UTE: Luigi Meneghello nel centenario della nascita – La spalla al centro.

Luigi Meneghello, nato nel 1922 a Malo, in provincia di Vicenza, ha vissuto in prima persona la seconda guerra mondiale e, come spesso accade, questa esperienza ha segnato profondamente la sua esistenza.

La sua prima opera è il romanzo “Libera nos a Malo” (il titolo fa riferimento alle parole latine del “Padre nostro” , ma la parola Malo si riferisce al proprio paese natio). In esso ricorda come il latino dei riti religiosi, non compreso dalla gente, diventava occasione di strafalcioni e di situazioni umoristiche.

Un’altra sua opera è “Azoto”. Meneghello ricorre spesso al dialetto, matrice di ogni lingua, che rafforza il senso di appartenenza ad una comunità e che per primo ci fa cogliere la realtà..

Con la civiltà dei consumi, tutto viene “consumato” rapidamente, anche le relazioni familiari che invece un tempo costituivano il fondamento della sopravvivenza.

In “Piccoli maestri” Meneghello parla della sua partecipazione alla Resistenza; alla fine della guerra si iscrive al Partito d’Azione che ebbe vita molto breve  e questo lo spinse a scegliere l’Inghilterra come paese in cui vivere. Ci rimarrà per oltre mezzo secolo e tornerà in Italia a fine anni ’90 e qui si conclude la sua esistenza nel 2007.

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Il dr. Lissoni ci ha guidato alla scoperta di una parte molto complessa del nostro corpo: la spalla. Essa è formata da diverse articolazioni, diversi muscoli e diversi legamenti; per questo sono anche molto frequenti, soprattutto nelle donne, i disturbi che ne limitano la funzionalità.

Si può essere più predisposti ai problemi della spalla per ereditarietà, genere, età, diabete, obesità e fumo. Il dolore alla spalla è spesso connesso ai dolori al collo. Sono frequenti anche i traumi per incidenti e cadute, ma sono da evitare anche movimenti ripetitivi, certi sport agonistici, sforzi eccessivi, cattive posture e l’eccessiva sedentarietà.

I dolori possono essere dovuti a infiammazioni, processi dgenerativi o traumi.

Le BORSITI sono provocate da traumi, l’ARTROSI è un processo degenerativo che provoca piccole lesioni sempre più accentuate col passare del tempo; l’ARTRITE è un’infiammazione che corrode l’articolazione. Vi è poi la cosiddetta SPALLA CONGELATA in cui l’articolazione è completamente bloccata.

La spalla va soggetta anche a distorsioni, lussazioni e fratture: tra queste ultime, la più frequente è quella alla clavicola.

Per prevenire i problemi alla spalla è necessario, come sempre, fare movimento adeguato alla propria età, non acquisire abitudine a posture scorrette e alle donne si consiglia di non portare borse troppo pesanti sempre sulla stessa spalla.

Un grazie sentito al dr. Lissoni e al prof. Porro per le loro lezioni sempre interessanti ed esposte con chiarezza e passione.

UTE: Verga, tra verismo e impersonalità (sintesi di A. D’Albis) – Mangiare carne? (Diana)

Quale impatto ha sull’ambiente il fatto che ci nutriamo di carne?

E’ indubbio che l’uomo sia onnivoro e che, come tale possa cibarsi sia di vegetali che di alimenti di origine animale. L’uomo primitivo si nutriva per lo più di semi, radici, frutti e solo quando con fatica riusciva a catturare un animale poteva cibarsi di carne. Ora invece basta andare al supermercato è con “pochi” soldi possiamo acquistare tutti i tipi di carne esposti con dovizia.

Se il costo della carne è relativamente basso è perchè proviene da allevamenti intensivi, dove gli animali sono costretti a vivere in condizioni degradanti. Per produrre carne in tali quantità esorbitanti si incrementa l’effetto serra che danneggia enormemente il sistema ecologico del pianeta.

Se la carne è un alimento prezioso per la salute, è possibile produrla in modo più sostenibile? Se prendiamo esempio dai popoli che vivono anche oggi in territori non coltivabili (Mongoli, Masai, ecc.) e quindi si sostengono con l’allevamento di animali, vediamo che essi li trattano con molto rispetto, li fanno vivere in condizioni di benessere e li macellano solo per lo stretto necessario. Anche noi dovremmo allevare gli animali in spazi adeguati per  consentire loro di potersi muovere liberamente. Questo però farebbe lievitare i costi di produzione della carne e quindi i costi al consumo.

Dato il continuo aumento della popolazione mondiale, e di conseguenza la domanda di cibo, già da ora si sperimenta l’uso alimentare degli insetti: il loro apporto nutrizionale è ottimo e il loro allevamento è poco inquinante. Tuttavia si stanno percorrendo anche altre vie, come la produzione in laboratorio di carne partendo dalle cellule staminali: questo consente di non abbattere nè animali, nè foreste. I risultati sono molto soddisfacenti e i costi di produzione si stanno riducendo.

Un’altra alternativa è la carne-finta, cioè prodotta  con elementi vegetali.

La soluzione ideale è comunque per il momento di consumare meno carne  con grande giovamento per l’equilibrio dell’ecosistema Terra.

