Che bello cantare!!!

Venerdì pomeriggio, noi del nuovo coro UTE ci siamo ritrovati per la prima prova in Sala Isacchi. A guidarci, con infinita pazienza e altrettanta infinita bravura, il maestro Maria Rosaria Cannatà, che ci ha prospettato un allettante e divertente repertorio da preparare in vista dei prossimi concerti.

L’atmosfera era da compagni di scuola che si ritrovano dopo le vacanze: tutti un po’ indisciplinati e con tanta voglia di stare insieme in allegria. L’unico neo è che siamo ancora pochi per poterci definire “CORO” e perciò rivolgo un appello a tutti quelli che comprendono la bellezza di CANTARE INSIEME.

Copio dal nostro libro: LA NOSTRA STORIA:

Cantare insieme rende parte di un tutto che crea armonia e bellezza”.

V.1- Cantare insieme.

La frase che introduce questo capitolo, compare nella home di un sito dedicato al canto corale e riassume in poche parole il fascino di questa espressione artistica. Uniformare la propria voce a quella degli altri cantori, esprimere la stessa emozione, creare insieme un’ armonia che ti avvolge e ti penetra nel cuore crea spirito di gruppo  e senso di appartenenza: in definitiva ti dà gioia e sicurezza. Proprio per questo il canto corale è sempre raccomandato come attività educativa nelle scuole, ma è altrettanto benefico per chi non è più tanto giovane e trova nel cantare un appagante momento di superamento della solitudine.

Da Presidente a Presidente.

Nel corso di una breve, ma intensa cerimonia alla presenza delle autorità cittadine, il neoeletto Presidente UTE, dr. Umberto Filippi, ha conferito a Maria Guarisco (Mariuccia) il titolo di Presidente onorario a vita dell’associazione.

Un grazie infinito a Mariuccia per i tanti anni spesi a sostenere l’UTE e un grande augurio al dr. Filippi, con la certezza che  saprà sempre svolgere al meglio i suoi nuovi compiti.

 

UTE: “il Bacio” di Klimt – intermezzo- Il “Don Giovanni” di Mozart.

Tra i pittori che tra la fine dell’800 e i primi del ‘900  aprirono nuove vie alla pittura, troviamo certamente Gustav Klimt, che nasce e vive in una Vienna ancora molto legata ai suoi valzer e ai suoi salotti esclusivi, ma già è evidente il declino dell’Impero Austro-ungarico ancora retto dall’ormai anziano Francesco Giuseppe, legato tenacemente al passato.

Nonostante i suoi atteggiamenti anticonformisti (abbigliamento e aspetto molto trascurato), Klimt ottiene molte commesse dai membri della corte; gli viene chiesto infatti di decorare il museo delle arti e in esso già si vedono i primi segnali di innovazione accanto ad altri decisamente romantici.

Alla fine degli anni 90 dell”800, a Vienna nasce il movimento della “Secessione”, guidato dallo stesso Klimt: gli artisti che vi aderiscono vogliono creare una rottura col passato e il loro motto è: “Ad ogni tempo la sua arte, ad ogni arte la sua libertà.

Gustav cerca anche di superare il dualismo, regnante nell’arte da tempi immemorabili, tra la donna-angelo e la donna-peccato e produce alcune opere, come Giuditta e La Speranza in cui queste due concezioni si fondono.

IL BACIO : quest’opera appartiene al momento in cui Klimt esce dal movimento “La Secessione” per seguire una strada tutta sua. Bisogna ricordare che era figlio di un orafo e che forse per questo era rimasto molto colpito dai mosaici bizantini di Ravenna. In questa che è forse la sua opera più famosa, l’oro assume diverse sfumature, che danno l’idea di movimento. I due amanti sono avvolti da due tuniche che si fondono e si distinguono solo dalle decorazioni diverse: rettangolari per l’uomo, circolari per la donna.  Attorno alle due figure, pericolosamente vicine a un baratro, c’è solo il vuoto. Non c’è prospettiva, nè profondità.

Con questa, si conclude il ciclo delle lezioni della prof. Beretta, che ha sempre il grande merito di condurci alla scoperta dei tesori dell’arte con la semplicità, che solo chi padroneggia al meglio la sua disciplina può permettersi.

Un grazie sentito alla prof. Beretta e arrivederci all’anno prossimo!

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A questo punto ieri è successo qualcosa   di inusuale: il gruppo del teatro e quello del coro, che hanno appena ripreso la loro attività, hanno dato una breve dimostrazione del lavoro fatto in queste ultime settimane: certo si capiva che il tempo per la preparazione era stato troppo breve, ma ugualmente hanno potuto far capire che i due gruppi si sono ricostituiti e che c’è posto per chi volesse aggiungersi ai pochi coraggiosi che  hanno  intrapreso questo cammino.

