A pesca.

a pesca

I miei fratelli erano molto più grandi di me e non avevamo molte occasioni per fare delle cose insieme.
Ricordo però che tutti e due ogni tanto , in estate, mi portavano a pescare insieme a loro.

Tutto aveva inizio con la ricerca dei lombrichi, che dovevano fare da esca; si andava con la vanga nell’ orto o sulle rive di un fossatello vicino a casa.
Ricordo ora con un certo ribrezzo l’ apparire dei lombrichi lucidi e umidicci tra le zolle smosse; allora invece non mi facevo nessun problema a prenderli e a sistemarli nel barattolo che conteneva anche un po’ di terra.

Si partiva poi in bicicletta , io sulla canna, e si arrivava sulla riva di uno dei  canali  che percorrono la mia zona.
Mi piaceva stare seduta sul ciglio del canale ad aspettare che i pesci abboccassero, tenendo d’ occhio il galleggiante.
C’ era caldo e si sentivano solo i grilli , le cicale e il tonfo delle rane che si tuffavano in acqua, mentre l’ odore dell’ acqua melmosa ti riempiva le narici.

I miei fratelli mi avevano insegnato a innescare gli ami e a lavare poi le mani nell’ acqua del canale, a lanciare la lenza di una piccola canna senza rimanere impigliati nell’amo e a non lasciarsi prendere dall’ ansia di tirare su il pesce al più piccolo segnale di abboccamento, ma si doveva aspettare che il galleggiante andasse sott’ acqua: allora sì che potevi alzare la canna e sperare che ci fosse  attaccato un pesciolino.
Non mi faceva per niente pena vedere il povero pesce dibattersi mentre gli veniva tolto l’ amo dalla bocca; oggi sarei molto più compassionevole.
In genere si pescavano dei pescigatto o dei “gobbi” o altri pesciolini di minor pregio, che poi mia madre puliva e friggeva.
Andare a pesca, oltre che un divertimento ,era un modo per rimediare una cena gustosa.

Il calzolaio.

Quand’ ero piccola , avevo anch’ io le mie incombenze in casa: dovevo asciugare le posate, pulire il fornello a gas e, in genere al lunedì, dovevo pulire le scarpe usate la domenica, quelle della festa.

Mia madre mi faceva sedere su una piccola sedia impagliata, mi metteva sulle ginocchia un vecchio grembiule e mi  dava in consegna una scatola in cui era contenuto  tutto l’ occorrente per eseguire l’ operazione.

Le strade da quelle parti allora non erano asfaltate perciò bisognava rimuovere fango e polvere prima di passare la spazzola con il lucido adatto al colore delle scarpe. Era durante questa operazione che si controllava se le calzature avessero bisogno dell’ opera di Giliberto, il calzolaio che abitava poco distante.

Così finito il lavoro di manutenzione e riposte le calzature in ordine in attesa della festa successiva, andavo a portare quelle bisognose di riparazione dal calzolaio.

Aveva il suo angolo di lavoro in casa sua, accanto alla macchina da cucire di sua moglie che faceva la camiciaia ;ai miei occhi la signora era bellissima, coi suoi capelli biondi ossigenati e le labbra dipinte.

Giliberto invece aveva un viso troppo lungo  e i capelli arruffati, ma un sorriso simpatico. Sedeva su una sedia bassa davanti a un tavolino pieno di chiodini, suole di cuoio, spago, colle varie e il tutto emetteva un caratteristico odore acre che ti pizzicava le narici..  Le pareti dietro di lui erano attrezzate con ripiani pieni di scarpe di tutti i tipi in attesa della sua opera o in attesa di essere riconsegnate ai proprietari.

Prendeva in mano le scarpe che gli porgevo , le esaminava con cura ed emetteva la sua sentenza . ” Qui ci vuole una bella risuolata, … qui sono partiti i tacchi… .. vieni a riprenderle fra … ”  e mentre parlava aveva sempre tra le labbra un mozzicone di sigaretta che ballava pericolosamente o un chiodino, di quelli che stava battendo con quel  curioso martello dalle lunghe code e dalla testa allargata.