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Don Ivano, prima di affrontare l’argomento della sua lezione, fa una breve presentazione di un personaggio, sconosciuto ai più, prete e parroco della parrocchia di Chiuso di Lecco di cui si celebra il bicentenario della morte e che è stato beatificato a Milano nel 2011: Beato Serafino Morazzone.

Don Ivano sottolinea che questo curato beato è stato nominato dal Manzoni nella prima versione del suo romanzo, quello intitolato: “Fermo e Lucia”. Manzoni lo conosceva e, essendo morto da poco, volle nominarlo per ricordarlo. Nella versione definitiva del romanzo, invece, non lo nominò più.

Dopo questa divagazione, il relatore ci parla di Giovanni Verga e del suo capolavoro “I Malavoglia”. Di Giovanni Verga ricorre quest’anno il centesimo anniversario della morte (1840-1922).

Egli fu il maggior esponente della corrente letteraria del “Verismo” e la sua opera ebbe un significato notevole nella Storia della Letteratura Italiana. Gli esponenti della corrente del Verismo raccontano, nelle loro opere, eventi di vita quotidiana reali e hanno come protagonisti dei loro scritti le classi sociali meno abbienti.

I romanzi del Verga hanno le caratteristiche di questa corrente. Sono scritti con un linguaggio rude e spoglio, ma con termini e espressioni vicine al dialetto siciliano (e questa è una novità). Le sue storie sono ambientate nel profondo Sud (la Sicilia), nella più remota provincia della Sicilia (Catania), ma sono permeate da quel senso di umanità che è universale.

Ne “I Malavoglia”, l’autore parla di una famiglia di pescatori che ha una casa, ha “la roba” (termine siciliano per intendere “la proprietà terriera”). Non è gente povera, ma sfortunata, perché lotta, inutilmente, per conservare “la roba”, ma non ci riesce. Essi sono “i Vinti” per eccellenza.

Verga voleva scrivere 5 romanzi sui “vinti”, il famoso “ciclo dei vinti”.ma non va oltre i primi due.Ad un certo punto, la sua vena narrativa si è interrotta e il suo ciclo di romanzi non è stato mai completato.

Egli scrisse i suoi capolavori a Milano e non fu subito capito, sia in termini di contenuto, sia in termini di stile. Nelle sue opere Verga scandaglia l’animo umano, che è universale, quindi sono permeate, non solo da un profondo senso di umanesimo, ma anche da una forte spiritualità.

Sono queste caratteristiche che fanno di un’opera letteraria “un capolavoro”. Un capolavoro” è tale se permane anche se cambiano i tempi e le opere di Verga, tanto ricche di umanesimo e di spiritualità, sono dei “capolavori”.

 

UTE: Interpretare il desiderio attraverso lo sguardo delle neuroscienze (sintesi di A. D’Albis) – Storia della nostra UTE (Diana)

Il dottor Ciccocioppo, farmacologo ed esperto di neuroscienze in generale e in particolare del rapporto tra mente e cervello, prima di introdurre l’argomento della lezione, fa una breve premessa spiegandoci in cosa consiste questo rapporto.

Ci dice che spesso si intende la mente come qualcosa di più etereo rispetto al cervello, ma in realtà sono un tutt’uno. Infatti, la mente non può esistere senza il cervello e il cervello, senza quello che definiamo mente, non sarebbe l’organo che conosciamo. Inoltre, cervello e mente, per funzionare, hanno bisogno del corpo.

Infatti, già dalla nascita, attraverso il corpo, trasmettiamo degli stimoli al nostro cervello ed esso, insieme alla mente, si evolve grazie a questi stimoli.

Quindi cervello, mente e corpo collaborano insieme per il buon funzionamento dell’organismo. Dopo questa premessa, il dottore passa a trattare l’argomento della lezione intitolato:” Interpretare il desiderio attraverso lo sguardo delle neuroscienze”.

Ma che cos’è il desiderio?

Il dottore ci spiega che il concetto di “desiderio” è molto ampio, comprende varie discipline, come la filosofia, ma interessa anche chi si occupa di “neuroscienze”. Il filosofo Spinoza ha anticipato, già nel XVII secolo, alcuni aspetti delle “neuroscienze” moderne. Nella sua opera principale, “Etica”, utilizza il termine “CONATUS”, che significa SFORZO. E’ il nostro “sforzo” per sopravvivere che ci fa essere quello che siamo. Spinoza ci dice che esistono due emozioni di base, la “GIOIA” e la “TRISTEZZA”, che insieme al “DESIDERIO”, ci permettono di funzionare.

Cioè, il nostro “desiderio di sopravvivenza” è guidato da queste due emozioni: “gioia e tristezza”.

Desiderare qualcosa di gradevole è condiviso da tutte le specie più evolute, o diversamente evolute.

Il nostro cervello, secondo il medico Paul MacLean, che già nei primi anni ’70 del secolo scorso aveva elaborato la teoria dei “3 cervelli”, il nostro cervello può essere suddiviso in tre grandi domini.

