UTE: La mano: problemi articolari (Diana) – Dissoluzione dell’Impero Ottomano e nascita della Turchia (Angela D’Albis)

Dopo l’amena lezione introduttiva della volta scorsa, il dr. Lissoni oggi ha affrontato l’argomento della mano in modo rigorosamente scientifico, iniziando dall’analisi della struttura della mano.  Nel funzionamento della mano sono coinvolti 27 ossa  e 34 muscoli. Le ossa delle mani rappresentano un quarto del totale delle ossa del nostro corpo.

ossa della manoPer avere un’idea di quanto sia importante e complessa la funzione della mano basta dire che un terzo della nostra area cerebrale è dedicata al controllo dei suoi movimenti.

Nelle dita non ci sono muscoli, ma solo tendini e legamenti; i primi collegano i muscoli alle ossa . i secondi collegano le ossa tra di loro. Essi (tendini e legamenti) sono costituiti di tessuto connettivo privo di vasi sanguigni e ciò spiega i tempi lunghi richiesti per superare eventuali traumi

I tendini sono protetti da una guaina che produce il liquido sinoviale. Nell’articolazione è molto importante la presenza della cartilagine che facilita il movimento e limita l’attrito.

La mano è servita da tre nervi: radiale, mediano e ulnare, ognuno dei quali è collegato a una parte specifica.  Su di essa sono presenti molti recettori che percepiscono le sensazioni e gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno.

Una delle patologie più comuni della mano è l’artrosi, che colpisce le cartilagini articolari, rendendole più sottili e meno elastiche, fino a distruggerle completamente e provocando gravi dolori. Sintomi della presenza di artrosi è appunto il dolore , la rigidità delle articolazioni e le deformazioni interfalangee. Si parla di rizoartrosi  quando viene colpito il pollice. Sono piuttosto comuni le cisti gangliari del tutto inoffensive.

Più grave dell’artrosi è certamente l’artrite reumatoide che colpisce soprattutto le donne in giovane età. A differenza dell’artrosi è simmetrica e può colpire mani, piedi o altre parti del corpo. E’ una malattia autoimmune (il sistema immunitario si attiva contro il suo stesso organismo), che attacca i tessuti sani dell’articolazione e provoca gravi deformità oltre a impedire il movimento.

Altre forme di artrite sono la gotta, il lupus eritematoso sistematico, la sclerodermia e la psoriasi.

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Nella seconda ora, don Ivano ha ripreso l’analisi degli anni del primo dopoguerra e del trattato di Versailles e, in particolare, dei suoi effetti sulla Turchia.

Già la scorsa lezione, Don Ivano aveva spiegato che sotto il nome di trattati di Versailles vengono compresi vari accordi stipulati tra le potenze vincitrici della Grande Guerra e i paesi sconfitti.

Questi trattati erano veri e propri “diktat”, che limitavano il territorio dei paesi sconfitti e li obbligavano a pagare pesanti debiti di guerra.

Questo non avvenne per la Turchia che non portò mai a compimento il diktat del trattato di Versailles e continuò a combattere salvaguardando la sua indipendenza e permettendo la nascita di uno stato nuovo e moderno.

Prima di diventare lo stato che è adesso, la Turchia faceva parte dell’impero Ottomano.

L’Impero Ottomano comprendeva, oltre alla Turchia, anche i Balcani, l’Egitto e il Nordafrica.

Le guerre dell’ottocento e la Prima Guerra Mondiale portarono al decadimento di questo impero e, a causa delle varie etnie presenti, alla nascita di Stati indipendenti.

All’interno dell’Anatolia, dove si trovavano anche varie etnie (come gli Armeni e i Curdi), il gruppo turcomanno cercò di salvare la propria identità.

Dopo vari tentativi di smembramento della Turchia da parte delle potenze straniere, venne fuori quel nazionalismo turco che servì a formare il nuovo paese.

Il promotore di questo nazionalismo fu un generale dell’esercito, Mustafa Kemal che, sconfiggendo i Greci (1919/22) e l’esercito del Califfo, ristabilì l’unità e l’indipendenza della Turchia.