Allora, nel pomeriggio, la radio trasmetteva una rubrica dedicata ai ragazzi, che io ascoltavo spesso. La sigla era una canzoncina che diceva così: “Io son mastro Lesina, son ciabattin/ faccio scarpette di tipo assai fin/lavoro contento, mi piace cantar/ e ai bimbi buoni le fiabe narrar.” Seguiva poi il racconto di una favola e io immaginavo che dietro quella voce si nascondesse proprio il mio vicino Giliberto.

 

Samuele, tre anni fa…

Era il terzo giorno di ricovero all’ ospedale (a Londra). Le iniezioni per indurre le doglie avevano solo l’ effetto di produrre dolori lancinanti, ma nessuna utilità clinica. Da tre giorni continuava questa tortura. Intorno si succedevano a ritmo frenetico gli arrivi delle partorienti (per la maggioranza di colore) e le invocazioni ad Allah erano a volte appena sussurrate, a volte risuonavano nelle corsie come nenie laceranti.

Le ostetriche , molto prese, si dimenbticavano di controllare il battito di Samuele che non riusciva a nascere e verso sera mia figlia cominciò ad agitarsi : perchè nessuno badava a lei? Ci fu risposto che il protocollo prevedeva un certo numero di giorni di tentativi di induzione del parto naturale e che non c’ era niente altro da fare che aspettare….. c’ erano casi più urgenti…  Il panico ci prese e io mi sentivo molto impotente visto che non parlavo l’ inglese… A un certo punto mia figlia si arrabbiò davvero e trascinandosi col suo pancione andò dalla caporeparto (un’ orientale) e l’ affrontò con grinta, minacciando di ricorrere all’ avvocato se non fosse stata tenuta sotto controllo costante.

A quel punto venne il medico, che con fare conciliante spiegò come ormai fosse chiaro di dover ricorrere al parto cesareo, che però sarebbe stato consentito solo il giorno dopo…. ma mia figlia insistette perchè se era inevitabile, l’ intervento fosse fatto subito.

A questo punto , erano già le 11 di sera,mi sentii offrire una tazza di tè e prepararono la sala parto.

Un’ ora dopo, circa, tutto era finito: era nato un lunghissimo bebè che proprio per le sue dimensioni era rimasto incastrato nel bacino materno: la sua testa era decisamente schiacciata da una parte e aveva un’ anca lussata (penso per le contrazioni che aveva dovuto subire ), Al primo cambio compresi il problema all’ anca e ricordando gli insegnamenti di mia madre cominciai a sistemare pannolini e coperte in modo da costringere le gambette in posizione divaricata , quanto al resto, sapevo che i lineamenti si sarebbero armonizzati in breve tempo ed è così che tre anni fa è nato Samuele, un bambino stupendo, come gli altri miei due nipoti.

Tanti auguri , Samuele! Tanti auguri, Grazia!

P.S. devo ricordare di ringraziare Surjinder, l’ amico indiano di mia figlia, che è venuto nel cuore della notte all’ ospedale per riportarmi a casa, non prima di aver scattato foto ricordo a madre e figlio.

Un ricordo di fine estate.

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Alla fine dell’ estate nelle fattorie vicine era tutto un fermento : bisognava approfittare delle belle giornate per raccogliere i frutti di tutto un anno di lavoro.

Tra questi  c’ erano anche i fagioli che venivano raccolti quando i baccelli erano ormai rinsecchiti  e le foglie della pianta davano segni di “stanchezza”: il loro compito era finito. Le piantine venivano divelte e portate sull’ aia ad essiccare al sole ancora caldo.

Un giorno ero andata a cercare un’ amichetta nella fattoria vicino a casa mia; c’ era nell’ aia sua madre col capo coperto da un grosso cappello di paglia che batteva le piantine dei fagioli con un curioso attrezzo: due bastoni legati da strisce di pelle. La contadina, manovrando uno dei due bastoni, faceva roteare l’ altro sul suo capo per poi farlo cadere pesantemente sugli arbusti secchi. Si sollevava polvere, mista a frammenti di rami e foglie, mentre i baccelli si aprivano lasciando uscire i loro gustosi semi.  I rami e le foglie venivano poi scartati  e prendeva il via la parte più suggestiva dell’ operazione.