MacLean dice che nel cervello ci sono tre aree che hanno competenze diverse: Il “cervello rettiliano”, il più antico e quello condiviso da tutte le specie, controlla gli stimoli di base (fame, sete, sonno ecc.); il “cervello limbico”, è la parte che ci permette di sentire emozioni e provare sentimenti; la “neuro-corteccia” è, invece, la parte più razionale.

Il “cervello limbico” ci permette di ricercare ciò che ci dà piacere e di fuggire da tutto ciò che è sgradevole. Il desiderio, dunque, è rivolto sempre verso qualcosa di piacevole (cibo, sesso, rapporti parentali, interazioni sociali). Tuttavia, esiste anche il “desiderio di fuga” da tutto ciò che è spiacevole. Quando si instaura il desiderio verso qualcosa di piacevole, si attivano certe aree del cervello, mentre per fuggire da cose o esperienze sgradevoli se ne attivano delle altre.

Questo processo può essere anche inconscio.

Il desiderio, continua il docente, è molto articolato.

C’è anche il desiderio che provano le persone che soffrono di disturbi di “dipendenza”, come giocatori d’azzardo, fumatori, alcoolisti. In questi soggetti, il desiderio usurpa il cervello e diventa dipendenza. Infine, il docente ci spiega la differenza tra “desiderio amoroso” e “desiderio sessuale” che non corrispondono, perché il primo è molto emotivo e tocca il sentimento, il secondo è molto più istintivo e primordiale. Anche le aree celebrali che si attivano sono diverse.

Il dottore cita ancora il filosofo Spinoza che sottolinea che “il desiderio è l’appetito di ottenere coscientemente qualcosa e che è l’essenza stessa della natura umana in quanto è determinata a fare le cose che servono alla propria sopravvivenza”.

La lezione si conclude con alcuni interessanti interventi da parte dell’assemblea.

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Ripercorrere la lunga storia dell’UTE : questo era l’obiettivo della conversazione che la fondatrice dell’UTE, Maria Guarisco, ed io ci eravamo prefissate.
L’emozione di Mariuccia (ha appena rinunciato a ricandidarsi per il Consiglio a causa dei suoi problemi di salute) e la mia poca propensione a parlare in pubblico erano palesi: ci eravamo proposte di seguire uno schema per non dimenticare cose importanti, ma è stato del tutto ignorato.

Mariuccia ha raccontato con evidente passione il lavoro per arrivare a costituire l’associazione UTE, che a buon diritto può ritenere una sua creatura. Ha rievocato gli inizi un po’ avventurosi e le figure più importanti che hanno contribuito a realizzare e a sostenere nel tempo la nostra Università.

C’erano parecchi soci presenti e la speranza è che abbiano potuto cogliere quanto sia importante continuare a sostenere l’UTE di Erba che, dopo la pandemia, sta attraversando , come tute le associazioni, momenti non facili.

 

 

 

 

 

UTE: Progresso umano ed estinzione di specie (Diana) – Fenoglio e la Resistenza (sintesi di A. D’Albis)

Il dr Sassi ci ha accompagnato con le sue belle diapositive e le sue spiegazioni sempre accattivanti, nel triste percorso che ha portato all’estinzione di molte specie animali nel corso del tempo. In particolare ha attirato la nostra attenzione su quello che succede all’arrivo dell’uomo nelle isole.

Proprio per i limiti territoriali delle isole, i loro ecosistemi sono particolarmente delicati. Nel Madagascar, per esempio, coperto quasi interamente da foreste fino al 1980, sono bastati 30 anni per distruggerne l’80%.

E’ stato anche interessante venire a conoscenza del fatto che nelle isole certe specie animali sono di dimensioni più piccole di quelle analoghe che vivono sui continenti, altre specie invece sono di dimensioni molto più grandi (elefanti preistorici in Sicilia non più alti di un metro e il Varano di Comodo enorme lucertolone).

Nelle isole Mascarene e nelle isole Mauritius, l’ecosistema è stato completamente stravolto al tempo delle esplorazioni via mare: le navi vi approdavano per fare provviste di cibo e uccidevano pertanto gli animali autoctoni per conservarne le carni sotto sale. In cambio lasciavano a terra maiali e capre per ritrovarli al ritorno e potersene cibare, ma queste specie animali immesse forzatamente in un ambiente privo di antagonisti hanno finito per stravolgere l’ecosistema  di quelle terre.

Più recentemente possiamo ricordare , nel Nord America,  i massacri dei bisonti  o la scomparsa del piccione migratore che era l’uccello più diffuso al mondo.

Anche ora gli allevamenti  e le coltivazioni intensive sono spesso causa di gravissimi danni agli ecosistemi.

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Il professor Porro ci ha regalato un’altra delle sue interessantissime lezioni parlandoci della “Resistenza” nei nostri territori dell’Alta Brianza e del comasco e soffermandosi sulla nota figura di Giancarlo Puecher Passavalli, fucilato il 21 dicembre del 1943 a Erba a soli 20 anni!

Puecher fece presto la sua “scelta” partigiana, già il 9 settembre, ma la sua militanza durò poco perché fu arrestato il 12 novembre dello stesso anno, processato e condannato a morte. Come testimonia nella sua relazione intitolata: ”La difesa del giusto”, l’avvocato comasco Gian Franco Beltramini, chiamato a difendere d’ufficio Puecher e gli altri 7 partigiani arrestati, il processo fu una farsa e contro gli imputati non venne presentata alcuna prova di colpevolezza.

