UTE: Non-violenza – Racconti per ridere. (sintesi di Angela D’Albis)

Oggi alle 15.00, la professoressa Russo ci ha parlato di tre seguaci della teoria di Gandhi della non violenza, due italiani (Aldo Capitini e Danilo Dolci) e uno famosissimo, M.L.King, dei quali non era riuscita a parlare la volta scorsa.
ALDO CAPITINI (nato a Perugia il 23 dicembre 1899 e morto nella stessa città il 19 ottobre 1968), è stato un intellettuale, studioso e filosofo antifascista.
Egli si chiedeva come mai la Chiesa avesse potuto fare un concordato con uno stato violento come quello fascista. Per lui il Concordato era vivere il Vangelo. Per questo comincia a staccarsi dalla Chiesa Cattolica, mantenendo, però, sempre uno sguardo religioso sulle persone, ma anche sugli animali che considerava fratelli, come San Francesco.
Per questo motivo è diventato vegetariano, in un periodo storico in cui essere vegetariani non era di moda.
Capitini considerava fratelli tutti gli uomini e li ascoltava tutti, dal più onesto al più disgraziato.
Nel 1924 vinse una borsa di studio presso la Scuola Nazionale Superiore di Pisa.
Il suo professore, Giovanni Gentile, teorico del Fascismo, gli propose di redigere una prefazione a un libro su Gandhi. Capitini si innamorò di questa figura e, non solo l’ammirò, ma la imitò.
Non prese mai la tessera fascista e  questo stroncò la sua carriera universitaria e perse il lavoro precario e poco pagato che gli permetteva di mantenersi.
Tornò a casa dai suoi e si manteneva con saltuarie lezioni private, schedato dalla questura.
Capitini affermava che la non violenza bisogna sperimentarla e continuò a manifestare le sue idee antifasciste. Venne arrestato e mandato in prigione. Rifiutò sia il Fascismo sia la Lotta Armata dei partigiani, perché per lui anche loro erano violenti.
Alla fine della guerra e con la caduta del Fascismo, fu nominato professore universitario e cercò di attuare alcune sue idee.
Cercò di realizzare un primo esperimento di democrazia diretta fondando i Centri di Orientamento Sociale (COS) che durarono solo tre anni (dal 1945 al 1948) perché osteggiati sia dai politici di maggioranza sia di opposizione. Provò poi con i Centri di Orientamento Religioso (COR), perché pensava che vivere il Vangelo potesse diventare una rivoluzione. Anche questi Centri furono osteggiati dalla Chiesa. Capitini riuscì a collaborare con Don Primo Mazzolari e Don Milani.
Capitini combatté anche affinché l’ OBIEZIONE CI COSCIENZA non fosse più un reato in Italia.
Nel 1961 organizzò la Marcia per la pace Perugia-Assisi, che si tiene ancora oggi
In tutta la sua vita, Capitini considerò sempre Gesù Cristo un suo fratello in terra.

La lezione continua con Danilo Dolci, il Gandhi di Sicilia (1924-1997).
Dopo la guerra studia prima alla Sapienza di Roma e poi frequenta il Politecnico di Milano
Durante gli anni universitari decide di lasciare tutto per aderire all’esperienza di NOMADELFIA, comunità animata da don Zeno Saltini.
Dal 1952 si trasferisce in Sicilia in un paese poverissimo dove cerca di far parlare la gente. I Siciliani difficilmente parlano, ma con Dolci parlano tutti e la gente non ha più paura di esprimersi.
In Sicilia promuove lotte nonviolente contro la mafia e per il diritto al lavoro.
Promuove numerose proteste non violente come lo sciopero della fame, lo sciopero alla rovescia (i disoccupati si mettono a lavorare gratis a aggiustano una strada comunale abbandonata).
Vengono arrestati e poi rilasciati tutti, tranne Dolci che viene accusato di scrivere libri in cui denuncia il legame dei politici con la mafia.
Sconta 50 giorni di carcere.
Tuttavia, organizzando un digiuno di 1000 persone riesce a far aprire una diga che dà lavoro a 6000 famiglie e istituisce un Consorzio per la distribuzione dell’acqua della diga, controllata dalla mafia, prima che essa riesca a intervenire.
Ha promosso anche innovazioni nell’ambito educativo, organizzando delle scuole, perché, per lu,i tutto comincia dall’educazione dei bambini.
Di lui hanno detto che “mette in pratica il Dio in cui crede” e “ porta le cose alte a contatto con gli umili”.

martin-luther-kingL’ultimo personaggio che ci presenta la professoressa è: Martin L. King.
Pastore protestante della Chiesa di Montgomery in Alabama, King è stato apostolo instancabile della resistenza non violenta negli anni ’50 e ’60 in America.
Erano anni in cui la discriminazione razziale era molto forte negli U.S:A.
Dopo l’episodio di razzismo nei riguardi di Rosa Parks sull’autobus nel 1955, M. L. King organizzò azioni non violente di boicottaggio e marce di protesta. Fu arrestato varie volte.
M. L. King ha sempre dimostrato coraggio, senso di giustizia, coscienza e cuore.
Parecchi bianchi si unirono a lui.
Finalmente, nel 1956, la corte Suprema dichiarò che la segregazione era contro la Costituzione.
Questo, purtroppo, rimase solo sulla carta e le discriminazioni continuarono ancora per dieci anni.
Nel 1964 il presidente Johnson promulgò una legge che dichiarava la discriminazione illegale.
M. L. King venne assassinato il 4 aprile 1968.
“Chi segue la non violenza deve rinunciare alla vita comoda”.
“La più grande tragedia del nostro tempo non è il chiasso dei cattivi, ma il silenzio spaventoso delle persone oneste”.
M. L: KING