Egli spostò la capitale da Istambul a Ankara, poi diventò Primo Ministro e, infine, Presidente della Repubblica Turca.

Kemal seppe risvegliare il senso nazionale e di appartenenza dei Turchi.

Mustafa_Kemal_AtaturkQuando la Turchia stava rischiando di scomparire, Kemal riuscì a tenere viva la resistenza sul fronte interno avviando un processo di svecchiamento e modernizzazione chiamato “Kemalismo”.

Inoltre, sul fronte esterno, egli riuscì a non fare accettare mai dal suo governo le disposizioni dei paesi vincitori, obbligandoli a ribaltare le decisioni prese.

Per tutte queste ragioni e da questo momento, egli venne chiamato ATATURK, il padre della Turchia moderna.

Fu ammirato anche fuori del suo paese: Mussolini e Hitler ne ebbero una grande stima perché seppe tener testa alle potenze occidentali.

Tuttavia, la Repubblica di Ataturk fu una dittatura fondata su un partito unico e durante la sua presidenza si registrarono fenomeni di repressione delle opposizioni e pesanti violenze contro gli Armeni e i Curdi.

Don Ivano conclude la sua lezione spiegandoci che cosa è il Kemalismo.

Il nome deriva da Kemal ed è la sua filosofia politica che può essere sintetizzata in sei parole (”sei frecce”): nazionalismo, repubblicanesimo, populismo, statalismo, laicismo, rivoluzionarismo.

Questa filosofia la ritroviamo nel discorso da lui pronunciato tra il 15 e il 20 ottobre 1927 (Nutuk), che si rivelò un atto di condanna senza appello nei confronti dei suoi oppositori e ex collaboratori e che venne subito salutato come “il libro sacro dei Turchi”.

Occorre dare atto, comunque, conclude il docente, che l’attuale Turchia è quella che conosciamo grazie a Ataturk.

“Marginalità”: un’occasione per riflettere…

Ieri si è aperta allo Youthlab la mostra fotografica “MARGINALITA’: ritratti di invisibili”.

All-focus
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L’autrice, Ljdia Musso, ha esposto una serie di scatti fotografici che ritraggono i “senzatetto” in varie città e località italiane e straniere. Le foto sono montate su support rivestiti con collage  di carta di giornale ( è coi giornali infatti  che spesso gli “invisibili” si riparano o allestiscono il loro angolo di marciapiede). In un angolo è posato a terra un materasso con l’immancabile borsa di plastica, una bottiglia, una coperta.

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A terra, addossati alle pareti, ci sono  dei pannelli di cartone (recuperati da scatoloni) che riportano alcune frasi dell’Abbé Pierre, il fondatore delle comunità di Emmaus, il primo a occuparsi dei più emarginati.  Ora sono tante nel mondo le comunità che si ispirano all’Abbé Pierre e il loro approccio alla solidarietà varia da paese a paese: qui da noi raccolgono  l’usato e il ricavato serve a sostenere le comunità  delle zone più povere, dove riesce ad assegnare piccoli crediti alle donne che riescono così a realizzare piccole attività con cui mantenere i figli e ripagare il debito. Altrove si occupano di incentivare i piccoli agricoltori.

All-focus
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Questa mostra ha il merito di farci fermare a riflettere su quanti nelle nostre città sono in condizioni di estrema povertà, tanto da non potersi permettere una casa; li vediamo ogni giorno rannicchiati in qualche angolo di strada e i nostri occhi si sono talmente abituati alla loro presenza che non ci sentiamo più interpellare dai loro bisogni, dalle loro sofferenze. Grazie perciò a Maria Luisa dei Trapeiros e  grazie alla giovane Ljdia, che ha illustrato e commentato le sue foto con evidente viva partecipazione al dramma degli invisibili.

Trovandomi sul posto, ho potuto visitare l’ex-stazione ferroviaria (è lì che è allocata la mostra), concessa in comodato gratuito  alla cooperativa “concerto” e ristrutturata con i fondi donati dalla Cariplo. Vi trovano sede varie associazioni di giovani e meno giovani per svolgere attività di promozione culturale e ricreative. Può essere un’opportunità offerta all’associazionismo erbese.