A questo punto, il professor Porro sottolinea che la parola “giusto” assume un valore particolare nel caso di Puecher. Egli, pur essendo un ragazzo di soli 20 anni, si comportò, più che da eroe o martire, da uomo “giusto” e la sua “scelta” fu di carattere morale: egli voleva ridare dignità alla sua Patria. 

Il professore ci spiega la differenza tra Nazione e Patria. Spesso, il concetto di Nazione è diventato sinonimo del concetto di Patria, che, però, ha qualcosa in più. La “Patria” è la terra alla quale si appartiene volontariamente per identità storica e culturale e che si difende, anche con la vita, da eventuali aggressioni. Il professore aggiunge che le Nazioni, di solito, aggrediscono, mentre la Patria si difende.

Nel secolo scorso e anche oggi, la nascita di nazionalismi esasperati e aggressivi è stata la causa dello scoppio di tante guerre.

Presentando la biografia di Puecher, il professor Porro evidenzia alcuni aspetti della sua educazione e descrive l’ambiente in cui è vissuto. Puecher nacque a Milano il 23 agosto 1923 da una famiglia benestante. Il padre Giorgio, notaio, ebbe da sempre idee antifasciste; la madre, fervente cattolica, educò il figlio ai valori cristiani. Puecher si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ma lasciò per frequentare l’addestramento come volontario, nell’ Aereonautica. Non riuscì a terminare neanche questo addestramento prima dell’8 settembre e dell’occupazione tedesca. Durante la guerra era sfollato con la famiglia nella villa di proprietà di Lambrugo, vicino Erba, che diventò un luogo di accoglienza per ogni tipo di sbandati.

Qui Giancarlo ebbe contatti con alcuni esponenti dei cattolici democratici di Milano e presto aderì al primo nucleo partigiano della Brianza, formatosi a Ponte Lambro. Puecher era il vice comandante di questo gruppo, mentre il suo collaboratore e amico Franco Fucci (ex alpino in Grecia passato nel fronte antifascista) era il comandante. Il gruppo di Ponte Lambro passò da semplici azioni di contatto tra partigiani ad alcune azioni di sabotaggio e di volantinaggio.

Dopo l’uccisione a Erba di due fascisti (Ugo Pontiggia e Angelo Pozzoli) da parte di aggressori sconosciuti, furono istituiti in zona sia il coprifuoco, sia dei posti di blocco con i Militi della Polizia “repubblichina”. La sera del 12 novembre, ignari del coprifuoco, Puecher e Fucci partirono in bicicletta da Canzo per recarsi a Ponte Lambo. Furono fermati a un posto di blocco e arrestati. Fucci provò a difendersi usando la pistola, ma fu ferito e ricoverato in ospedale: questa fu la sua salvezza.

Puecher, invece, fu portato in prigione a Como. La stessa sera furono fermati e arrestati altri sette partigiani amici di Puecher, tra cui il padre, Giorgio. Ci fu un processo e la condanna a morte degli otto imputati. L’avvocato della difesa, viste le inconsistenze delle accuse, nel tentativo di impedire le condanne a morte, riuscì solo a ridurle di numero. L’unico condannato rimase Giancarlo Puecher. Gli altri se la cavarono con condanne detentive da 5 a 30 anni, cancellate dopo la guerra. Purtroppo, il padre fu prima scarcerato e poi riarrestato e mandato a Mauthausen dove morì di stenti.

Puecher fu fucilato il 21 dicembre 1943 nel cimitero nuovo di Erba. Morì da cristiano, abbracciando e perdonando coloro che stavano per ucciderlo.

UTE: Storia industriale di Erba.

Ieri abbiamo avuto un docente speciale, il dr. Croci, appassionato ricercatore di storia locale.

Credo che i soci erbesi presenti abbiano potuto gustare molto meglio di me il suo racconto che faceva riferimenti specifici a località per me difficilmente identificabili. Ho tuttavia potuto conoscere le radici remote della vita economica della Brianza e dell’Erbese in particolare.

Qualche secolo fa, la Lombardia era solo una striscia di terra che correva da est a ovest, perchè buona parte del suo territorio attuale era governato dalla Repubblica di Venezia.

La ricchezza di acque della zona aveva favorito la costruzione di mulini che erano numerosissimi su tutto il corso del Lambrone e dei torrenti vicini.

Quando nel XV secolo Ludovico il Moro incentivò la coltivazione dei gelsi (detti anche muruni proprio da il Moro), per l’alimentazione dei bachi da seta, in ogni casa, in ogni cascina ci si dedicò alla bachicoltura. Le donne compravano al mercato un sacchettino di uova e se lo tenevano in seno per una decina di giorni, poi alla schiusa delle uova i bachi (cavalée) venivano posti su “un letto” di foglie di gelso e cominciavano a mangiare e a dormire. Bisognava averne molta cura perchè bastava poco a danneggiarli. Dopo la quinta dormita i bachi salivano al “bosco” e cominciavano a produrre il bozzolo, che i contadini essiccavano provocando la morte del baco e le “gallette” così ottenute venivano vendute alla “galatera” per le successive filandalavorazioni. Erano le donne ad occuparsi dell’allevamento dei “cavalée” ed erano ancora le donne e tante bambine in tenerissima età a lavorare nelle filande che sorsero spesso là dove prima c’erano i mulini. Le bambine avevano mani piccole e agili, che erano particolarmente adatte a trovare il capo del filo di seta dei bozzoli immersi in acqua a 60/70 gradi. Da ogni bozzolo si potevano ricavare anche mille metri di filo. Le condizioni di lavoro erano terribili.