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Alle 16 il prof. Galli termina il suo corso sui “Racconti da ridere” con la quarta parte.
Comincia con Pirandello e ci legge una novella nella quale si parla di un uomo che si sveglia tutte le notti. La moglie è seccata anche perché pensa che il marito sogni belle donne. In questa novella, oltre alla comicità, c’è la visione pessimistica della vita da parte dell’autore.
Il professore ci ha spiegato che spesso l’umorismo nasce dall’esagerazione di certe situazioni che si vivono nella quotidianità.
Ci legge due racconti di Benni. Uno parla di una visita in una casa di cura e l’altro è una presa in giro del Servizio militare..
Poi, il docente ci presenta due racconti di Beppe Severgnini, tratti dal suo Manuale del luogo domestico, uno ambientato in un supermercato, l’altro parla di una famiglia che va a sciare.
Per ultimo, legge alcuni passi tratti dai libri di Paolo Villaggio. Ci dice che Paolo Villaggio è uno degli scrittori più importanti e che il suo personaggio, Fantozzi, rappresenta molte cose. La figura dell’impiegato è spesso usata in letteratura, anche classica e drammatica. Villaggio la usa in versione umoristica.
fantozzi-e-filiniIl primo racconto che il docente ci legge di Villaggio racconta la tragica esperienza di una gita in pullman da parte di un gruppo di impiegati.
Il secondo racconta una sfida calcistica tra quarantenni. I due racconti sono molto divertenti, anche perché trattano di situazioni sociali che spesso abbiamo vissuto anche noi.
Grazie al professor Galli per queste lezioni che ci hanno divertito e rilassato!

UTE: i batteri – De Gasperi. (resoconto di A. D’Albis)

Alle ore 15.00, il prof. Sassi ha continuato a parlarci dei batteri.
I batteri esistono da tre miliardi di anni e la maggior parte non è dannosa per noi, anzi, in alcuni casi, i batteri sono utili.
Ha continuato parlando del CARBONIO, elemento fondamentale per la vita.
Il carbonio è un atomo e ha una chimica estremamente complicata ed è per questo che è l’elemento scelto dagli esseri viventi.
Le molecole a base di carbonio più significative sono: l’acido nucleico e le proteine.
L’acido nucleico è lunghissimo ( 2 millimetri) ed è formato da miliardi di atomi.
dnaUn tipo di acido nucleico è il DNA che è il grande archivio delle informazioni genetiche della cellula e che ci permette di essere quello che siamo.
Il DNA è un insieme di “mattoncini” i cui nomi iniziano con lettere diverse che contraddistinguono le basi azotate: (A) ADENINA; (C) CITOSINA; (G) GUARINA; (T) TIMINA.
Il DNA ha la forma di una doppia elica: i due filamenti sono associati tra loro e ogni base forma un legame con una base del filamento opposto.
Questo è un sistema geniale che permette al DNA di riprodursi. Il filamento si apre e si riproduce automaticamente.
Le cellule, prima di dividersi, posseggono due copie dello stesso DNA.
Ma i veri artefici che fanno funzionare le cellule sono le PROTEINE.
Le proteine sono costruite come delle “collanine”, formate da “perline” che si chiamano AMINOACIDI. Le proteine sono caratterizzate dalla combinazione di 20 aminoacidi.
Il docente ci ha parlato poi di due scienziati: Marshall Warren Niremberg e Heinrich Matthaei che, nel 1961, intrapresero una serie di esperimenti sul DNA e il modo in cui gli amminoacidi formano le proteine, svelando così il CODICE GENETICO, che è uguale per tutti gli esseri viventi.
Il docente prosegue dicendo che il DNA di un batterio segue le stesse leggi di quello umano.
I batteri, però, hanno un metabolismo velocissimo per cui, prendendo frammenti di DNA umani e mettendoli in un batterio, esso leggerà questo frammento come suo e quindi eseguirà quelle istruzioni. Se in quel tratto ci sono istruzioni per una proteina umana, per es. l’Insulina, il batterio costruirà molte molecole di Insulina e questo è un bene, perché l’Insulina è anche un farmaco.
Il professore ci ha parlato anche di Alexander Fleming che ha scoperto la “penicillina” grazie ad alcuni studi sulle “muffe” che si formavano nei laboratori e notò che queste muffe avevano la capacità di distruggere i batteri.
Tuttavia, i batteri sanno difendersi dall’ aggressione degli antibiotici per tante ragioni. Una di queste è che essi hanno i PLASMIDI che si scambiano velocissimamente tra di loro e che contengono informazioni genetiche.
Infine, dopo gli studi di Stanley Cohen e Herbert Boyer sul DNA ricombinante, si apre una nuova frontiera: l’ingegneria genetica che permette di produrre copie multiple di un determinato DNA.
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Alle 16.00 il professor Cossi continua la sua lezione su Alcide De Gasperi sottolineando la sua politica europea e il ruolo di principale interlocutore con Palmiro Togliatti.
Nella scorsa lezione, eravamo arrivati al dicembre 1945 quando De Gasperi accetta di diventare Presidente del Consiglio.
Tuttavia, la situazione è complessa, perché il governo deve convocare sia le elezioni amministrative sia quelle della Costituente. Nel primo governo De Gasperi ci sono molti nomi di spicco, come Palmiro Togliatti (Grazia e Giustizia), Pietro Nenni (costituente), Ugo La Malfa (ministro per la ricostruzione), Giovanni Gronchi (Industria e Commercio), Giuseppe Romita (Ministro dell’Interno). Meno conosciuti, ma altrettanto importanti, Epicorno Corbino, ministro del Tesoro e Mauro Scoccimarro, Ministro delle Finanze.
De Gasperi, oltre a Primo Ministro, è anche Ministro degli Esteri.
In questo primo governo ci sono ancora dei rappresentanti dei CLN legati alla Resistenza., che poi verranno tolti.
E’ importante notare che ci sono diversi partiti al potere. Tuttavia, il principale interlocutore di De Gasperi è proprio Palmiro Togliatti, comunista e molto legato all’Unione Sovietica.
All’inizio del ’46, il governo De Gasperi deve affrontare diversi problemi:
Gli Americani avevano permesso agli italiani di amministrare le zone del Nord-Est da loro occupate, ma non il Friuli.
Le sinistre non vogliono il Referendum tra monarchia e Repubblica;
La situazione economica è molto precaria;
Nasce l’autogestione delle fabbriche da parte degli operai;
Problema dell’epurazione dei Fascisti.