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Dopo il breve intervallo, il prof. Petrucci ci ha portati dentro l’opera mozartiana del “Don Giovanni” che fa parte della trilogia italiana (l’opera in quel momento storico parlava soltanto italiano)  del grande musicista austriaco.

Il mito di Don Giovanni è il più rappresentato nel mondo dell’arte e della letteratura; ad esso si sono ispirati autori come Goldoni, Kierkegaard, Byron, Puskin, Shaw, Brancati, Maraini.

Il librettista dell’opera è l’italiano Da Ponte, un sacerdote dalla vita piena di contraddizioni.  Fu introdotto alla corte di Vienna da Salieri e collaborò con i più grandi musicisti del suo tempo.

L’opera racconta di un nobile, don Giovanni appunto, che si prefigge di sedurre ogni donna che stimoli la sua ansia di conquista e per questo si ritrova oggetto delle ire delle donne da lui ingannate e dal desiderio di vendetta degli uomini ad esse vicini. Alla fine gli verrà data la pocssibilità di pentirsi e redimersi, ma don Giovanni sceglierà deliberatamente la dannazione e sarà inghiottito dal fuoco dell’inferno.

Il poco tempo a disposizione non ci ha permesso di ascoltare nel modo migliore i brani più significativi dell’opera, ma ugualmente abbiamo potuto apprezzare la musica di Mozart così piena di brio e di melodie che ben descrivono lo stato d’animo dei personaggi.

Questa  è stata l’ultima lezione di questo Anno Accademico ed è toccato al prof. Petrucci, che abbiamo conosciuto da poco tempo, ma che  ha conquistato la stima e l’affetto di tutti i soci insieme alla cara Maria Rosaria, sua compagna di vita e preziosissima collaboratrice. Un grazie sentito da tutti noi e un arrivederci al prossimo anno.
Al link indicato di seguito è possibile ascoltare uno splendido Pavarotti in una delle arie più+ note del “Don Giovanni”.
https://youtu.be/o5QOCUbSZvQ

 

UTE: Verga: Novelle (sintesi di A. D’Albis) – Storia del pane (sintesi di Diana)

Il nostro professore, Don Ivano Colombo, conclude il ciclo di lezioni su Giovanni Verga, in occasione del centenario della morte. Le ultime opere esaminate sono le Novelle.

Esse sono meno famose di quelle di Pirandello, ma importanti per la crescita narrativa dell’autore. Verga le pubblicò a Milano. La maggior parte di esse è ambientata in Sicilia, alcune sono ambientate al Nord e appartengono al mondo brianzolo. Le Novelle sono dei “bozzetti” di probabili romanzi da sviluppare. Per esempio, la novella più famosa:” La roba”, porterà alla stesura del romanzo ”Mastro don Gesualdo”. Questi “bozzetti” non creano solo un ambiente, ma anche dei personaggi, delle fisionomie umane.

Don Ivano insiste su questo tema dell’umanità dei personaggi delle opere di Verga e continua a vedere l’autore non solo come un esponente della corrente “verista”, ma anche come un “romantico”. Alcune di queste novelle sono precedute da un’introduzione nella quale l’autore introduce in prima persona il lettore, non solo alla comprensione dell’ambiente, ma anche dei personaggi, con i loro sentimenti, i loro istinti, i loro eroismi e le loro miserie.

Il docente ci legge la “prefazione” alla novella: ”Nedda”, nella quale descrive prima una storia d’amore, per poi giungere ad una descrizione amara e tragica. Come nei romanzi, anche nelle novelle, Verga mette al centro della storia la figura femminile come ancora di salvezza per gli uomini. Don Ivano sottolinea ancora che, in tutte le opere, l’autore mette al centro lo “spirito umano”. Egli è “romantico” e “verista” allo stesso tempo.

Nella “prefazione alla novella ”L’amante di Gramigna”, è lui stesso a mettere in chiaro la componente “umana” che caratterizza la sua narrativa e che convive con la “dottrina verista”. Anche quando i personaggi, nelle loro attività, somigliano più a bestie che a esseri umani, Verga riesce sempre a recuperare la loro umanità. 

La novella “L’amante di Gramigna” fa parte della raccolta: ”Vita dei campi”. In queste novelle, legate all’ambiente contadino, ci sono storie di gelosia, come quella famosa della “Cavalleria Rusticana”, poi portata in musica da Pietro Mascagni. Per questo, ci fu una causa per l’accusa di plagio che vinse Verga.

