, andavamo  sulla Costa Azzurra, dove i campeggi erano meno costosi di quelli italiani.

Eravamo sulle spiagge di Saint Raphael, spiagge libere, ma ben attrezzate con docce e servizi igienici gratuiti.  Anche allora  le spiagge erano percorse da venditori ambulanti, ma, mentre sulle spiagge italiane i vu’ cumpra’ erano ancora nostrani, in Costa Azzurra c’erano molti venditori di colore.

Ricordo con quali maniere sgarbate i francesi trattavano quei giovani africani (certo provenienti dalle loro ex-colonie) e ricordo anche come tutti in famiglia restavamo  sorpresi e amareggiati da quelle swcene incresciose….. E fu proprio per reazione che invitammo un giovane senegalese a mostrarci la sua merce e facemmo acquisti: qualche braccialetto, una cintura….  e scattammo una foto in sua compagnia.

Ci sorprendeva l’atteggiamento razzista dei bagnanti francesi e ora non mi so arrendere all’idea che oggi possano succedere cose così.

Compiti, che tortura!!

compiti-delle-vacanzeIl tema dei compiti a casa è sempre stato molto dibattuto e da sempre ci si divide in due fazioni contrapposte.

C’è chi sostiene a spada tratta la loro utilità per rafforzare le conoscenze acquisite a scuola, per favorire l’acquisizione di un metodo di studio personale e abituarsi a compiere il proprio dovere anche quando non è proprio piacevole.

Altri invece sostengono che se il tempo scolastico è ben sfruttato, non serve impegnare ulteriormente i ragazzi e le famiglie, che potrebbero invece dedicare il loro tempo insieme in attività più rasserenanti.

A questa seconda corrente di pensiero appartiene sicuramente mio nipote Samuele (10 anni), che per la lontananza dalla sua scuola deve alzarsi molto presto la mattina e per lo stesso motivo torne spesso tardi la sera. Fare i compiti è perciò per lui una specie di tortura legalizzata e frequentissimi sono i contrasti con la mamma che lo spinge a compiere il suo dovere.

Questa situazione lo ha spinto già qualche anno fa a scrivere una lettera al premier Cameron e, dopo la sua caduta, anche alla signora May. Naturalmente la mamma di Samuele non ha spedito quelle lettere accorate e il suo grido di dolore è stato inascoltato.

Ora però Samuele sa usare il computer e ha scritto una mail al direttore della sua scuola, spiegando che dopo 8 ore di scuola è una crudeltà chiedere ai ragazzi di fare anche i compiti, che diventano anche motivo di “frizioni” nell’ambito familiare.

Due giorni fa Samuele è stato chiamato nell’ufficio del direttore, che molto simpaticamente si è messo a discutere con Samuele spiegandogli le ragioni degli insegnanti.

Non so se Samuele  sia uscito convinto da quell’ufficio, però è certo soddisfatto di aver finalmente ottenuto una risposta alle sue proteste e la solidarietà dei suoi compagni. Che abbia la vocazione del sindacalista?

Non ci sono più gli esami di una volta.

Quando ero piccola io , l’ obbligo scolastico arrivava fino alla quinta elementare. Chi intendeva proseguire gli studi aveva due possibilità: affrontare l’ esame di ammissione alla scuola media  o iscriversi alle scuole di avviamento professionale.

E’ per questo  che dopo Natale, quell’ anno, frequentai  nelle ore pomeridiane un corso di preparazione all’ esame di ammissione. L’ insegnante era una signorina già avanti negli anni, che aveva un handicap vistoso (le mancavano gli avambracci e le sue piccole mani, con sole quattro dita, si inserivano nell’ articolazione  del gomito). Era molto severa inizialmente e ricordo che ne avevo anche un po’ paura, poi invece si rivelò un’ insegnante dolce e capace.