De Gasperi fa passare il Referendum in un Consiglio dei Ministri abbinandolo al voto sulla Costituente. Sul Referendum non si pronuncia, restando al di sopra delle parti.
Per la sua collaborazione con Togliatti, si mette contro la Chiesa, che teme ci sia un passo indietro sui Patti Lateranensi. Togliatti aiuta De Gasperi a rendere perpetui gli accordi dei Patti Lateranensi.
Per quando riguarda la situazione economica precaria, De Gasperi stringe un patto con un ufficio delle Nazioni Unite che aiuta i paesi colpiti dalla guerra ed evita una rivoluzione.
L’autogestione delle fabbriche (pallino della sinistra) è destinata subito a fallire, perché le fabbriche non possono essere gestite da persone che non hanno alcuna conoscenza delle leggi economiche e finanziarie. Così nei primi mesi del ’46 i padroni ritornano velocemente nelle loro fabbriche.
Per ciò che riguarda l’epurazione dei fascisti, Palmiro Togliatti mette la parola fine in modo inaspettato, emanando un’amnistia che stravolge il significato stesso della parola. L’amnistia di Togliatti condona tutto, anche alcuni delitti commessi dai fascisti e se ci sono condanne sono lievi e in più l’amnistia interessa una platea veramente vasta di persone.
Dopo il referendum del 2 giugno ’46, i cui risultati definitivi si sapranno dopo vari giorni e sarà la Corte di Cassazione a proclamarli, De Gasperi si dimette.
Nel frattempo, ci sono le elezioni e la DC stravince. Si forma il secondo governo De Gasperi. I poteri di De Gasperi aumentano. Oltre a essere Primo Ministro e Ministro degli Esteri, diventa anche Ministro dell’Interno.
Durante il secondo governo De Gasperi, ci sono anche problemi internazionali.
Trieste viene dichiarata città libera. La provincia di Trieste viene divisa in: zona A, occupata dagli anglo – americani e zona B occupata dalla Iugoslavia. Questa zona B non ritornerà più all’Italia.
Poi si muove anche l’Austria che vuole ridiscutere i confini dell’Alto Adige. Sia gli Inglesi che gli Americani sono d’accordo, tranne i Russi.
E’ grazie alla Russia che non vuole ridiscutere i confini del’ Alto Adige che essi rimangono come li conosciamo oggi.
In questi anni però, nei territori iugoslavi comincia la pulizia etnica delle Foibe.
Il seguito alla prossima lezione.

UTE: scritti di Leonardo – racconti per ridere. (resoconto di Angela d’Albis).

Il professore Don Ivano Colombo ci ha parlato oggi degli scritti letterari di Leonardo da Vinci, donandoci un’immagine di Leonardo un po’ poco nota. Infatti, noi conosciamo Leonardo più come artista-pittore e scienziato, meno come scrittore, anche perché l’artista ha scritto senza avere intenti letterari.
Il docente ci ha consigliato prima una bibliografia per approfondire, proponendo i seguenti testi:
Silvia Alberti de Mazzeri
LEONARDO, L’UOMOE IL SUO TEMPO
Rusconi, 1983
Leonardo da Vinci
SCRITTI LETTERARI
(a cura di Augusto Marinoni)
BUR Rizzoli, 1952
Francesco Tateo

ALBERTI, LEONARDO E LA CRISI DELL’UMANESIMO

LIL.12 – Laterza, 1971

Dopo questa introduzione, Don Ivano prosegue sottolineando che Leonardo, pur essendo nato da genitori che lo hanno avuto per caso (la madre contadina e il padre notaio) e pur essendo vissuto con il nonno e uno zio senza avere alcuna formazione scolastica, è diventato un genio!
Egli non aveva una cultura umanistica, non conosceva né il greco né il latino (lingua ufficiale del tempo), ma parlava e scriveva nel volgare toscano. Abitando col nonno e con lo zio, però, aveva sviluppato l’amore per la campagna e per la natura.
A Leonardo è mancata la scuola, ma non lo studio personale; è mancato un lavoro intellettuale metodico, ma ha sviluppato innumerevoli interessi che hanno dato i loro frutti.
Leonardo affida le sue riflessioni ad appunti sparsi, che non hanno pretese letterarie. Egli non aveva propensione allo scrivere, anzi provava un certo disgusto per la poesia. Tuttavia, è innegabile che Leonardo abbia avuto un ruolo importante nello sviluppo della nostra letteratura in volgare.
L’opera che ha più valore letterario è “Il trattato della pittura”. Quest’opera costituisce un lavoro impegnativo nel quale Leonardo riflette sulla pittura e la ritiene superiore alla poesia.
“Il trattato della pittura” è anche un’opera divulgativa ed è scritta in lingua volgare. Le parole usate per descrivere la pittura sono così efficaci che quest’opera, a dispetto dell’autore, diventa un testo di alto profilo letterario.
In effetti, Leonardo, volendo descrivere a parole ciò che poi esprimerà nel disegno, usa parole efficacissime e appropriate alla scena che vuole rappresentare. La pagina più bella è quella nella quale descrive “Il Diluvio”, dove lui trova le parole per descrivere un quadro naturalistico con espressioni che sono veramente grandiose.
Leonardo, quindi, è un “illetterato” che non si prefigge di diventare un uomo che produce letteratura.
Tuttavia, ci ha lasciato le sue riflessioni in appunti sparsi che poi sono stati raccolti in:
“ I Pensieri”, dove si nota il suo interesse per tutto ciò che lo circonda e dove troviamo affermazioni che assumono la forma e la sostanza di proverbi o barzellette;
“Le Facezie”: racconti brevi di tipo moraleggiante;
“Le Favole”: testi più impegnati dal punto di vista letterario, legati al periodo milanese di Leonardo, quando, alla corte di Ludovico Sforza detto il Moro, cerca di entrare nelle grazie del signore di Milano, anche per ricevere un compenso in danaro;
“Il Bestiario” una sorta di antologia che ha per protagonisti gli animali;
“Le Profezie”: specie di indovinelli, proposti ai presenti, i quali devono dimostrare di capire ciò che viene detto.
Per finire, Leonardo non disdegna di mettersi a scrivere e anche nella scrittura emerge il suo genio.
Oggi viene riconosciuto che anche per quello che ha lasciato di scritto, egli merita attenzione e rispetto, pur dovendo apprezzare la sua eccellenza nel campo artistico-pittorico e la sua genialità nel campo delle scienze applicate.
Grazie a Don Ivano per questa splendida lezione!