Tuttavia, l’autore trova la sua maturità narrativa con la raccolta: ”Novelle Rusticane”. Sono 12 storie ambientate in Sicilia, dopo l’unità d’Italia, che non porta alla “redenzione” auspicata. Queste novelle sono altamente drammatiche. In “Libertà”, Verga riporta un fatto realmente accaduto a Bronte nell’agosto del 1860. Qui i contadini siciliani insorgono contro i padroni per la conquista della terra a loro promessa e compiono una strage. L’insurrezione viene brutalmente repressa dai garibaldini che sembrava avessero portato l’agognata “libertà”. Alla fine, tutto rimane come prima: i ricchi rimangono tali e i poveri contadini diventano sempre più poveri!

In conclusione, Don Ivano sottolinea l’importanza, anche per noi, di crearci una sensibilità che ci aiuti a vedere le persone oltre la “crosta”, che può essere “brutale” o sbagliata, e a tener conto del cuore e dei sentimenti. Questa sensibilità ci aiuterà in tutti gli ambiti della vita, non solo culturali, ma, soprattutto, ci aiuterà nei nostri rapporti interpersonali.

Per questo ci invita a rileggere le opere di Verga anche in questa prospettiva umanistica che, spesso, le antologie scolastiche hanno ignorato.

Grazie Don Ivano per averci aiutato a riscoprire questo autore per tanti di noi rimasto nei ricordi di scuola!

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STORIA DEL PANE: Non si sa da quando l’uomo ha cominciato a nutrirsi di pane, ma si sa che ha cominciato a coltivare cereali ottomila anni fa, quando dedicandosi all’agricoltura, abbandonò il nomadismo e diventò stanziale.

In seguito, circa cinquemila anni prima di Cristo, l’uomo imparò a cuocere i cereali impastati e solo casualmente scoprì poi la possibilità della lievitazione dell’impasto stesso.

Gli Egizi erano molto abili nella panificazione ed Ebrei e Greci impararono questa tecnica da loro, apportandovi miglioramenti importanti: presso gli Ebrei ci fu il primo forno pubblico, i Greci invece modificarono la struttura del forno che da allora ebbe sempre la parte riservata alla cottura separata dalla “fornace”.

I Romani passarono dall’iniziale produzione di pane con farina di farro a quella con farina di frumento; il pane divenne la base dell’alimentazione e molti erano i forni pubblici. Il pane bianco era destinato ai ricchi, mentre quello scuro (contenente avena e crusca) era destinato ai poveri.

Nel Medio Evo si produsse pane anche con farine derivate da legumi e cereali diversi e si utilizzò il “buratto” per separare la crusca dalla farina. Tra il 1500 e il 1600 si cominciò ad utilizzare il lievito di birra.

Attualmente la farina di frumento è la più usata nel mondo. e ne esistono diversi tipi a seconda del tipo di “raffinazione” a cui viene sottoposto il prodotto della macinazione.

Diverse sono anche le varietà di pane prodotte in Italia: si può dire che ogni regione abbia un suo prodotto tipico. Allo stesso modo, nel mondo vengono prodotte qualità di pane molto diverse con caratteristiche specifiche.

Conoscere la storia del pane è un po’ come ripercorrere la storia dell’umanità e di questa occasione per rivedere vecchie nozioni siamo tutti molto grati al nostro Presidente, dr. Filippi, che ci ha intrattenuti con la solita chiarezza e competenza. Grazie!!!

 

 

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UTE: Gauguin – Il canto delle pietre

Gauguin è il “padre” della pittura moderna. Egli infatti cominciò a pensare che non si dovese riprodurre la realtà oggettiva, ma quella soggettiva filtrata dall’anima.

Era nato a Lima e lì aveva vissuto per circa 7 anni; da qui gli derivò quella nostalgia dell’esotico, del primordiale che segnò la sua vita e la sua arte. In gioventù aveva viaggiato  come marinaio, poi, dopo un periodo di vita da impiegato in cui si dedicava alla pittura solo come hobby, nel 1891 riprese a viaggiare e andò a Tahiti (allora colonia francese).. Andò a vivere in una capanna nella foresta e si diede a dipingere con colori vivaci, piatti, senza prospettiva, ma dalle sue opere traspare sempre una profonda spiritualità che attinge al cristianesimo, al buddismo o anche alle religioni tribali.