Le lezioni si tenevano in un locale della sua grande casa, che aveva anche un vasto giardino, in cui scendevamo a fare merenda.. Eravamo forse 7 o 8 tra bambini e bambine e lo studio ci impegnava parecchio.

Appena finite le lezioni del mattino, correvo a casa per mangiare e poi subito di corsa (o in bicicletta) a quel doposcuola che doveva prepararci all’ esame di giugno, da affrontare in una scuola media dei paesi vicini. Ritornavo a casa verso sera con una gran voglia di sgranchirmi le gambe e ricordo che mi mettevo a correre  nei dintorni all’ impazzata per qualche minuto.: come mi sentivo leggera!

Alla fine dell’ anno sostenemmo con successo l’ esame di ammissione e fummo premiati durante una festa tenutasi nel teatro del paese: il direttore didattico e la maestra di classe consegnarono a me e ad altri due compagni l’ attestato del 1° premio e il libro “Il giornalino di Gian Burrasca” che lessi e rilessi poi tante volte negli anni seguenti, sempre con grande divertimento.


Il veglione.

ballo-anni-50Eravamo in tanti allora (primi anni 50) a vivere in dignitosa povertà. Mi ricordo le merende a base di mezzo formaggino col pane o a base di pane e burro e zucchero, o le cene in cui il piatto unico era l’ anguria, ma non si soffriva la fame. Probabilmente in casa d’ altri non era così e a scuola, alcuni bambini usufruivano dell’ assistenza del Patronato Scolastico che forniva loro una tazza di latte al momento della ricreazione; in altre occasioni  quei bambini potevano avere gratuitamente i quaderni e il materiale scolastico in genere e, in alcuni casi, anche capi di vestiario o scarpe.

Per finanziare queste attività, ogni anno in autunno si teneva il gran ballo del Patronato Scolastico: la festa più attesa dalle ragazze, per sfoggiare qualche abito elegante, e dai ragazzi per mettersi in mostra e pavoneggiarsi davanti alle loro coetanee, sempre rigorosamente accompagnate dalle mamme, che svolgevano bene il loro ruolo di CHAPERON. Partecipavano anche tutti gli insegnanti del paese, che si occupavano di far in modo che la serata avesse un successo di partecipazione tale da consentire una sufficiente raccolta di fondi.

Ricordo che il Veglione metteva in fermento tutto il paese. Io ero troppo piccola allora e non ho mai partecipato, ma ricordo che in casa se ne parlava e la più interessata di tutti era mia sorella maggiore. Il Veglione rimaneva l’ argomento preferito  di conversazione e di pettegolezzo anche nei giorni successivi all’evento per raccontare e commentare ciò che era successo,  incluse  le eventuali belle o brutte figure dei partecipanti

Per i bambini meno fortunati non doveva essere molto piacevole essere oggetto di questo tipo di beneficienza: il tutto sapeva molto di elemosina e forse per questo si passò poi ad altre forme di aiuto.

Ambulanti

La “macchina del tempo” mi ha proiettato alla metà degli anni 50 o giù di lì….

Non c’ erano frigoriferi e la gente comprava giorno per giorno quel poco che non poteva produrre da sé e, per venire incontro alle necessità di quelli che abitavano lontano dalla piazza del paese, dove erano concentrati i negozi, certi commercianti facevano servizio a domicilio.

bicicletta-del-lattaioCosì al mattino arrivava il fornaio a portare il pane ancora caldo, mentre la sera arrivava la lattaia coi suoi bidoni appesi alla bici e con i misurini da un litro, mezzo litro e un decilitro. Portava con sé anche le notizie del paese, che elargiva con generosità, mentre versava il prezioso alimento.  Le massaie si affacciavano con la loro pentola sull’ uscio di casa, ascoltavano curiose le chiacchiere della lattaia  e subito dopo  mettevano  il latte a bollire per impedirgli  di inacidire durante la notte .