Nel 1700,  finita la devastante dominazione spagnola, gli Austriaci misero mano al territorio e diedero ordine al patrimonio idrico della nostra zona. Inoltre posero fine a molti privilegi rendendo anche più equo il prelievo fiscale. Grazie alla laboriosità e  al grande spirito imprenditoriale dei brianzoli, cominciarono a fiorire nuove attività industriali alimentate anche dal ferro delle miniere di Canzo. In quelle fabbriche le condizioni di lavoro erano più salubri e così a poco a poco le filande si svuotarono e la bachicoltura scomparve soppiantata dalla seta proveniente da Cina e Giappone.

Possiamo però affermare con assoluta certezza che la prosperità della zona  è nata dalla fatica e dalla sofferenza delle donne.

La lezione è stata seguita da molte domande dei presenti e anche io ho avuto la conferma dell’origine del “lago che non c’è) che si forma davanti a casa mia nei periodi più piovosi. Chi costruendo un centro commerciale ha interrotto il naturale percorso delle acque sotterranee, dovrebbe provvedere a sue spese ai lavori di ripristino dello “status quo”

 

UTE: Armonia e benessere (sintesi di Diana) – Peter Arnold Heise (sintesi di A. D’Albis).

Si sa che nell’antichità classica si dava molta importanza all’armonia tra corpo e mente (mens sana in corpore sano) e lo testimonia la diffusione delle terme presso gli antichi Romani e nelle terre governate dagli Arabi. Negli stabilimenti termali, oltre ai bagni in acque di diverse temperature, ci si sottoponeva regolarmente a massaggi benefici e rilassanti.

Con il Medio Evo, però, la cultura cambiò e tutto ciò che sapeva  di cura del corpo assunse una valenza negativa, così non si parlò più di massaggi o di bagni nelle acque termali, anzi per molti secoli si ritenne molto nociva la pratica igienica del semplice bagno.

In oriente invece il massaggio è stato sempre considerato una pratica molto importante per la salute del corpo e della mente.

Solo nel XVI secolo in Francia, si riscoprono i benefici del massaggio, che si diffuse ampiamente in Svezia nel secolo XIX e poi nel resto dell’Europa.

Oggi il massaggio da noi è praticato soprattutto in ambito sportivo, ma può essere di grande giovamento in varie situazioni.

Esiste il massaggio svedese, che si caratterizza per l’esecuzione di differenti ma ben precise manipolazioni  dell’intero corpo ma, a seconda delle esigenze del massaggiato, è possibile manipolare anche solo alcune aree.

C’è poi il massaggio thailandese: di ispirazione olistica, considera tutta la persona e si basa sul principio di “toccare per guarire”. Anche il massaggio ayurvedico, scienza molto antica, prende in considerazione tutta la persona e si prefigge il raggiungimento dell’equilibrio tra fisico, mente e spirito. Il massaggio TUI-NA viene impiegato per regolare la circolazione sanguigna e linfatica e per regolare il flusso degli ormoni; oggigiorno tuttavia viene sfruttato soprattutto per contrastare o alleviare sintomi dolorosi di diversa natura (dolori articolari, dolori muscolari, mal di testadolore cervicale, ecc.).

Il nostro docente, il sig. Turato, ci ha intrattenuto con passione e ci ha convinto, forse, a considerare di inserire nel nostro programma di vita quotidiana qualche seduta di massaggio:  potremmo averne qualche beneficio.

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I nostri docenti di musica Maria Rosaria Cannatà e Vincenzo Petrucci ci presentano la figura di un musicista sconosciuto, non solo al grande pubblico, ma anche agli addetti ai lavori e che compare di rado nei manuali di Storia della musica: 

Peter Arnold Heise!

I due docenti stanno conducendo uno studio approfondito su questo compositore che si concluderà con la pubblicazione di un libro su di lui, che speriamo di poter leggere presto.

Peter Arnold Heise, pur essendo di origine tedesca, nasce a Copenaghen l’11 febbraio 1830 e muore a Taarbæk il 12 settembre 1879. E’ un compositore danese di origine tedesca e la sua famiglia è di ceto elevato e benestante.

Perde la madre alla nascita e, per questo, si sentirà sempre molto solo. Sin da piccolo, manifesta la passione per il teatro e la musica. Infatti, nelle intenzioni dei familiari, avrebbe dovuto intraprendere la carriera giuridica e diventare avvocato, ma i voti eccellenti in campo musicale fanno loro cambiare idea. Si forma musicalmente a Copenaghen e a Lipsia.