Dipinse la sua opera più significativa, quasi il suo testamento artistico, in un momento di grandi difficoltà: ristrettezze economiche e la morte della figlia maggiore. La intitolò :”Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo” In essa raccontò il ciclo dell’ esistenza umana in ambientazione tahitiana: Tahiti è per lui il biblico Eden. Sulla destra dell’enorme quadro c’è la vita che nasce, al centro un riferimento ad Adamo ed Eva, un raccoglitore che raccoglie i frutti della vita poi più a sinistra una donna giovane e una vecchia e accanto a loro l’uccello bianco della morte.

Dalla pittura di Gauguin, che vuole esprimere una realtà filtrata dal mondo interiore dell’artista, prendono origine sia l’espressionismo francese dei Fauves, sia l’astrattismo di Kandinsky, sia il surrealismo.

Sempre belle e interessanti le lezioni della nostra amata Manuela Beretta.

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La lezione di oggi del dr. Petrucci prende spunto da uno studio di qualche tempo fa, che non ha avuto l’attenzione che meritava e che metteva in relazione l’architettura e la scultura col mondo musicale.

Nei capitelli romanici, infatti, così ricchi di figure originali e a volte mostruose, queste hanno un ben preciso significato  metafisico e teologico.

Nel Medio Evo la cultura era molto più globalizzata di quanto non lo sia oggi e  tutte le cerimonie religiose erano caratterizzate dal ritmo, che fa riferimento al ritmo del cuore (simbolo della vita) e anche nei miti brahmanici, oltre che in quelli biblici,  della Creazione è presente il suono (la Parola di Dio che crea).  Nelle religioni primitive gli animali erano considerati intermediari tra gli uomini e gli dei e le preghiere imitavano i loro versi, poi sostituiti gradualmente da parole. I versi degli animali corrispondono a note, pertanto le raffigurazioni di animali nei capitelli romanici sono da interpretare come suoni e nei chiostri di Girona e S. Cugat in Spagna esse seguono un ordine ben preciso, tale da comporre canti gregoriani.

L’argomento propostoci dal dr. Petrucci è certamente nuovo e molto affascinante: grazie, professore!

UTE: Verga e Mastro don Gesualdo – La spalla al centro. (le due sintesi sono di A. D’Albis)

Don Ivano continua le sue lezioni su Giovanni Verga, in occasione del centenario della morte, e ci presenta il secondo (e ultimo) romanzo del ciclo dei “vinti”. “Mastro Don Gesualdo”.

Come già detto la scorsa volta, Verga si era prefisso di scrivere 5 romanzi del ciclo dei “vinti”, analizzando una serie di personaggi che, pur appartenendo a classi sociali diverse, sono destinati ad essere trascinati via dalla storia.

I “vinti” non sono, per Verga, solo i rifiuti della società, o solo coloro che psicologicamente o socialmente sono fragili. Tutti possono entrare a far parte dei “vinti”, anche gli aristocratici, basta che abbiano la “roba”.

La “roba” è un termine siciliano per intendere la “proprietà terriera”, cioè una proprietà sulla quale c’è una costruzione, una casa, abitata dai suoi proprietari.

Come già accennato la volta scorsa, Verga non riuscì a portare a termine il suo progetto, non perché gliene mancasse il tempo, ma perché la sua vena narrativa era esaurita.

Lo scrittore si trova immerso nel clima culturale degli anni ’80 del XIX secolo. In questi anni scrive il suo capolavoro: ”I Malavoglia”, in cui è protagonista una famiglia e la storia segue l’evoluzione di questa famiglia.

Nel “Mastro Don Gesualdo” c’è un solo protagonista, legato alla “roba”, che è un “vinto”.

Lo chiamano “Mastro” perché appare alla gente come colui che ha sempre lavorato e, proprio per questo, ha le mani sporche di calcina e di gesso.

Il protagonista si identifica con il suo lavoro perché gli dà diritto alla “roba”, che gli appartiene fino ad identificarsi con essa. Continue reading “UTE: Verga e Mastro don Gesualdo – La spalla al centro. (le due sintesi sono di A. D’Albis)”

UTE: Luigi Meneghello nel centenario della nascita – La spalla al centro.

Luigi Meneghello, nato nel 1922 a Malo, in provincia di Vicenza, ha vissuto in prima persona la seconda guerra mondiale e, come spesso accade, questa esperienza ha segnato profondamente la sua esistenza.

La sua prima opera è il romanzo “Libera nos a Malo” (il titolo fa riferimento alle parole latine del “Padre nostro” , ma la parola Malo si riferisce al proprio paese natio). In esso ricorda come il latino dei riti religiosi, non compreso dalla gente, diventava occasione di strafalcioni e di situazioni umoristiche.

Un’altra sua opera è “Azoto”. Meneghello ricorre spesso al dialetto, matrice di ogni lingua, che rafforza il senso di appartenenza ad una comunità e che per primo ci fa cogliere la realtà..