Doveva esserci un po’ di vento. La contadina con una pala lanciava in alto i semi misti alle impurità rimaste: i fagioli cadevano subito dato il loro peso e cominciavano ad accumularsi in un monticello, mentre le impurità volavano più lontano trasportate dal vento.

A questo punto dopo un’ ulteriore esposizione al sole per qualche giorno, non mancava che la mondatura, per eliminare i fagioli scadenti e le ultime impurità : in questa fase anche noi bambini davamo il nostro contributo; infine i preziosi semi potevano essere riposti in attesa di essere consumati nell’ inverno, che da lì a poco sarebbe arrivato inesorabile.

un’ avventura

Comincia qui una nuova avventura.

Che senso può avere per una persona  di una certa età aprire un blog? Per me la molla è stata la necessità, che sentivo forte, di raccontare, ai miei nipotini lontani, i miei vissuti presenti e passati e di fissare in qualche modo le tappe della loro crescita e gli episodi più significativi . E’ un modo per lasciare loro la possibilità di conoscermi meglio, un giorno , se lo vorranno, ma è anche un mezzo per inserirmi nella realtà di oggi, visto che col passare degli anni è inevitabile che si restringano sempre più le possibilità di relazionarsi col mondo circostante. 

 Ringraio fin d’ ora quelli che avranno la pazienza  di seguirmi in quest’ avventura.

Tempeste.

incubo.

Incubi del passato ritornano a lacerare l’ anima e la carne…..

Com ‘ è arduo capirsi anche tra persone che si amano…

Oggi una gran parte della mia vita  mi è stata ributtata in faccia…

Finalmente a casa.

Stasera mi s’ è acceso un arcobaleno nel cuore…

le tempeste che spazzano via

nuvole persistenti e maligne  sono benvenute

 

21 giugno 2010.

E’ tardi.

Nel blu scuro del cielo,  filamenti di nuvole bianche,

stelle tremule e una mezzaluna splendente.

Il vento  robusto piega gli alberi

e fa stormire dolcemente le fronde

ed è fresco e gentile sulla pelle,

ma non sembra la prima notte d’ estate…

Compleanni.

Ieri  Elisa ha compiuto 8 anni. Sapevo che sarebbe venuta qui per festeggiare insieme ai nonni e avevo pensato al regalino… ma come si può festeggiare Elisa senza coinvolgere a pari titolo anche Davide ? Già aveva cominciato a dire alla sua mamma che anche lui voleva “fare” il compleanno (il suo però cadrà fra poco più di un mese..)  e allora ho pensato di comprare due regali per il mare: due bellissimi accappatoi, che ho trovato nel punto vendita di una buona marca di biancheria per la casa.

Ieri mattina i bimbi hanno giocato qui fuori ed Elisa si è divertita a scattare qualche foto mentre diceva:- Da grande vorrei fare la fotografa!! –  In seguito mi ha aiutato a sbucciare le patate e a quel punto ha esclamato:- Mi piace cucinare, da grande potrei fare la cuoca!!!- Le ho ricordato quello che aveva detto poco prima e lei allora ha trovato la soluzione: avrebbe potuto fare la fotografa e cucinare poi  come fanno tutte le mamme,

A pranzo, stranamente Davide non aveva appetito : sicuro segno di qualche malanno in vista (infatti aveva un lieve rialzo di temperatura) … poi è arrivato il momento della torta con le candeline : tutti e due (Elisa e Davide) le hanno spente insieme e avrei voluto fare qualche foto….ma le pile della macchina fotografica erano scariche !!!! Elisa aveva giocato un po’ troppo a fare la fotografa!

Come indossare una giacca ed essere felici.