Negli anni della giovinezza scrive la sua prima opera:” La ninna nanna di Aladino”. Dal 1857 al 1865 svolge l’attività di insegnante presso l’Accademia di Soro. Nel 1863 scrive un’opera teatrale per il Teatro di Copenaghen:” La figlia del Pascià”, opera composta da parti recitate e parti cantate, che ha un certo successo.

I nostri docenti spiegano che la scarsa fama di Heise è dovuta a due fattori: il primo è che scrive esclusivamente in danese, mentre i musicisti dell’epoca romantica si ispirano all’Italia, patria dell’opera; l’altro motivo è che, essendo di famiglia agiata, non ha mai avuto bisogno di mantenersi con i proventi del suo lavoro e quindi riesce a non sottostare alle leggi del mercato.

Appartenere a una famiglia benestante gli reca anche dei vantaggi: può intraprendere tranquillamente dei viaggi senza avere alcuna preoccupazione economica. Anche la moglie è ricca e non hanno figli.

Heise e sua moglie si recano in Italia, dove respirano e vivono l’atmosfera culturale e artistica di Roma. Qui soggiornano dal 1861 al 1862 e, oltre a visitare i monumenti e le ville della capitale, intrecciano rapporti con tante personalità artistiche del tempo. Conoscono persone molto interessanti, come il famoso pianista Giovanni Sgambati, e si avvicinano a una cultura e a un modo di vivere molto diversi da quelli dei paesi del Nord Europa.

Heise afferma che a Roma si sente in un’”oasi di pace”, nonostante il periodo non proprio tranquillo che sta vivendo l’Italia per le guerre d’indipendenza che porteranno all’unificazione della nazione.

Nel 1862 torna in Danimarca e si dedica alla composizione. Nel 1882 scrive la sua opera più famosa:” Drot og Marsk” (Il re e il maresciallo), che racconta la storia dell’assassinio di un re medioevale (Eric V).

I docenti concludono la loro lezione con una curiosità: a 20 anni avevano diagnosticato ad Heise una malattia cardiaca e un medico gli aveva predetto che sarebbe morto d’infarto a 49 anni. Infatti così è stato!

Peter Arnold Heise muore il 12 settembre 1879!

 

 

UTE: Riflessione Pasquale. (sintesi di A. D’Albis)

La riflessione pasquale del nostro docente Don Ivano, pur avendo per soggetto un argomento religioso, come esplicitato dal titolo, si sviluppa anche in un contesto culturale e di attualità.

Nella lettura dei testi evangelici della Passione, i momenti culminanti sono quelli in cui si richiama la vera natura di Colui che viene sottoposto a giudizio: la sua umanità!

I Vangeli della Passione vanno oltre il racconto della cronaca di quelle ore drammatiche, ma fanno risaltare la persona che, pur condannata, percossa, devastata, non perde la sua dignità e appare sempre nella grandezza della sua fisionomia umana.

Quando Pilato presenta alla folla Gesù torturato, con la corona di spine sul capo, dice:” Ecco l’uomo”.

Con questa dichiarazione, Pilato suo malgrado, mette al centro “un uomo”, anzi, l’”uomo” che rappresenta tutti gli uomini maltrattati, torturati, privati della loro libertà, ai quali Egli restituisce dignità e rispetto.

Gesù sulla croce ha dato tutto sé stesso, continua il docente, si è “messo a disposizione” e, nel momento della morte, si è rivelato Figlio di Dio.

Purtroppo, la Pasqua di quest’anno è segnata dai rumori di una guerra che si manifesta con gli ennesimi atti di violenza e brutalità che calpestano l’uomo e gli tolgono, insieme alla vita, la dignità e il rispetto.

Dio, invece, è venuto sulla terra per insegnarci a vedere le persone in mezzo alle brutalità; a ritrovare, nelle vicende brutte della Storia, uno spirito più umano e a rispettare sempre la dignità umana che c’è in ciascun uomo.

Don Ivano cita Primo Levi che, nel suo testo più famoso, ci ha lasciato l’impegno di ricercare, anche dentro le persone abbrutite dall’inferno dei lager nazisti, l’uomo con tutta la sua grandezza e non solo un “sopravvissuto”.

Un altro aggancio letterario è con Dostoevskij, del quale abbiamo festeggiato i 200 anni dalla nascita l’anno scorso, con il romanzo: “L’Idiota”.

Come in tutte le opere di Dostoevskij, anche questo romanzo è segnato dall’azione negativa del male e ha come protagonista un uomo semplice e buono che è definito “idiota”.

Egli è l’”idiota” per eccellenza che, nonostante si faccia apparire “menomato”, ha la sua bellezza intrinseca che salverà il mondo.

Don Ivano ci legge una piccola parte del capitolo IV de “L’Idiota”.

Il protagonista, che rappresenta l’autore, rimane “sconcertato” davanti a un dipinto che raffigura l’immagine del cadavere di Gesù di Hans Holben il giovane, che l’autore ha avuto occasione di vedere a Basilea.

In questa immagine sono evidenti i segni di disfacimento del cadavere e viene spontaneo dubitare di una sua eventuale resurrezione.