Con la civiltà dei consumi, tutto viene “consumato” rapidamente, anche le relazioni familiari che invece un tempo costituivano il fondamento della sopravvivenza.

In “Piccoli maestri” Meneghello parla della sua partecipazione alla Resistenza; alla fine della guerra si iscrive al Partito d’Azione che ebbe vita molto breve  e questo lo spinse a scegliere l’Inghilterra come paese in cui vivere. Ci rimarrà per oltre mezzo secolo e tornerà in Italia a fine anni ’90 e qui si conclude la sua esistenza nel 2007.

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Il dr. Lissoni ci ha guidato alla scoperta di una parte molto complessa del nostro corpo: la spalla. Essa è formata da diverse articolazioni, diversi muscoli e diversi legamenti; per questo sono anche molto frequenti, soprattutto nelle donne, i disturbi che ne limitano la funzionalità.

Si può essere più predisposti ai problemi della spalla per ereditarietà, genere, età, diabete, obesità e fumo. Il dolore alla spalla è spesso connesso ai dolori al collo. Sono frequenti anche i traumi per incidenti e cadute, ma sono da evitare anche movimenti ripetitivi, certi sport agonistici, sforzi eccessivi, cattive posture e l’eccessiva sedentarietà.

I dolori possono essere dovuti a infiammazioni, processi dgenerativi o traumi.

Le BORSITI sono provocate da traumi, l’ARTROSI è un processo degenerativo che provoca piccole lesioni sempre più accentuate col passare del tempo; l’ARTRITE è un’infiammazione che corrode l’articolazione. Vi è poi la cosiddetta SPALLA CONGELATA in cui l’articolazione è completamente bloccata.

La spalla va soggetta anche a distorsioni, lussazioni e fratture: tra queste ultime, la più frequente è quella alla clavicola.

Per prevenire i problemi alla spalla è necessario, come sempre, fare movimento adeguato alla propria età, non acquisire abitudine a posture scorrette e alle donne si consiglia di non portare borse troppo pesanti sempre sulla stessa spalla.

Un grazie sentito al dr. Lissoni e al prof. Porro per le loro lezioni sempre interessanti ed esposte con chiarezza e passione.

UTE: Verga, tra verismo e impersonalità (sintesi di A. D’Albis) – Mangiare carne? (Diana)

Quale impatto ha sull’ambiente il fatto che ci nutriamo di carne?

E’ indubbio che l’uomo sia onnivoro e che, come tale possa cibarsi sia di vegetali che di alimenti di origine animale. L’uomo primitivo si nutriva per lo più di semi, radici, frutti e solo quando con fatica riusciva a catturare un animale poteva cibarsi di carne. Ora invece basta andare al supermercato è con “pochi” soldi possiamo acquistare tutti i tipi di carne esposti con dovizia.

Se il costo della carne è relativamente basso è perchè proviene da allevamenti intensivi, dove gli animali sono costretti a vivere in condizioni degradanti. Per produrre carne in tali quantità esorbitanti si incrementa l’effetto serra che danneggia enormemente il sistema ecologico del pianeta.

Se la carne è un alimento prezioso per la salute, è possibile produrla in modo più sostenibile? Se prendiamo esempio dai popoli che vivono anche oggi in territori non coltivabili (Mongoli, Masai, ecc.) e quindi si sostengono con l’allevamento di animali, vediamo che essi li trattano con molto rispetto, li fanno vivere in condizioni di benessere e li macellano solo per lo stretto necessario. Anche noi dovremmo allevare gli animali in spazi adeguati per  consentire loro di potersi muovere liberamente. Questo però farebbe lievitare i costi di produzione della carne e quindi i costi al consumo.

Dato il continuo aumento della popolazione mondiale, e di conseguenza la domanda di cibo, già da ora si sperimenta l’uso alimentare degli insetti: il loro apporto nutrizionale è ottimo e il loro allevamento è poco inquinante. Tuttavia si stanno percorrendo anche altre vie, come la produzione in laboratorio di carne partendo dalle cellule staminali: questo consente di non abbattere nè animali, nè foreste. I risultati sono molto soddisfacenti e i costi di produzione si stanno riducendo.

Un’altra alternativa è la carne-finta, cioè prodotta  con elementi vegetali.

La soluzione ideale è comunque per il momento di consumare meno carne  con grande giovamento per l’equilibrio dell’ecosistema Terra.

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Don Ivano, prima di affrontare l’argomento della sua lezione, fa una breve presentazione di un personaggio, sconosciuto ai più, prete e parroco della parrocchia di Chiuso di Lecco di cui si celebra il bicentenario della morte e che è stato beatificato a Milano nel 2011: Beato Serafino Morazzone.