Frequentando un asilo nido senza giardino nè cortile, le uscite devono essere piuttosto frequenti per raggiungere i giardinetti che spuntano qua e là tra i grattacieli; forse per questo Samuele (2 anni e 7 mesi) ha imparato a indossare da solo il cappotto o la giacca prima di uscire. e ce ne ha dato dimostrazione pratica i giorni scorsi durante la sua breve visita pasquale.

Fase 1 – Samuele prende il cappotto e lo butta a terra.

Fase 2 –  Samuele si porta dalla parte del cappuccio o comunque del colletto.

Fase 3 –  Samuele infila le braccia nelle maniche.

Fase 4 – Samuele rialzandosi , ruota velocemente le braccia facendosi passare la giacca sopra la testa.

Fase 5 – Samuele abbassa le braccia e si ritrova la giacca  infilata  e il relativo eventuale cappuccio perfettamente calzato.

Questa dimostrazione ha riscosso molto successo e Samuele si è goduto i nostri applausi con aria molto compiaciuta. Provare per credere !!!

Non ci sono più i nebbioni di una volta.

Tanti anni fa , l’ autunno e l’ inverno , nella mia pianura poco distante dal Po, erano caratterizzati, a più riprese, da settimane intere  di nebbia fittissima, che si diradava un poco solo nelle ore centrali della giornata. Camminavi per la strada avvolta da una nuvola che attutiva i rumori e da cui spuntavano come ombre fugaci gli altri passanti e le cose attorno a te, mentre la nebbia si condensava in tante goccioline sui capelli,e sugli abiti Anche camminando a piedi a volte era difficile capire dove ci si trovava, immaginarsi poi se si andava in macchina….

Una volta  (avevo da poco preso la patente) avevo accompagnato una parente nella città vicina e fummo sorprese dalla calata repentina di un nebbione memorabile: le macchine camminavano a passo d’ uomo, ma anche così spesso si doveva sporgere la testa dal finestino  o addirittura scendere dall’ auto per controllare se  eri in prossimità dell’ incrocio che dovevi imboccare.Qualche auto già era finita nei canaletti che costeggiavano lo “stradone” Intanto stava venendo buio e per fortuna ad un certo punto incrociammo l’ auto di mio fratello, che con mio padre , ci era venuto incontro . Fu così che riuscii a tornare a casa guidata e rassicurata dalle luci posteriori dell’ auto che mi faceva da scorta….

Un’ altra sera, stavo andando sull’ Appennino  a raggiungere la frazioncina che mi era stata assegnata come mia prima sede di insegnamento.  Non so se abbiate idea di come fossero allora le strade di montagna, quelle fuori mano: strette, non asfaltate e senza nemmeno un paracarro per segnalare il burrone che costeggiava la strada. Ero al volante e avevo alla mia destra il fianco della montagna. Ma non si vedeva nulla : poichè la strada non era asfaltata, non si poteva contare nè sulla linea di mezzeria nè su quella che segna il limite della carreggiata ed è così che ad un certo punto, mentre camminavo quasi a passo d’ uomo, ho visto spuntare sul lato sinistro all’ altezza del fanale un fascio di erbe selvatiche…..  Ho bloccato subito la macchina …. ero sull’ orlo del burrone !!! Quella volta il mio angelo custode ha lavorato molto bene e si è guadagnato la mia perpetua riconoscenza.

Ricordo che una volta un tipo strambo si presentò alla trasmissione “Portobello” e illustrò al presentatore , Enzo Tortora, il suo progetto per evitare il fenomeno della nebbia . Era semplicissimo: sarebbe bastato demolire (!!!!) il Colle del Turchino nell’ Appennino Ligure per  assicurare a tutta la pianura Padana una migliore circolazione delle correnti d’ aria

Ora, nonostante il Turchino sia sempre al suo posto,  non ci sono più le nebbie di una volta … e non è solo un modo di dire ; lo dice anche una rigorosa ricerca scientifica, riportata al link qui sotto.

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_21/nebbia-addio_fb8757c6-1f09-11df-a9cc-00144f02aabe.shtml