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Alle ore 16.00, il professor Galli ci ha allietato con la lettura di due racconti umoristici, uno americano e l’altro italiano.
Riprendendo il tema della “letteratura del ridere”, il docente ha ribadito che narrare è una componente essenziale della nostra personalità.
Attraverso il romanzo, le diverse identità dei personaggi ci fanno scoprire la nostra identità. Perciò, se apprezziamo un romanzo è perché esso ci parla di noi.
Ci ha parlato, poi, della BIBLIOTERAPIA, un metodo di terapia, prevalentemente utilizzato in ambito psicoterapeutico, che ricorre alla lettura di libri come terapia per individui con disturbi psichici. Il medico propone dei percorsi di lettura scelti e pensati per il singolo paziente e per il momento che sta vivendo. Oggi questa pratica è diffusa in tutto il mondo, soprattutto nei paesi anglosassoni.
Prima di passare alla lettura del primo racconto, il docente ha sottolineato che non è facile far ridere e che ogni nazione ride a suo modo perché spesso l’umorismo è legato alla cultura del luogo e quello che può far ridere un popolo non fa ridere un altro.
Passa alla lettura di un racconto americano “Natale significa dare” di David Sedaris.
E’ un tipico racconto americano dove si ironizza su certe usanze tipiche della nostra società occidentale, usando l’esagerazione.
L’altro racconto è di Stefano Benni: “Papà va in tv”.
E’ un racconto umoristico che ironizza su noi italiani che siamo succubi della televisione e che diventa l’unica fonte di informazione. Anche in questo racconto si esagera la situazione, ma si sottolineano anche alcune negatività dei programmi televisivi che hanno successo solo grazie all’audience.

Ricordando Olmi…..

Ermanno Olmi, regista tra i più celebrati del nostro cinema, scomparso il 7 maggio 2018, ha lasciato una profonda traccia di sè nel mondo culturale per la sua attenzione verso la natura, i sentimenti genuini, la vita semplice e per il suo stile inimitabile.
Per ricordarlo, l’UTE di Erba intende proporre la rilettura di alcuni suoi film particolarmente significativi:
21 gennaio  La leggenda del santo bevitore  (1988)
28 gennaio  Il segreto del bosco vecchio (1993)
  4 febbraio  Genesi (1994)
11 febbraio  Il mestiere delle armi (2000).
Penso che questa iniziativa possa rappresentare un’ottima occasione per capire meglio la profondità del linguaggio cinematografico di Olmi e per apprezzarne la poetica, sotto la guida sapiente del nostro don Ivano.
Raccomando ad amici e soci UTE di cogliere questa preziosa opportunità.

UTE: Natale 2018 (resoconto di Angela D’Albis)

PRESENTAZIONE, LETTURA E ANALISI de: ”IL NATALE” di Alessandro Manzoni
docente: Don Ivano Colombo

CONCERTO NATALIZIO DEL CORO U.T.E

Alle ore 15.00, il nostro docente Don Ivano Colombo, nella sua riflessione sulla festività del Natale, ha presentato, letto e analizzato l’Inno “Il Natale” di Alessandro Manzoni.
Tra gli Inni Sacri, “Il Natale” occupa il terzo posto, quello centrale. Prima ci sono:” La Risurrezione” e “Il nome di Maria”, poi vengono “La Passione” e “La Pentecoste”.
Ne “Il Natale”, Manzoni affronta il mistero dell’Incarnazione. Lo scrive nel 1813, a poca distanza dalla sua conversione che sente ancora viva e la vuole compartecipare agli altri.
L’intento di Manzoni è anche di parlare alla gente e di presentare “il mistero” dell’Incarnazione.
Il docente ci ha spiegato che la parola “mistero” vuol dire semplicemente “fatto”.
La nascita di Gesù è un “fatto”, qualcosa di realmente accaduto, ma che diventa “mistero” perché non può essere spiegato con parole umane.
Tuttavia, allo scrittore interessa non solo il “fatto” della nascita, ma come, con questa nascita, Dio inizi la sua opera di “Salvezza”.
L’Inno “Il Natale” è costituito da 16 strofe, ciascuna di 7 settenari, versi di 7 sillabe.
La rima è piuttosto libera.
Possiamo dividere l’Inno in due parti di 8 strofe ciascuna (8+8).
La prima parte si può ancora suddividere in due parti di 4 strofe ciascuna (4+4).
La seconda parte, invece, la suddividiamo in 6 + 2 strofe.
Nelle prime 4 strofe della prima parte, Manzoni parla della “salvezza” dell’uomo dal peccato e paragona l’uomo a un masso che, una volta caduto, non può più risollevarsi senza un aiuto.
E’ la condizione dell’uomo peccatore che con le sue sole forze non può rialzarsi. Ha bisogno della Grazia (ultime 4 strofe della prima parte). Questa Grazia non è un intervento gratuito di Dio, ma è una “persona”, cioè Gesù.
Nelle prime 6 strofe della seconda parte, c’è il cuore del messaggio natalizio, perché evocano il “fatto”, andando oltre i temi dottrinali.
E’ la parte più narrativa e più scorrevole.
La chiusura dell’Inno (ultime 2 strofe) è una “ninna nanna”.
Il poeta ammira estasiato il bambino che dorme. Tuttavia, la bellezza della figura del bambino viene sciupata dall’evocazione di tempeste, guerre, che stridono con il suo invito a cullare il bambino e cantargli la ninna nanna.
Don Ivano, nel commentare questo Inno, ha sottolineato anche che in esso c’è forma poetica, ma non ispirazione poetica, perché l’autore sembra imbrigliato nella necessità di essere preciso e adeguato nel proporre la dottrina cristiana (cosa non facile da fare in versi).
Ha anche evidenziato che l’Inno del Manzoni appare molto simile agli Inni scritti da Sant’Ambrogio (che da milanese conosceva bene), nei quali il Santo presenta gli stessi concetti.
La conclusione è che, nonostante tutti i limiti evidenziati, Manzoni è riuscito, con questo Inno, a universalizzare il messaggio cristiano e a estenderlo a tutti coloro che vogliono riconoscersi in esso.