Don Ivano sottolinea che questo curato beato è stato nominato dal Manzoni nella prima versione del suo romanzo, quello intitolato: “Fermo e Lucia”. Manzoni lo conosceva e, essendo morto da poco, volle nominarlo per ricordarlo. Nella versione definitiva del romanzo, invece, non lo nominò più.

Dopo questa divagazione, il relatore ci parla di Giovanni Verga e del suo capolavoro “I Malavoglia”. Di Giovanni Verga ricorre quest’anno il centesimo anniversario della morte (1840-1922).

Egli fu il maggior esponente della corrente letteraria del “Verismo” e la sua opera ebbe un significato notevole nella Storia della Letteratura Italiana. Gli esponenti della corrente del Verismo raccontano, nelle loro opere, eventi di vita quotidiana reali e hanno come protagonisti dei loro scritti le classi sociali meno abbienti.

I romanzi del Verga hanno le caratteristiche di questa corrente. Sono scritti con un linguaggio rude e spoglio, ma con termini e espressioni vicine al dialetto siciliano (e questa è una novità). Le sue storie sono ambientate nel profondo Sud (la Sicilia), nella più remota provincia della Sicilia (Catania), ma sono permeate da quel senso di umanità che è universale.

Ne “I Malavoglia”, l’autore parla di una famiglia di pescatori che ha una casa, ha “la roba” (termine siciliano per intendere “la proprietà terriera”). Non è gente povera, ma sfortunata, perché lotta, inutilmente, per conservare “la roba”, ma non ci riesce. Essi sono “i Vinti” per eccellenza.

Verga voleva scrivere 5 romanzi sui “vinti”, il famoso “ciclo dei vinti”.ma non va oltre i primi due.Ad un certo punto, la sua vena narrativa si è interrotta e il suo ciclo di romanzi non è stato mai completato.

Egli scrisse i suoi capolavori a Milano e non fu subito capito, sia in termini di contenuto, sia in termini di stile. Nelle sue opere Verga scandaglia l’animo umano, che è universale, quindi sono permeate, non solo da un profondo senso di umanesimo, ma anche da una forte spiritualità.

Sono queste caratteristiche che fanno di un’opera letteraria “un capolavoro”. Un capolavoro” è tale se permane anche se cambiano i tempi e le opere di Verga, tanto ricche di umanesimo e di spiritualità, sono dei “capolavori”.

 

UTE: Interpretare il desiderio attraverso lo sguardo delle neuroscienze (sintesi di A. D’Albis) – Storia della nostra UTE (Diana)

Il dottor Ciccocioppo, farmacologo ed esperto di neuroscienze in generale e in particolare del rapporto tra mente e cervello, prima di introdurre l’argomento della lezione, fa una breve premessa spiegandoci in cosa consiste questo rapporto.

Ci dice che spesso si intende la mente come qualcosa di più etereo rispetto al cervello, ma in realtà sono un tutt’uno. Infatti, la mente non può esistere senza il cervello e il cervello, senza quello che definiamo mente, non sarebbe l’organo che conosciamo. Inoltre, cervello e mente, per funzionare, hanno bisogno del corpo.

Infatti, già dalla nascita, attraverso il corpo, trasmettiamo degli stimoli al nostro cervello ed esso, insieme alla mente, si evolve grazie a questi stimoli.

Quindi cervello, mente e corpo collaborano insieme per il buon funzionamento dell’organismo. Dopo questa premessa, il dottore passa a trattare l’argomento della lezione intitolato:” Interpretare il desiderio attraverso lo sguardo delle neuroscienze”.

Ma che cos’è il desiderio?

Il dottore ci spiega che il concetto di “desiderio” è molto ampio, comprende varie discipline, come la filosofia, ma interessa anche chi si occupa di “neuroscienze”. Il filosofo Spinoza ha anticipato, già nel XVII secolo, alcuni aspetti delle “neuroscienze” moderne. Nella sua opera principale, “Etica”, utilizza il termine “CONATUS”, che significa SFORZO. E’ il nostro “sforzo” per sopravvivere che ci fa essere quello che siamo. Spinoza ci dice che esistono due emozioni di base, la “GIOIA” e la “TRISTEZZA”, che insieme al “DESIDERIO”, ci permettono di funzionare.

Cioè, il nostro “desiderio di sopravvivenza” è guidato da queste due emozioni: “gioia e tristezza”.

Desiderare qualcosa di gradevole è condiviso da tutte le specie più evolute, o diversamente evolute.