Credo che invece passasse una volta sola a settimana il pizzicagnolo, detto Sardèla per il fatto che tra salumi, formaggi, tonno in scatola.. vendeva anche le sardine sotto sale, il cui odore sovrastava quello di tutti gli altri alimenti. Costui era un tipo asciutto, coi baffetti brizzolati e i capelli ricci lucenti di brillantina. A volte era accompagnato dalla moglie, una signora sorridente che mi colpiva per i suoi capelli biondi. Tutte le donne bionde allora mi sembravano molto belle… Anche il pescatore passava solo di venerdì …. non so da dove venisse e come potesse mantenere fresca la sua merce…

Molto più raramente passavano invece i “negozi viaggianti” dei venditori di stoffe.  Quello che ricordo meglio era piuttosto basso di statura, ma  di corporatura robusta; aveva il viso tondo e colorito e il mento quasi spaccato in due da una fossetta profondissima. Aveva una gran facilità di parola e sapeva ben magnificare la sua merce per convincere le donne ad acquistarla. Ricordo come stropicciava o lasciava  palpare la stoffa che stava vendendo per evidenziarne la qualità.   Io però rimanevo più affascinata dal suo furgone che nei miei ricordi mi appare molto simile, nella parte anteriore, a una “balilla” . Era raro allora vedere delle automobili e quel grosso mezzo rumoroso e fumante, che appariva e scompariva accompagnato da nuvole di polvere, colpiva la mia fantasia.

molaforbici300C’ era anche lo stagnaro che passava ogni tanto per riparare le pentole e l’ arrotino che  affilava i coltelli e le forbici;  c’ era  chi passava a raccogliere i rottami di ferro o gli stracci o addirittura gli ossi dei maiali appena macellati perchè allora la gente poteva permettersi poche cose, ma ne sapeva apprezzare il valore e aveva ben radicato il senso del riutilizzo di ogni minima risorsa.

Notizie meteo: freddo bau!

Quando la mattina esce con la  mamma per andare all’ asilo,Samuele  viene  investito dal vento freddo che solitamente si infiltra tra i palazzi e spazza il piazzale davanti a casa sua. E’ a quel punto che sente la mamma esclamare contrariata :

-“Ma che freddo cane!”-

Ora lui sa bene che la parola cane corrisponde all’ inglese “dog”, ma ha capito benissimo che dicendo “BAU” capiscono tutti, sia la mamma che tutti gli altri che parlano in modo diverso. Perciò questa mattina, poichè la mamma tardava a ripetere la solita esclamazione mattutina, lui si è rivolto a lei e ha detto:

–  “MAMMA, FREDDO BAU !!”-

Una sera giocando a carte.

Samuele era già a letto; Elisa e Davide ciondolavano  senza divertirsi davanti alla TV monopolizzata dai grandie così ho lanciato l’ idea di una partita a rubamazzetto. Elisa ha accolto l’ idea con entusiasmo, subito seguita da  zia Paola:

Le prime partite sono state vinte da zia Paola, poi è cominciato il turno vincente di Elisa, che ogni volta esultava a gran voce e questo ha indotto Davide ad unirsi a noi: Avrebbe giocato insieme a me, che però non vincevo mai e questo non andava proprio giù a Davide, che ha cominciato a esultare quando vinceva la zia,… Quando ci venivano a rubare il mazzetto, Davide si ribellava, ma poi a poco a poco ha capito la regola e si lasciava prendere le carte solo dalla zia (che poi le passava a Elisa, se ne era il, caso), ma la vittoria non arrivava mai per noi due e a un certo punto, dopo l’ ennesima vittoria della sorellina Davide si è accasciato con la testa sul tavolo e la scuoteva disperato: non era proprio più sopportabile tanta iella!!!.

Finalmente però la dea bendata si è ricordata anche di noi che abbiamo potuto cantare vittoria: Davide si è scatenato e ballava per la stanza con le carte in mano, ma non ha più voluto giocare.

Giochi di un giorno piovoso di Pasqua.