Tuttavia, esso rappresenta il venir meno dell’Umanesimo e di alcuni valori morali, soprattutto in quel mondo europeo dove regnano le ideologie che Dostoevskij giudica diaboliche.

Anche Papa Francesco richiama il dipinto e il passo del romanzo di Dostoevskij nella sua prima enciclica “Lumen Fidei”. Egli lo fa ricordando che l’immagine del Cristo nella passione è da contemplare per riconoscervi l’amore vero e, quindi, il modo con il quale l’uomo può diventare più autentico e credibile.

Il docente legge anche un breve brano tratto dalle” Lettere di Etty Hillesum al suo amato Julius Spier” (luglio 1942) e conclude la sua lezione con una nota di speranza: nonostante i dolori e le numerose vittime della Storia, la vita continua, se continua, però, ad esserci l’amore che è più potente dell’odio.

Gesù, morendo in Croce “in quel modo”, come dice il Centurione, cioè donando tutto sé stesso, ci ha indicato la strada.

Solo se riusciamo ad accompagnare le tante persone sofferenti che ci circondano, dentro le quali continua la passione di Cristo, possiamo scoprire che in esse ci sono “persone” la cui esistenza è di valore ed è tale da far crescere in umanità anche noi.

Buona Pasqua a tutti!

Un concerto entusiasmante

E’ stato bellissimo!!

I nostri nuovi docenti di musica, Petrucci  (baritono) e Cannatà (soprano) accompagnati al pianoforte dal maestro Scaioli, ci hanno deliziato con alcuni noti brani tratti da opere liriche e da operette. Le loro esibizioni sono sempre state precedute da brevi ed efficaci presentazioni dei brani  e dei loro autori (Mozart, Rossini, Verdi, Kalman..)

Le voci così calde e ben modulate, frutto di lunghi studi e di tanta passione, hanno saputo ricreare atmosfere ora allegre, ora mistiche, ora scanzonate con tale intensità che tutti i presenti ne sono rimasti rapiti ed entusiasti.

Alla fine una lunga standing ovation ha ringraziato i due cantanti/docenti.

Speriamo che l’evento possa ripetersi a breve.

UTE: Classificare gli esseri viventi (Diana) – Le donne nella musica (Angela )

Il dr. Sassi, si sa, è un appassionato studioso di insetti, conosciuto in campo internazionale ed è un onore per noi dell’UTE poterlo avere come docente.

Nell’ultima lezione ha preso spunto dalle numerosissime specie di coleotteri oggetto della sua passione, per spiegarci come si arriva alla classificazione degli esseri viventi.

Il primo a porsi il problema di come è organizzato il mondo è stato Aristotele di Stagira che ideò una “Scala della Natura” in cui sono presenti tutti gli elementi : dal suolo, passando per le piante e gli animali fino ad arrivare all’uomo. Tale classificazione è stata ritenuta valida per circa 2mila anni, ma in essa non c’è l’idea di scala evolutiva.

Chi  intraprese l’impresa di classificare le specie viventi fu Linneo, che cominciò a dare loro un nome e a descriverle. Naturalmente non riuscì a completare il suo lavoro, infatti ancora oggi si scoprono continuamente nuove specie e i ricercatori seguono ancora le regole e il metodo di Linneo: per dare il nome si ricorre alla lingua latina e si usano due termini, di cui il primo indica il genere e il secondo la specie (nomenclatura binomia). La descrizione poi deve essere “essenziale”, cioè deve contenere le caratteristiche che rendono l’essere esaminato ciò che è, trascurando i caratteri “accidentali”. Per descrivere l’homo sapiens Linneo scrisse soltanto “Nosce te ipsum”.