Il nostro cervello, secondo il medico Paul MacLean, che già nei primi anni ’70 del secolo scorso aveva elaborato la teoria dei “3 cervelli”, il nostro cervello può essere suddiviso in tre grandi domini.

MacLean dice che nel cervello ci sono tre aree che hanno competenze diverse: Il “cervello rettiliano”, il più antico e quello condiviso da tutte le specie, controlla gli stimoli di base (fame, sete, sonno ecc.); il “cervello limbico”, è la parte che ci permette di sentire emozioni e provare sentimenti; la “neuro-corteccia” è, invece, la parte più razionale.

Il “cervello limbico” ci permette di ricercare ciò che ci dà piacere e di fuggire da tutto ciò che è sgradevole. Il desiderio, dunque, è rivolto sempre verso qualcosa di piacevole (cibo, sesso, rapporti parentali, interazioni sociali). Tuttavia, esiste anche il “desiderio di fuga” da tutto ciò che è spiacevole. Quando si instaura il desiderio verso qualcosa di piacevole, si attivano certe aree del cervello, mentre per fuggire da cose o esperienze sgradevoli se ne attivano delle altre.

Questo processo può essere anche inconscio.

Il desiderio, continua il docente, è molto articolato.

C’è anche il desiderio che provano le persone che soffrono di disturbi di “dipendenza”, come giocatori d’azzardo, fumatori, alcoolisti. In questi soggetti, il desiderio usurpa il cervello e diventa dipendenza. Infine, il docente ci spiega la differenza tra “desiderio amoroso” e “desiderio sessuale” che non corrispondono, perché il primo è molto emotivo e tocca il sentimento, il secondo è molto più istintivo e primordiale. Anche le aree celebrali che si attivano sono diverse.

Il dottore cita ancora il filosofo Spinoza che sottolinea che “il desiderio è l’appetito di ottenere coscientemente qualcosa e che è l’essenza stessa della natura umana in quanto è determinata a fare le cose che servono alla propria sopravvivenza”.

La lezione si conclude con alcuni interessanti interventi da parte dell’assemblea.

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Ripercorrere la lunga storia dell’UTE : questo era l’obiettivo della conversazione che la fondatrice dell’UTE, Maria Guarisco, ed io ci eravamo prefissate.
L’emozione di Mariuccia (ha appena rinunciato a ricandidarsi per il Consiglio a causa dei suoi problemi di salute) e la mia poca propensione a parlare in pubblico erano palesi: ci eravamo proposte di seguire uno schema per non dimenticare cose importanti, ma è stato del tutto ignorato.

Mariuccia ha raccontato con evidente passione il lavoro per arrivare a costituire l’associazione UTE, che a buon diritto può ritenere una sua creatura. Ha rievocato gli inizi un po’ avventurosi e le figure più importanti che hanno contribuito a realizzare e a sostenere nel tempo la nostra Università.

C’erano parecchi soci presenti e la speranza è che abbiano potuto cogliere quanto sia importante continuare a sostenere l’UTE di Erba che, dopo la pandemia, sta attraversando , come tute le associazioni, momenti non facili.

 

 

 

 

 

UTE: Progresso umano ed estinzione di specie (Diana) – Fenoglio e la Resistenza (sintesi di A. D’Albis)

Il dr Sassi ci ha accompagnato con le sue belle diapositive e le sue spiegazioni sempre accattivanti, nel triste percorso che ha portato all’estinzione di molte specie animali nel corso del tempo. In particolare ha attirato la nostra attenzione su quello che succede all’arrivo dell’uomo nelle isole.

Proprio per i limiti territoriali delle isole, i loro ecosistemi sono particolarmente delicati. Nel Madagascar, per esempio, coperto quasi interamente da foreste fino al 1980, sono bastati 30 anni per distruggerne l’80%.

E’ stato anche interessante venire a conoscenza del fatto che nelle isole certe specie animali sono di dimensioni più piccole di quelle analoghe che vivono sui continenti, altre specie invece sono di dimensioni molto più grandi (elefanti preistorici in Sicilia non più alti di un metro e il Varano di Comodo enorme lucertolone).

Nelle isole Mascarene e nelle isole Mauritius, l’ecosistema è stato completamente stravolto al tempo delle esplorazioni via mare: le navi vi approdavano per fare provviste di cibo e uccidevano pertanto gli animali autoctoni per conservarne le carni sotto sale. In cambio lasciavano a terra maiali e capre per ritrovarli al ritorno e potersene cibare, ma queste specie animali immesse forzatamente in un ambiente privo di antagonisti hanno finito per stravolgere l’ecosistema  di quelle terre.