 

UTE: Le vaccinazioni (A. D’Albis)- Fiabe tra Europa e Giappone (Diana).

Alle 15.00 il dottor Rigamonti introduce la sua lezione sulla “Immunoterapia” e le vaccinazioni.

L’Immunoterapia è il metodo più importante per la cura delle patologie basate su sostanze che agiscono sul sistema immunitario.Il sistema immunitario è un nostro patrimonio, ma anche degli animali, che cresce e si sviluppa con noi. Quando il bambino è molto piccolo prende le difese anticorpali dal latte materno. Poi a tre mesi il bambino comincia a fare le vaccinazioni; fa i richiami a sei mesi e, infine, a un anno. A questa età il bambino, dopo tre richiami delle vaccinazioni base e consigliate, è già immune da non farsi infettare da virus tipo la rosolia, il morbillo, la pertosse, l’epatite A e B e altre. In sintesi, l’immunoterapia è andare a prendere un anticorpo già precostituito e iniettarlo nella persona.

L’anticorpo si può creare in due modi, ci dice il dottore: o prendendo la malattia e superandola, o facendo il vaccino. A seconda delle circostanze, l’immunoterapia ha lo scopo di indurre, amplificare o sopprimere una risposta immunitaria da parte dell’organismo.

A tal proposito, continua il dottore, possiamo distinguere due tipi di immunoterapia:

Immunoterapia di soppressione: sono le terapie che si usano per le allergie, perché sopprimono la iper-risposta dell’organismo. Questa terapia richiede l’uso degli antistaminici. 

  • Immunoterapia di attivazione: sono le terapie che cercano di indurre o di amplificare una risposta immunitaria. È questo il caso dei vaccini e dell’immunoterapia oncologica, ossia dell’immunoterapia impiegata nel trattamento di tumori.

Il dottore ci ha parlato, poi, proprio dell’Immunoterapia Oncologica. Ci ha spiegato che il sistema immunitario non riconosce i tumori perché essi sono cellule dell’organismo e non estranee ad esso. Le cellule del nostro organismo espongono sulla propria superficie molecole di diversa natura, come proteine e carboidrati; le cellule maligne, invece, molecole diverse da quelle esposte dalle cellule sane. Queste molecole prendono il nome di antigeni tumorali. L’immunoterapia oncologica sfrutta proprio questo fenomeno: le cellule del sistema immunitario possono essere in grado di individuare gli antigeni tumorali e di attaccare le cellule malate che li espongono.
L’immunoterapia oncologica può essere suddivisa in tre gruppi principali:

  • Terapia cellulare;
  • Terapia anticorpale;
  • Terapia con citochine.

La terapia cellulare prevede la somministrazione dei vaccini contro il cancro: vengono prelevate cellule immunitarie da pazienti affetti da tumore.  Una volta prelevate, le cellule immunitarie vengono attivate in modo da riconoscere in maniera specifica le cellule tumorali, quindi coltivate in vitro e, infine, restituite al paziente. In questo modo, una volta tornate nell’organismo, le cellule immunitarie specifiche per il tumore dovrebbero essere in grado di identificarlo ed attaccarlo.

La terapia anticorpale prevede che, un anticorpo riconosce un antigene , questi interagiscono l’uno con l’altro con una sorta di meccanismo “chiave-serratura“.  Quando avviene l’interazione antigene-anticorpo – quindi quando la chiave è “inserita” – l’anticorpo si attiva, dando inizio alla risposta immunitaria dell’organismo.

Per quando riguarda la terapia con citochine, il dottore ci ha spiegato che le citochine sono responsabili della comunicazione tra le varie cellule del sistema immunitario e, alcune di esse, sono prodotte dallo stesso sistema immunitario.

Per finire, il dottore ci ha elencato gli effetti collaterali della Immunoterapia.

Ci ha spiegato che essi possono essere causati dall’iperattività del sistema immunitario.