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La professoressa di musica Maria Rosaria Cannatà ci presenta alcune donne musiciste che si sono distinte nella storia, ma che, purtroppo, proprio per il fatto di essere donne, non hanno lasciato traccia di sé e quindi sono, in gran parte, sconosciute. La docente parte dal Medioevo con Idelgarda di Bingen che nacque nel 1098 in Germania. Diventò monaca di clausura e Madre Badessa. Fu, oltre che musicista, anche scrittrice (scrisse alcuni libri che spaziavano tra varie discipline del sapere universale) e fu consigliera spirituale di personaggi famosi come Federico Barbarossa. Fin da bambina ebbe delle visioni divine. La sua opera principale è:” La sinfonia delle rivelazioni celesti”, insieme di 67 canti di lode verso Dio con testi tratti dalle sue visioni. Morì nel 1179 e nel 2012 fu dichiarata Santa e Dottore della Chiesa da Papa Benedetto XVI. Durante il Rinascimento troviamo Maddalena Casulana, compositrice, liutista, organista e cantante. Nacque a Siena e visse presso la corte dei Medici a Firenze, sotto la protezione di Isabella de’ Medici alla quale dedicò alcune opere. E’ ricordata perché è stata la prima donna ad aver pubblicato delle composizioni nella storia della musica occidentale. Un’altra musicista sconosciuta del Rinascimento è Anna Bolena, più nota per essere stata la seconda moglie di Enrico VIII, sovrano inglese che, per lei, provocò lo scisma dalla Chiesa Cattolica della Chiesa Anglicana. Fu accusata di tradimento dal marito e decapitata nella Torre di Londra. Mentre attendeva l’esecuzione compose una melodia dolce, delicata e malinconica intitolata: “O death, rock me asleep”. Il periodo Barocco ci consegna molte donne compositrici. La docente ricorda Francesca Caccini, compositrice, clavicembalista e cantante. Nacque da una famiglia di musicisti a Firenze. Scrisse madrigali, ballate e, cosa rara all’epoca, anche opere liriche. Fu una delle poche donne musiciste ben pagate per il periodo. Fondò anche una scuola di canto femminile. Troviamo anche Barbara Strozzi, compositrice e cantante. A lei sono attribuite otto collezioni di brani musicali. Figlia adottiva del famoso poeta e librettista Giulio Strozzi, collaborò sia col padre, sia con Cesti e Cavalli (famosi compositori). Fu cantante soprano e membro dell’Accademia degli Unisoni, fondata dal padre a Venezia, dove si organizzavano molti incontri culturali. Nelo stesso periodo ci sono: Elizabeth Jacquet de la Guerré, compositrice e clavicembalista francese; Anna Maria del Violin, violinista, compositrice e insegnante italiana, proveniente dall’orfanotrofio veneziano Ospedale della Pietà. Del periodo del classicismo ricordiamo: Maria Teresa Agnesi, clavicembalista e compositrice milanese; Marianna Martines, cantante, pianista e compositrice viennese, prima donna ammessa all’Accademia Filarmonica di Bologna; Maddalena Laura Lombardini, educata all’ Ospedale dei Mendicanti di Venezia, diventò violinista e compositrice; Maria Anna Mozart, sorella di Amadeus Mozart, molto brava, che però dovette interrompere la sua carriera per sposarsi. Nessuna sua composizione è giunta fino a noi. La docente nomina, infine, due musiciste del periodo Romantico: Fanny MandellssohnBartholdy, pianista e compositrice tedesca e Clara Wiek Schumann, compositrice e concertista molto attiva e pianista molto importante dell’era romantica. A 16 anni si innamorò di Robert Schumann, allievo di suo padre e famoso compositore, che sposò cinque anni dopo. Nel 1878 diventò docente di pianoforte al conservatorio di Francoforte. Dopo averci presentato tutte queste donne che si sono distinte come compositrici, musiciste e cantanti nel corso dei secoli, la nostra docente di musica ci ha esortato ad ascoltare alcune composizioni di queste musiciste, giacché lei, per problemi tecnici, non è riuscita a far partire la musica durante la sua interessante lezione!

 

UTE: la fragilità – Francesco e la leggenda dei tre compagni.

La fragilità non riguarda solo la vecchiaia, ma è una dimensione umana che riguarda varie categorie di persone affette o da patologie, o da disabilità o da altre criticità. La fragilità è stata studiata particolarmente in America  su mandato delle assicurazioni  private sulla salute.

La fragilità nella vecchiaia deve assicurare la maggior libertà possibile unitamente alla massima protezione, che però non deve soffocare le potenzialità ancora presenti.

La fragilità emotiva: è caratterizzata dalla tendenza a offendersi facilmente, dalla facilità di arrendersi davanti alle difficoltà, da una scarsa autostima e dall’umore instabile. Questa condizione va trattata puntando sui punti di forza della persona fragile, affidandole incarichi da portare a termine; il raggiungimento degli obiettivi rafforza l’autostima e sprona a raggiungere altri traguardi. La fragilità emotiva è una virtù che interviene dopo gravi traumi e ci fa entrare in contatto con il nostro senso della vita.

La fragilità negli anziani: con l’invecchiamento gli organi e gli apparati del nostro corpo si indeboliscono e si diventa vulnerabili e fragili, quando si è esposti a rischio di complicanze che possono portare alla perdita dell’autonomia. L’anziano fragile è spesso ultrasettantacinquenne e affetto da pluripatologie.

Data la complessità dei fattori che possono determinare lo stato di fragilità, è difficile prevenirlo e curarlo; è utile però fare attenzione ad alcuni segnali che possono preannunciarlo: perdita di peso immotivata, affaticamento, riduzione della forza muscolare, riduzione dell’ attività fisica e della velocità del cammino. Il dr. Rigamonti, concludendo la sua interessante lezione, ribadisce l’importanza del cammino per preservare la propria mobilità e propone infine gli open-day per le RSA perché la gente possa rendersi conto che non sono strutture solo per “malati terminali”, ma possono offrire la possibilità di una vita serena, piena di stimoli per varie attività in situazione di massima protezione.

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Il dr. Turato, che ci ha altre volte intrattenuti su argomenti riguardanti il fitness, ieri ci ha proposto la “rilettura” della vita e della figura di S. Francesco scendo la “leggenda dei tre compagni”, cioè dei tre frati che hanno accompagnato il santo di Assisi nei momenti più importanti della sua vita.

Abbiamo così potuto ripercorrere gli anni della giovinezza dediti ai piaceri della vita e alla partecipazione alle guerre contro Perugia, poi la crisi spirituale e il distacco dai beni materiali fino alla fondazione del suo ordine dei Frati Minori approvato poi dal Santo Padre.