Come da previsioni meteorologiche il maltempo ha imperversato nel giorno di Pasqua e per intrattenere Samuele e Davide, privi dei loro giochi abituali, si è dovuto sfruttare le “risorse  ambientali”.

La doppia porta dell’ ingresso ha suggerito ai due piccolini di famiglia un gioco che poteva anche essere pericoloso : un nascondino con sbattimento violento di porte .  Allora io mi sono messa a fare l’ orco e loro facevano i bambini spaventati . Io bussavo pesantemento sulla porta chiusa e intanto  con voce cavernosa pronunciavo le parole famose . “ucci, ucci, sento odor di cristianucci….” poi spalancavo la porta di colpo e i due monelli facevano finta di aver paura e strillavano con quanta voce avevano in gola, quindi scoppiavano a ridere come matti. Il gioco è sembrato interessante e si è unita a noi anche Elisa, che ha fatto del suo meglio per contribuire al chiasso e al divertimento.

Ma il pomeriggio è lungo e a un certo punto si stavano creando dei malumori per via di un camioncino conteso…. allora sono andata a prendere dei vecchi cartoni  e dei giornali riposti in un angolo per la raccolta differenziata dei rifiuti e ho sfruttato la magia del camino: ho acceso un focherello coi cartoni e poi distribuivo fogli di giornali ai miei tre diavoletti e loro li lanciavano sulle fiamme ; a volte però non andavano a segno ed ecco allora che abbiamo sperimentato l’ utilità di appallottolare la carta  e così era molto più comodo alimentare il fuoco.  Era però un fuoco piuttosto esile (non avevo legna a portata di mano) e spesso rischiava di spegnersi allora tutto diventava più frenetico: lo strappo dei fogli, la distribuzione in via equitativa (guai a saltare un turno) , l’ appallottolamento (il più veloce era Samuele, il più piccolino), e il lancio e il ritmo lo dava Elisa che gridava: Dai, si sta spegnendo, si sta spegnendo !!!- Samuele e Davide erano eccitatissimi e avevano le guanciotte rosse rosse…  poi però sono finite le munizioni e Samuele ha sentenziato : Foco stanco, nanna foco –

Quando arrivano i pompieri.

alfuocoalfuocoIl gioco preferito da Giovanni (4 anni) di questi tempi è quello dei pompieri: ci sono tante emergenze in cui i pompieri sono chiamati a intervenire. I casi più comuni sono gli incendi che possono scoppiare nei boschi, nelle case, in autostrada e poi ci sono gli incidenti di vario genere: può capitare che un gatto resti intrappolato tra i rami di un albero o che un bambino resti incastrato tra i cavallucci e gli aeroplanini di una giostra o che qualche agente segreto si tuffi per una missione subacquea e si trovi in pericolo.

Quest’ultimo è proprio il caso che si è verificato ieri sera in casa mia: Giovanni attrezzato di tutto punto, tappandosi il naso si tuffava, ma la missione era troppo complessa e il nostro eroico pompiere chiedeva aiuto alla mamma e al papà (anche loro diventati pompieri per l’occasione). Prontamente intervenuti, a grandi bracciate raggiungevano Giovanni, che sfinito, si accasciava sul pavimento e a quel punto sopraggiungeva in aiuto anche Gioele (19 mesi), che appena vede qualcuno a terra gli si lancia sopra a capofitto: l’istinto atavico della lotta è molto spiccato in lui….

Fortunatamente, sventate le numerose sciagure capitate lì, tra capo e collo, abbiamo potuto festeggiare i compleanni di mamma Paola e papà Paolo, soffiando e risoffiando sulle candeline per la gioia di Gioele.

La nonna Marcellina.