Nella seconda parte del pomeriggio, dalle 16 in poi, c’è stato il tradizionale Concerto di Natale che ha visto protagonisti il nostro Coro U.T.E. (magistralmente diretto dal maestro Alessandra Zapparoli e altrettanto magistralmente accompagnato al pianoforte dal maestro e compositore Maurizio Fasoli) e tre giovanissime e bravissime cantanti soliste.

Il Concerto si è svolto in due parti.
La prima parte è stata più classica ed è stata eseguita dal Coro e dalla solista soprano Silvia Corti.
Questa parte ha spaziato nel repertorio classico natalizio (“Adeste fidelis”, “Alleluia di Mozart”. “Tu scendi dalle stelle”, “La vergine degli Angeli”, “Mille cherubini in coro” e altri) e si è concluso con il bellissimo valzer “Tace il labbro” dalla “Vedova allegra” di Franz Lehar.
La seconda parte, più leggera, ha visto come protagoniste tre giovanissime e bravissime cantanti soliste di musica leggera.
Il loro repertorio ha spaziato da “Memory” a “Jingle bell rock”.
Il concerto è terminato con una canzone tratta dal film di animazione “Anastasia” intitolata:” Quando viene dicembre”, eseguita dal Coro e dalle tre soliste insieme.
Il Concerto è stato un successo! La sala era gremitissima e c’era gente in piedi sia in fondo sia nei corridoi laterali.
Un grazie di cuore al coro, ai maestri Alessandra Zapparoli e Maurizio Fasoli, alle cantanti soliste e agli organizzatori per il dono di questa bellissima esibizione.
Buon Natale a tutti!

UTE: Siamo ciò che mangiamo – Il codice Atlantico di Leonardo. (sintesi di Angela D’Albis)

Il dottor Filippi introduce la sua lezione parlandoci di Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco, oggi celebre per la frase “L’uomo è ciò che mangia”. Nel 1850, questo filosofo recensisce favorevolmente uno scritto sull’alimentazione di Jakob Moleschott con un commento intitolato: “La scienza della natura e la rivoluzione”. In questo commento mette in moto la sua convinzione filosofica che non si può separare il corpo dall’anima (siamo un tutt’uno) e vede nell’alimentazione la base per nutrire non solo il corpo, ma anche l’anima.
«La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della conoscenza».
L’idea che lo guida è chiara. Se si vogliono migliorare le condizioni spirituali di un popolo, bisogna anzitutto migliorarne le condizioni materiali.
Il docente, poi ci parla di flora batterica (microbiota) e del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere (microbioma).
Microbioma: noi abbiamo un patrimonio genetico. I geni servono a produrre delle sostanze che interagiscono con il nostro organismo. L’alimentazione può modificare il microbioma umano.
Il microbiota umano è l’insieme dei microrganismi che vivono in simbiosi con il corpo umano, c’è dalla nascita e per la maggior parte vive nell’intestino (38 miliardi di microorganismi).

il microbiota umano può trovarsi in due stati: eubiosi e disbiosi.
Lo stato di eubiosi è uno stato di equilibrio, mentre lo stato di disbiosi è la condizione contraria e può causare malattie metaboliche, cardiovascolari, infiammatorie, neurologiche, psichiche e oncologiche.
La scienza che studia la composizione del microbiota è la metagenomica, la quale basa le proprie indagini sul microbioma.
Infine ci sono relazioni intercorrenti tra il microbiota intestinale e il cervello (cervello enterico).
Il primo a parlarne è stato Michael Gershon.
Gli scienziati hanno scoperto che l’apparato digerente influenza, tra le altre cose, anche il nostro benessere mentale per via di alcune reti nervose intestinali strettamente collegate con il nostro cervello.
Il docente conclude la sua lezione sottolineando la necessità di seguire una dieta corretta e di praticare una certa attività fisica per vivere meglio e più a lungo. Un’alimentazione corretta deve privilegiare: frutta, vegetali, cereali integrali, pesce, oli vegetali, legumi, latticini. Va limitato l’uso di carni rosse e processate, di bevande zuccherate, di alcol.
Già nel 460 A.C. Ippocrate diceva:” fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”.