Può capitare, infatti, che il sistema immunitario attacchi, non solo le cellule malate, ma anche quelle sane perché non è più in grado di riconoscerle come tali. Gli effetti più comuni possono essere:

  • Stanchezza;
  • Prurito;
  • Nausea e vomito;
  • Diarrea;

Tuttavia, dalle ricerche effettuate fino ad Aprile 2015, risulta che è stato approvato solo un vaccino per il cancro alla prostata.

Molti altri vaccini sono già in fase di sperimentazione, ma non sono ancora utilizzabili.  Alla fine della sua lezione il dottor Rigamonti ci parla del CORONAVIRUS, oggetto di preoccupazione e discussione in questi giorni e ci consiglia di vedere un filmato su YouTube intitolato “Coronavirus spiegato in italiano”.

Ed ecco il video:

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Cos’è la Fiaba? E’ qualcosa che si racconta.

La cultura umana comincia con la tradizione orale che trasmette nel tempo fiabe, favole e miti. La fiaba è caratterizzata in genere da elementi fantastici; la favola ha come protagonisti gli animali ed ha un chiaro intento moralistico (Esopo, Fedro, La Fontaine);  il mito ha sempre una dimensione sacra.

Il genere della fiaba ha avuto origine in India e si è poi diffuso in Europa e in Cina, per questo le fiabe europee e quelle cinesi sono molto simili.  Sono stati gli antropologi che si sono occupati, in vari paesi, di raccogliere e registrare i racconti tramandati oralmente  per secoli.

Giovan  Battista Basile riportò quelli che si narravano al sud ne “Lo Cunto de li Cunti” e dalla sua opera i fratelli Grimm, in Germania, trassero molto materiale per i loro libri; Andersen in Danimarca raccolse racconti popolari e altri ne inventò. A Roma esiste una discoteca che conserva le registrazioni di fiabe che le donne anziane del sud e di altri territori solevano raccontare ai più piccoli.

Le fiabe hanno come nesso comune il rapporto con il male: la narrazione educa a riconoscere e a discernere il bene e il male e gli elementi di crudeltà di cui sono spesso pervase, hanno il fine di insegnare come fermare il male e trionfare su di esso.

tempio shintoistaMentre delle fiabe europee non si conosce l’autore e la loro origine si perde nella notte dei tempi, le fiabe giapponesi hanno una datazione e un autore certo e riportano a un simbolismo molto lontano dalla nostra cultura. Spesso da noi la fiaba finisce con la morte del cattivo, nelle fiabe giapponesi la morte dà origine alla storia e  risente dello shintoismo, che non è propriamente una religione, ma un modo di scoprire il sacro nella natura e nelle cose.

Tempesta di vento.

Muggisce come belva ferita tra i palazzi e per le vie, sospinge la poca gente che passa frettolosa tenendo il bavero del cappotto con le mani.

La furia del vento si accanisce contro ogni cosa; strapazza gli alberi, solleva e sbatte lontano gli arredi da giardino che aspettano l’estate e fa roteare immondizia di ogni genere insieme alle  foglie morte.

IO resto chiusa in casa e ascolto la voce rabbiosa del vento.

Tutti insieme appassionatamente.

Ieri sera sono andata con la mia amica D. , segretaria dell’UTE, alla riunione delle Associazioni cittadine, convocata dal Comune di Erba. Ero lì solo per fare compagnia alla mia amica e invece al momento dell’appello ho sentito chiamare il Centro Italiano Femminile, di cui sono presidente. Ero molto sorpresa e ho esitato un attimo a rispondere, tra i sorrisi divertiti dei presenti che non capivano il mio imbarazzo. Ho poi avuto modo di spiegarne il motivo quando mi è stata data la parola.

Erano tante le associazioni presenti e a ognuno dei loro rappresentanti è stato dato modo di presentare la propria attività e i propri progetti; è stato interessante scoprire quante forme diverse può assumere il volontariato, in quante direzioni si esprime la solidarietà e la voglia di cultura. Ho poi sentito in ogni intervento una grande passione per la propria associazione, nonostante la fatica di portarla avanti in tempi non certo facili.