Ho avuto da poco questa rara fotografia di mia nonna Marcellina, ritratta nel praticello vicino a casa, con in braccio la prima propnipote, Daniela. Questo mi ha indotto a rivedere e aggiornare questo post, che amo in modo particolare.

nonna-marcellina-e-daniela-001Era del 1888 ed era nata in una famiglia di contadini,  proprietari della terra che coltivavano. Era piccola e si è sempre vestita di nero, da quando alla fine della Grande Guerra, a 31 anni,  era rimasta vedova con quattro figli e uno in arrivo. Il suo Onesto (questo era il nome del marito) era scampato alla vita tremenda delle trincee, ai cecchini austriaci e alla follia dei signori della guerra e. dopo la firma dell’armistizio, era potuto rientrare a casa per Natale: una breve desideratissima vacanza in famiglia! Poi era ripartito fischiettando (ricordo di mia madre) promettendo ai suoi piccoli che sarebbe tornato presto.

Dopo qualche giorno invece arrivò un telegramma: Onesto Magnani era morto di spagnola a Cento di Ferrara, dove stava aspettando il congedo. La nonna Marcellina, che forse prima di allora non aveva mai lasciato il paese, andò a prendere suo marito per riportarlo a casa.

Poi era rientrata nella sua famiglia di origine e la sua vita era stata tutta votata a crescere quei cinque figli.  I due figli maggiori, mia madre, di 10 anni, e suo fratello  Virginio,  si misero a lavorare nel podere del nonno. Questi però alla sua morte, lasciò tutta la terra al figlio maschio, come spesso si faceva allora per non spezzettare la proprietà.

Questo zio Giuseppe, detto Iusfon, era molto più giovane della nonna Marcellina e forse era stato viziato dai genitori ormai anziani, fatto sta che non aveva molta voglia di lavorare la terra e la vendette per acquistare un’ osteria: la scelta più sbagliata per uno come lui, che amava banchettare con gli amici e rischiare grosso al gioco d’ azzardo. In poco tempo non rimase nulla degli antichi beni di famiglia e lo zio Iusfon lasciò il paese con la sua numerosissima prole. Questa vicenda rattristò molto la nonna Marcellina, che spesso ne parlava con dolore. 

Io me la ricordo quando lei, già  anziana, con in testa l’ immancabile fazzolettone nero legato attorno al capo, entrava in casa nostra lamentandosi del mal di testa di cui soffriva spesso e annunciando che ormai per lei era giunta la fine. Poi si sedeva su una seggiolina bassa e cominciava a fare la calza o a  intrecciare i trucioli per farne trecce lunghissime  che servivano a fare  cappelli  o  borse per l’ industria, allora fiorente, del truciolo di Carpi. In questo lavoro era velocissima e ricordo quei fili colorati che volteggiavano tanto vorticosamente  sotto le sue dita da non riuscire a seguirne il movimento. Ricordo anche di averla vista filare  con la conocchia e il fuso, proprio  come si vede solo nelle illustrazioni delle favole.

Poi una lunga malattia, di cui i suoi annosi mal di testa erano stati forse un campanello d’ allarme, le ha tolto la lucidità e l’ autosufficienza e i momenti che mi sono rimasti più impressi degli ultimi tempi vissuti con lei sono quelli del mattino, quando anch’ io a volte l’ aiutavo a pettinarsi e a vestirsi. Poi lei, vedendosi riflessa  nel grande specchio che sovrastava il comò, ma non riconoscendosi,  s’inchinava leggermente  e non mancava mai di dire: – Vedi quella signora? Mi sorride sempre! E’ proprio gentile!- Io mi sentivo allora riempire il cuore di pena e di tenerezza.

Era già ammalata quando morì uno dei suoi figli. Allora,  spesso andava sul terrazzo di casa, si fermava alla ringhiera con le mani giunte e, guardando in direzione del cimitero, mormorava  qualche parola non ben comprensibile, ma certo era una preghiera:  il suo cervello che ormai la rendeva estranea a tanti avvenimenti, aveva però registrato quel lutto che aveva straziato il suo cuore di madre.