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La nostra brava docente di Arte, professoressa Manuela Beretta, ci ha parlato oggi de: Il Codice Atlantico di Leonardo.
Infatti, Leonardo non ha solo dipinto, ma ha anche prodotto dei fogli che ha disegnato e scritto e che non sono pittura ma che sono grandi opere d’arte.
La collezione più grande di disegni che Leonardo ha fatto è Il Codice Atlantico. Questi disegni non sono subito nati come codici, ma come fogli in cui Leonardo prendeva appunti di tutto ciò che vedeva. Tutto il mondo visibile era, per Leonardo, ragione di studio e, per questo studio, passava attraverso il disegno.
La pittura, per Leonardo, aveva sempre uno scopo scientifico.
Il Codice Atlantico è formato da più di 1700 disegni e si chiama “codice” perché è stato rilegato, “atlantico” perché i fogli sono molto grandi (67 cm. x 45 cm.), dimensioni di un Atlante geografico.
La storia di questi “fogli” è lunga perché Leonardo li produceva quotidianamente e li conservava.
Infatti, questi “fogli” abbracciano la vita intellettuale di Leonardo per più di 40 anni dal 1478 al 1519, anno della sua morte. Essi spaziano tra i temi più disparati: da schizzi e disegni in preparazione di opere pittoriche, a ricerche di matematica, astronomia, filosofia, gastronomia, fino a disegni per progetti di macchine da guerra e ponti militari, ma anche avveniristici progetti di pompe idrauliche, macchine per levigare gli specchi e salvagenti (con l’invenzione dello sci d’acqua).
Infine, ci sono anche degli studi sul volo e sul volo umano.
Dalla morte di Leonardo, la storia di questi fogli è ampia e travagliata.
Il 23 aprile del 1519, Leonardo, con un testamento, aveva donato questi disegni al suo discepolo prediletto, allora quindicenne, Francesco Melzi, nobile rampollo della famiglia Melzi, che lo seguiva dappertutto.
Dopo la morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio 1519 a Amboise in Francia, Francesco prese i fogli e li portò nella sua villa Melzi a Vaprio d’Adda.
Dopo la morte di Francesco Melzi, i suoi eredi si disinteressarono a questi disegni.
Così, alla fine del ‘500, lo scultore Pompeo Leoni riuscì a recuperarne una parte. Nel 1622, il Codice venne ceduto da un erede di Leoni al marchese Galeazzo Arconati, che, a sua volta, nel 1637, lo donò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, garantendone la conservazione e la trasmissione alle generazioni future.
Nel 1796, entrarono a Milano le truppe napoleoniche, che requisirono il Codice e lo trasferirono a Parigi, dove restò al Louvre per 17 anni, fino a quando il Congresso di Vienna sancì la restituzione delle opere trafugate da Napoleone ai legittimi proprietari.
Il Codice ritornò alla Biblioteca Ambrosiana di Milano dove è conservato ancora oggi.
Il Codice ha subito due momenti di restauro. Il primo nel 1968, quando venne rilegato in 12 massici volumi che raccoglievano i disegni in modo disordinato.
Questa operazione fu criticata dai critici dell’arte perché comportava diversi problemi di consultazione e di studio.
Il secondo momento di restauro fu nel 2008, quando si decise un’operazione importante di “sfascicolatura” dei 12 volumi.
Oggi il Codice è sfascicolato e, dal 2009 fino al 2015, anno dell’EXPO, i “fogli” sono stati esposti in varie mostre tematiche.
Grazie alla professoressa Beretta per questa interessantissima lezione!

UTE: Nascita del linguaggio – Storia del balletto: Carla Fracci. (sintesi di Angela D’ Albis)

Oggi il Dott. Rigamonti ci ha parlato della comunicazione verbale e delle tappe dello sviluppo del linguaggio nel bambino.
La COMUNICAZIONE VERBALE è la capacità specificatamente umana di comunicare verbalmente e implica due tipi di COMPETENZE:
• LINGUISTICHE: capire e produrre frasi significative e formate secondo le regole grammaticali;
• COMUNICATIVE: abilità di usare le frasi in modo appropriato al contesto.
Il docente ha ribadito che è l’adulto il vocabolario del bambino e che è importante parlargli in maniera corretta, perché il bambino impara imitando.
Ha poi sottolineato che è importante che le cose che si apprendono abbiano una immagine nel cervello.
L’apprendimento del linguaggio non è solo la parola, ma anche la rappresentazione mentale.
Nelle prime settimane, il bambino emette dei suoni vegetativi;
a 2 mesi, il bambino comincia a emettere delle vocalizzazioni;
verso i 7 mesi, il bambino comincia con la “lallazione” canonica (la lallazione è l’emissione di suoni ripetitivi come da-da, ma-ma);
linguaggio-e-bambiniA 10-12 mesi, si sviluppa la “lallazione variata”, cioè i bambini, con semplici lallazioni, compongono delle vere e proprie frasi con intonazione e ritmo corretti.
Ci sono dei bambini che a 12 mesi parlano già, altri no. Spesso non è un problema del bambino, ma dell’adulto perché il suo insegnamento non è stato corretto.
Grazie al cielo, però, tutto poi si mette a posto, perché quando i bambini vanno al nido o all’asilo, stando vicini ad altri bambini, hanno degli stimoli diversi.
Infine, per concludere questa prima parte sulle competenze linguistiche, il docente ci ha descritto lo SVILUPPO FONOLOGICO del bambino da 1 a 3 anni:
• a 10 -12 mesi il bambino riproduce circa 50 parole;
• a 17 – 24 mesi c’è un’esplosione di vocabolario e il bambino riproduce fino a 300-600 parole;
• a 3 anni la maggior parte dei bambini italiani padroneggia tutti i fonemi della nostra lingua.

Altra cosa è la COMPRENSIONE:
• a 7 mesi i bambini comprendono alcune parole familiari;
• a 8 mesi comprendono una cinquantina di parole;
• a 18 mesi circa 200 parole.
Tuttavia, la comprensione è molto soggettiva.
Il docente termina la lezione parlando del “SORRISO” SOCIALE”.
Alla nascita il bambino “imita” l’adulto anche nei modi. Questo discorso imitativo dura tutta la vita. Quando il bambino comincia a sorridere, vuol dire che il bambino comincia a instaurare una relazione con le persone conosciute.
La lezione del dott. Rigamonti è stata, come tutte le sue lezioni, molto stimolante e utile per i nonni, che hanno rapporti stretti con i bambini, ma anche per gli altri che, pur non essendo nonni, hanno imparato qualcosa di veramente istruttivo e interessante

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La lezione di oggi della professoressa Zapparoli ( sempre con la collaborazione del professore Francesco Pintaldi, che prepara dei video bellissimi) è legata intimamente con la lezione precedente sulla storia del balletto classico. Oggi approfondisce anche alcuni argomenti tecnici, già accennati la volta scorsa, presentandoci una “étoile” della danza molto importante: Carla Fracci.