Più recentemente possiamo ricordare , nel Nord America,  i massacri dei bisonti  o la scomparsa del piccione migratore che era l’uccello più diffuso al mondo.

Anche ora gli allevamenti  e le coltivazioni intensive sono spesso causa di gravissimi danni agli ecosistemi.

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Il professor Porro ci ha regalato un’altra delle sue interessantissime lezioni parlandoci della “Resistenza” nei nostri territori dell’Alta Brianza e del comasco e soffermandosi sulla nota figura di Giancarlo Puecher Passavalli, fucilato il 21 dicembre del 1943 a Erba a soli 20 anni!

Puecher fece presto la sua “scelta” partigiana, già il 9 settembre, ma la sua militanza durò poco perché fu arrestato il 12 novembre dello stesso anno, processato e condannato a morte. Come testimonia nella sua relazione intitolata: ”La difesa del giusto”, l’avvocato comasco Gian Franco Beltramini, chiamato a difendere d’ufficio Puecher e gli altri 7 partigiani arrestati, il processo fu una farsa e contro gli imputati non venne presentata alcuna prova di colpevolezza.

A questo punto, il professor Porro sottolinea che la parola “giusto” assume un valore particolare nel caso di Puecher. Egli, pur essendo un ragazzo di soli 20 anni, si comportò, più che da eroe o martire, da uomo “giusto” e la sua “scelta” fu di carattere morale: egli voleva ridare dignità alla sua Patria. 

Il professore ci spiega la differenza tra Nazione e Patria. Spesso, il concetto di Nazione è diventato sinonimo del concetto di Patria, che, però, ha qualcosa in più. La “Patria” è la terra alla quale si appartiene volontariamente per identità storica e culturale e che si difende, anche con la vita, da eventuali aggressioni. Il professore aggiunge che le Nazioni, di solito, aggrediscono, mentre la Patria si difende.

Nel secolo scorso e anche oggi, la nascita di nazionalismi esasperati e aggressivi è stata la causa dello scoppio di tante guerre.

Presentando la biografia di Puecher, il professor Porro evidenzia alcuni aspetti della sua educazione e descrive l’ambiente in cui è vissuto. Puecher nacque a Milano il 23 agosto 1923 da una famiglia benestante. Il padre Giorgio, notaio, ebbe da sempre idee antifasciste; la madre, fervente cattolica, educò il figlio ai valori cristiani. Puecher si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ma lasciò per frequentare l’addestramento come volontario, nell’ Aereonautica. Non riuscì a terminare neanche questo addestramento prima dell’8 settembre e dell’occupazione tedesca. Durante la guerra era sfollato con la famiglia nella villa di proprietà di Lambrugo, vicino Erba, che diventò un luogo di accoglienza per ogni tipo di sbandati.

Qui Giancarlo ebbe contatti con alcuni esponenti dei cattolici democratici di Milano e presto aderì al primo nucleo partigiano della Brianza, formatosi a Ponte Lambro. Puecher era il vice comandante di questo gruppo, mentre il suo collaboratore e amico Franco Fucci (ex alpino in Grecia passato nel fronte antifascista) era il comandante. Il gruppo di Ponte Lambro passò da semplici azioni di contatto tra partigiani ad alcune azioni di sabotaggio e di volantinaggio.

Dopo l’uccisione a Erba di due fascisti (Ugo Pontiggia e Angelo Pozzoli) da parte di aggressori sconosciuti, furono istituiti in zona sia il coprifuoco, sia dei posti di blocco con i Militi della Polizia “repubblichina”. La sera del 12 novembre, ignari del coprifuoco, Puecher e Fucci partirono in bicicletta da Canzo per recarsi a Ponte Lambo. Furono fermati a un posto di blocco e arrestati. Fucci provò a difendersi usando la pistola, ma fu ferito e ricoverato in ospedale: questa fu la sua salvezza.

Puecher, invece, fu portato in prigione a Como. La stessa sera furono fermati e arrestati altri sette partigiani amici di Puecher, tra cui il padre, Giorgio. Ci fu un processo e la condanna a morte degli otto imputati. L’avvocato della difesa, viste le inconsistenze delle accuse, nel tentativo di impedire le condanne a morte, riuscì solo a ridurle di numero. L’unico condannato rimase Giancarlo Puecher. Gli altri se la cavarono con condanne detentive da 5 a 30 anni, cancellate dopo la guerra. Purtroppo, il padre fu prima scarcerato e poi riarrestato e mandato a Mauthausen dove morì di stenti.

Puecher fu fucilato il 21 dicembre 1943 nel cimitero nuovo di Erba. Morì da cristiano, abbracciando e perdonando coloro che stavano per ucciderlo.