La dr.ssa Marina Cattaneo, presidente della fondazione Anna Kuliscioff, ci ha parlato della donna straordinaria a cui è intitolata la sua associazione.
Nata in Ucraina (allora sotto lo zar di Russia) nel 1854, già a 17 anni lascia il suo paese per poter studiare e va in Svizzera, allora rifugio di molti anarchici, che Anna frequenta . Richiamata in Russia, si dedica all’insegnamento per i bambini più poveri, ma questo non è gradito alle autorità locali e Anna è costretta a tornare in Svizzera, dove incontra il grande amore della sua vita, Andrea Costa, anarchico romagnolo. Accanto a lui condivide le battaglie del movimento anarchico del tempo e finiscono entrambi in carcere (dove Anna contrae la tubercolosi). Quando diventa mamma di una bambina, il suo compagno le riconosce solo il ruolo di madre e Anna lo lascia portando con sè sua figlia. Si trasferisce in Svizzera e si iscrive a medicina, nel frattempo dà lezioni di lingue (conosceva l’ inglese, il francese, il tedesco, il russo, l’ italiano). La TBC la costringe a lasciare la Scizzera e a trasferirsi a Napoli, dove si laurea. Vuole dedicarsi alla cura dei malati e chiede lavoro alla Ca’ Granda di Milano (oggi Niguarda), ma la sua richiesta viene respinta (una donna medico???non si era mai vista) e allora cura gratuitamente i malati più poveri. A Milano incontra Filippo Turati con cui condivide gli ideali del socialismo riformista.
Nel 1890 fa una conferenza sulla disparità tra uomo e donna, intitolata: Il monopolio dell’uomo. L’argomento suscita un forte dibattito e Anna viene conosciuta in tutta Europa. Scrive sui giornali, tiene un salotto frequentato dagli intellettuali milanesi, prepara un progetto di legge che dà a Turati (deputato al parlamento) sul tema del lavoro delle donne e dei bambini ed è per questa sua iniziativa che nel 1901 viene approvata una legge che impone il limite di 14 ore lavorative giornaliere (!!!) e alza a 12 anni l’età del lavoro per i bambini. In seguito si dedica alla battaglia per il diritto di voto alle donne; nel 1924 l’uccisione di Matteotti la colpì profondamente e l’anno dopo morì e fu sepolta nel cimitero monumentale di Milano.
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LA NOIA – La prof. Tatafiore in questa sua ultima lezione, ci ha fatto ripercorrere la storia della filosofia sul filo rosso della noia.
Per Aristotele chi non sa usare il proprio tempo libero è pericoloso per sé e per la sua comunità.
Lucrezio e Seneca ritengono che la noia sia il sintomo di un disagio a vivere con sé stessi, mentre Marco Aurelio la definisce “malattia dell’anima”. Nel Medioevo la noia era definita come rifiuto della vita e di Dio. Alcuni secoli dopo, Pascal afferma che la noia rivela il desiderio di infinito nel finito ed è la spia di una trascendenza frustrata. Per Voltaire la noia si vince col lavoro che libera anche dal bisogno. Per Leopardi, la noia è presenza del nulla, desiderio di felicità rimasta senza oggetto. Poi arriva Schopenauer che sostiene che la vita oscilla tra dolore e noia e che quest’ultima è la volontà di vivere che si guarda allo specchio. Più recentemente Baudelaire ne “I fiori del male” afferma che la noia è il fallimento quotidiano della tensione verso la bellezza assoluta
Anche Heidegger ha definito la noia: per lui è la manifestazione del la nostra condizione di esseri umani e ne individua tre forme: la noia per qualcosa, la noia in qualcosa e la noia profonda (quando ci si annoia senza un motivo particolare e si sente un vuoto diffuso, mentre nulla riesce a coinvolgerci.. Ed eccoci a Sartre che nella sua opera “La nausea” definisce questa sensazione: non è un semplice malessere fisico, ma una rivelazione filosofica ed esistenziale. È la presa di coscienza improvvisa e sconvolgente che il mondo e noi stessi esistiamo senza alcuna giustificazione, scopo o significato.
Per Camus, quando si interrompe la routine quotidiana ci assalgono tanti “perché”, ma bisogna vivere nonostante l’assurdità della vita. Il russo Jankelevitch (1903-1985) afferma infine che la noia è l’assenza di significato di ogni cosa e che l’annoiato è oppresso da l peso fisico del tempo vuoto. Per il francese Bergson, Per Henri Bergson la noia nasce dallo scarto tra il tempo misurato e la durata reale. Mentre il tempo della scienza è quantitativo e fatto di istanti identici, la durata è il flusso interiore e qualitativo della coscienza. La noia emerge quando percepiamo questo fluire senza che nulla di significativo lo riempia, rendendo l’attesa interminabile.
Una carrellata veramente interessante!!