Carla Fracci, La Sylphide 1985
Carla Fracci, La Sylphide 1985

Carla Fracci inizia presto la sua storia di danzatrice. E’ una bimbetta proveniente da una famiglia molto semplice, che vive a  Milano in una casa di ringhiera e che si forma in questa città per andare verso un cammino di grande fama internazionale.

Nasce a Milano il 20 agosto 1936 e studia alla Scala. Nel 1954 si diploma e subito viene chiamata presso i più grandi teatri stranieri (ll London Festival Ballet, il Sadler’s Wells Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet , il Royal Swedish Ballet e l’American Ballet Theatre.) che la volevano accanto ad altri grandi ballerini di fama mondiale come Nureyev.

Il primo lancio di Carla Fracci fu al Festival di Nervi (cittadina della Liguria)e da lì fu chiamata a debuttare a New York con  Giselle, la cui interpretazione più famosa è quella con Erik Bruhn. Giselle è un balletto classico-romantico, scritto dal romanziere francese Théophile Gautier e musicato dal celebre compositore di musiche per balletti Adolphe-Charles Adam, Carla Fracci ha danzato Giselle anche con Nureyev e Paolo Bertoluzzi, un grande ballerino italiano.

Durante la visione del video che riproduce alcuni pezzi di Giselle, la nostra docente ci fa notare la freschezza, la leggerezza, la bravura tecnica dell’interpretazione di Carla Fracci come pure l’espressione del viso che esprime molto bene le emozioni. Infatti, Carla Fracci, oltre ad essere una brava ballerina, è anche una brava attrice.

Sempre durante l’esecuzione di questi brani, la docente ci dice una curiosità riguardo ai piedi dei ballerini: le ballerine ballano in punta, mentre i ballerini usano la mezza punta. Anche lo sviluppo della muscolatura dei ballerini maschi è  diversa perché devono essere in grado di alzare la ballerina.  La ballerina, invece, deve avere una caviglia fortissima, per reggere il peso del corpo, e un collo del piede che deve abituarsi a curvarsi in un modo un po’ innaturale.

La lezione continua con altri filmati di personaggi del passato:

Isidora Duncan, innovativa per la danza;Anna Pavlova, grande coreografa e ballerina.Abbiamo visto anche due interpretazioni di “Giulietta e Romeo”, una con Liliana Cosi e Nureyev e l’altra con Carla Fracci e Nureyev. Senza togliere nulla a Liliana Cosi, l’interpretazione di Carla Fracci ci è sembrata più sentita e partecipata. La lezione si è conclusa con una danza di Luciana Savignano e una danza allegra tratta dal Don Chisciotte.

Grazie alla professoressa Zapparoli per l’interessante lezione e al professore Francesco Pintaldi per il bellissimo video.

Il Centro Italiano Femminile: una storia lunga 70 anni.

img_20181211_220944_resized_20181211_115455233In un salone del Castello di Pomerio, gremito di pubblico, stasera sono stati insigniti di un riconoscimento di benemerenza gli sportivi erbesi che si sono fatti onore a livello regionale, nazionale e internazionale, le associazioni sportive e le associazioni che festeggiavano particolari anniversari di fondazione

Anche il Centro Italiano Femminile di Erba (di cui sono segretaria da un paio d’anni) è stato invitato per la consegna di un attestato di benemerenza  per i suoi 70 anni di attività nella nostra città. Siamo intervenute Maria Pellegrino (Mariuccia), Angela Parietti (Lalla) ed io (Diana). Quando il Presidente del Consiglio Comunale ci ha chiamate, ci ha preso un pizzico di emozione e con una certa fatica ho potuto ringraziare il Sindaco e l’amministrazione comunale che ci gratificano con questa  menzione. Mi sono però ricordata di puntualizzare il gran lavoro che hanno fatto nel passato grandi donne, come Mariuccia e Lalla, nel campo dell’educazione-assistenza dei bambini e per l’emancipazione femminile  negli anni del secondo dopoguerra, quando le donne si affacciavano per la prima volta sulla scena politica avendo finalmente ottenuto il diritto di voto; e ho ricordato il grande e preziosissimo lavoro che le donne del C.I.F. dimg_20181211_223619_resized_20181211_115401902i Erba (insieme a tanti altri collaboratori) continuano a fare da 25 anni nell’organizzazione e nella gestione dell’Università della Terza Età di Erba.

Da sette anni si ripete questa cerimonia: è un modo simpatico dell’Amministrazione Comunale di fare gli auguri di Buon Natale alle organizzazioni di volontariato che si spendono per rendere più bella e solidale la vita della città.

Alla cerimonia ufficiale ha fatto seguito un rinfresco, durante il quale è stato bello salutare  amici e conoscenti intervenuti a questa serata, di cui conserveremo un buon ricordo.

UTE: La vergine delle rocce – Buccinigo nella storia. (resoconto di A. D’Albis)

La carissima amica Angela D’Albis ha inviato il suo resoconto sulle lezioni di oggi: Grazie infinite, Angela! Ottimo lavoro!

ore 15:00 – UN GRANDE ARTISTA: LEONARDO DA VINCI – LA VERGINE DELLE ROCCE E L’INVENZIONE DEI PAESAGGI – docente: Manuela Beretta

Ancora una volta abbiamo seguito, in religioso silenzio, la nostra bravissima docente, prof. Manuela Beretta, che ci ha illustrato l’opera di Leonardo da Vinci: “La vergine delle rocce”.Quest’opera ci mostra l’invenzione dei paesaggio da parte dell’artista. Ce ne sono tante altre, ma la nostra docente ha scelto questa perché  è un’opera che Leonardo realizza a Milano.

la-vergine-delle-rocce“La vergine delle rocce” è un olio su tavola di grandi dimensioni (2 metri x 1.20). E’ un’opera che ha diverse testimonianze documentari ed ha una nascita molto travagliata. Dal contratto di appalto di Leonardo per quest’opera, sappiamo che venne commissionata da una confraternita dell’Immacolata Concezione che aveva una cappella nella chiesa di San Francesco grande. Questa chiesa, che oggi non esiste più, era la Chiesa più grande di Milano dopo il Duomo.

“La vergine delle rocce” doveva essere collocata nella prima cappella a destra, poi spostata in una delle absidi minori nel ‘500 perché la cappella venne distrutta. Quando l’ordine dei Francescani venne abolito, nel ‘700, Napoleone  fece distruggere la chiesa e al suo posto vi fece costruire una caserma. Il dipinto doveva essere un trittico: una tavola centrale (opera di Leonardo) e due laterali (opere di due suoi collaboratori: Leonardo e Giovanni Ambrogio De Predis).

La cornice c’era già (opera di Giacomo Del Maino). Oggi la cornice non c’è più perché quando la chiesa venne distrutta, l’opera venne smembrata e le parti furono vendute separatamente.

La tavola centrale rappresenta la Vergine all’interno di una caverna. A sinistra c’è San Giovanni Battista bambino e a destra ci sono  Gesù e l’arcangelo Gabriele. E’ un’iconografia molto complessa e altamente simbolica. Le braccia della Vergine fanno comunicare le due parti del dipinto; la parte dove c’è Giovanni Battista è la parte terrena, mentre la parte a destra dove c’è Gesù è la parte divina. Gesù benedice con una mano, ma tocca la terra con l’altra e questo gesto simboleggia la doppia natura del Cristo: divina e umana.

Leonardo fa parlare i suoi personaggi attraverso la gestualità. Tuttavia, è anche molto importante il paesaggio di questa tavola.  Per realizzare la caverna (nella quale c’è la Vergine), Leonardo usa  due originali espedienti pittorico-stilistici: la prospettiva aerea e lo sfumato.  Lo sfumato è quella tecnica per cui la pittura non ha una linea precisa di contorno. Il contorno è sempre sfumato. La prospettiva aerea è un qualcosa che ci permette di percepire, di due oggetti simili per dimensioni, quale dei due si trova a una maggiore distanza. E’ quella prospettiva che non utilizza le linee, ma il colore.

 De “La Vergine delle rocce” esistono due versioni: una si trova al Louvre e l’altra alla National Gallery di Londra. Anche le tavole laterali si trovano a Londra.

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ore 16:00 – TRACCE DEL NOSTRO TERRITORIO LOMBARDO – PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI EMILIO GALLI “BUCCINIGO NELLA STORIA” – docente: Emilio Galli.

Dopo la presentazione dell’associazione La Sorgente da parte della Presidente, gruppo che ha promosso il testo sulla storia di Buccinigo, il prof. Emilio Galli ci ha introdotto nella descrizione del libro da lui scritto: ”Buccinigo nella storia”.

Il libro è una specie di racconto, facile da leggere.

torre-di-buccinigoCi ha spiegato che ha voluto collegare la storia nazionale con quella locale perché una fa capire l’altra. Ha usato l’asse cronologico e la sua narrazione parte dalla preistoria fino a giungere ai nostri tempi.

 Ci sono dei reperti che testimoniano l’esistenza di agglomerati urbani in questa zona nella Preistoria. Poi questi territori sono stati occupati dai Celti e dai Romani.

Con la cristianizzazione sono nate le “pievi”. Buccinigo si trovava nella pieve d’Incino. Con la caduta dell’impero romano, ci sono state le invasioni barbariche e la fascia prealpina si è fortificata per difendersi da queste invasioni.Nell’Alto Medioevo, i Longobardi occuparono l’Italia. Essi furono sconfitti da Carlo Magno e nacque il Sacro Romano Impero.

Poi arrivarono gli Spagnoli, poi gli Austriaci, fino all’avvento,  nell’ ’800, del Regno d’Italia. Le grandi famiglie nobili di questa zona sono: i Carcano, I Parravicini. I Sacchi (di questi ultimi, però, si sono perse le tracce) e i Carpani.

Una curiosità: da dove deriva il nome Buccinigo?

Ci sono varie ipotesi. Una leggenda dice che potrebbe derivare da “buco iniquo”, riferendosi a un pozzo dove mettevano le persone che non si comportavano bene.

Un’altra ipotesi è che potrebbe derivare da una parola latina che indicava il tubo che usavano i romani per gli acquedotti.

C’è chi dice che tutti i nomi dei paesi che finiscono in -igo, -ago, -ugo sono di origine longobarda. Tuttavia, queste sono tutte leggende o supposizioni e il mistero rimane!

Teatro: La duchessa del Bal Tabarin.

Quanta gente c’era a Milano ieri pomeriggio! Certo per fare gli acquisti di Natale e per vedere la città illuminata dalle mille luci degli addobbi natalizi. E’ stata un’impresa raggiungere a piedi il Teatro San Babila: bisognava fare un’incessante gimkana tra la gente che riempiva strade e portici.

Eravamo un buon gruppo dell’UTE e avevamo i biglietti per assistere alla rappresentazione dell’operetta: La Duchessa del Bal Tabarin (musiche di Carlo Lombardo e libretto di Franci). E’ un’operetta nata nel 1917, in piena Grande Guerra, ma ambientata nel  mondo luccicante e frivolo della Belle Époque, che si era conclusa da poco.

Racconta la storia di Frou Frou, una chanteuse del Bal Tabarin che ha sposato un alto funzionario, al quale però non è propriamente fedele e il marito, avendo scoperto un suo tradimento, promette di prdonarla solo se supererà sei mesi di prova di morigeratezza e onestà coniugale. Lo spettacolo comincia dal giorno della scadenza del sesto mese e Frou Frou aspetta con ansia la mezzanotte: allo scoccare dei dodici rintocchi potrà incontrare un suo giovane possibile amante, ma alla fine anche lei rinsavirà e si arriverà all’immancabile lieto epilogo.

Gli interpreti hanno  voci splendide, i costumi sono molto belli e curati  e la musica è eseguita dal vivo da una orchestrina guidata  da una giovanissima direttrice. E’ stato uno spettacolo piacevolissimo e rilassante ed è stato bello risentire l’aria più nota  di questa operetta che vi ripropongo  nel video qui sotto.