Tutti, infatti, hanno espresso il rammarico per non poter più contare, da molti anni, sul sostegno economico dell’amministrazione comunale, ma tutti hanno convenuto che è bene conoscersi e incontrarsi per poter mettere in atto collaborazioni che mettano a frutto le rispettive competenze e consentano l’ottimizzazione delle scarse risorse disponibili: a guadagnarne sarà l’intera collettività cittadina.

Qualcuno, al momento del congedo, ha chiesto i programmi dell’UTE  e questo mi ha fatto piacere.

 

Ute: l’utilizzo delle farine (Angela D’Albis) – Il Vampiro: la paura del diverso. (Diana)

Alle 15.00, la dr.ssa Anna Sartori, titolare della nota pasticceria di Erba, ci ha parlato dell’utilizzo delle farine alimentari.

Ci ha spiegato che, in passato, soprattutto nei periodi di crisi, come durante le guerre, la cultura gastronomica era legata al nutrimento, perché c’era denutrizione.

Adesso che questo problema non c’è più, il cibo è più che altro un piacere. Tuttavia, questo passaggio della cultura gastronomica dalla necessità del nutrimento al piacere, ha reso i cibi sempre più “raffinati”. La raffinazione, cioè il rendere il cibo più “puro” e più “fine”, ha portato delle conseguenze sul nostro stile alimentare. Il processo di estrazione ha tolto l’equilibrio naturale del cibo. Per esempio, raffinare la farina, vuol dire togliere la crusca.

veleni bianchiDopo questa introduzione, la lezione si è focalizzata sull’uso delle farine.

La docente ha ribadito che la farina raffinata, cioè resa “pura” e “sottile”, può essere considerata un “veleno”. Sono quatto i “veleni” che hanno un impatto negativo sul nostro organismo: sale, zucchero raffinato, latte e farina.

La parola “farina” deriva da FAR – Farro e significa: prodotto della macinazione di frutti o semi.

Quindi, le farine sono prodotte da un’infinità di piante che hanno caratteristiche e proprietà diverse.

Per ricostruire l’equilibrio naturale dei cibi, ribadisce la docente, dobbiamo imparare ad ampliare la conoscenza dei vari tipi di alimenti e saper variare il loro utilizzo. Questo, però, senza dimenticare la “tradizione”.

Infatti, la dottoressa ha concluso la sua lezione parlandoci dei prodotti “tradizionali”, “emozionali” e “d’avanguardia”.

Come alla fine della scorsa lezione, c’è stata una degustazione che ha spiegato praticamente questi concetti. Abbiamo assaggiato un delizioso pezzettino del dolce tipico erbese “masigott” (prodotto tradizionale), un “crumiro” che ricordava i biscotti della nostra infanzia (prodotto emozionale) e un delizioso dolcetto fatto con farina di mais, riso, senza zucchero e senza uova (prodotto d’avanguardia).

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Il prof. Galli, dopo aver ripercorso con noi lo sviluppo del mito del vampiro nella cultura popolare antica e poi la sua introduzione nella letteratura ad opera di numerosi scrittori a partire dall’ottocento, ha oggi concluso il suo ciclo di lezioni su questo tema parlandoci di alcuni scrittori italiani e stranieri che si sono ispirati a questo personaggio inquietante.

Nella letteratura italiana (tra le più gloriose e antiche in Europa), il romanzo giallo o horror è sempre stato ritenuto una produzione  di serie B, perciò non ci sono molte opere in questo campo.

Tra i primi a scrivere un racconto ispirato ai vampiri è stato Emilio Salgari: due fratelli partono dalla Sicilia e vanno in America in cerca di oro e, nella foresta, incontrano un grande pipistrello che si nutre del sangue di piccoli mammiferi.  Dopo una serie di avventure, i due tornano in Sicilia carichi di oro e vivono felici e contenti.

intervista col vampiroDopo Salgari, anche Daniele Oberto Marrama e Luigi Capuana  hanno scritto romanzi il cui protagonista è il vampiro; non ha resistito al fascino del personaggio nemmeno il famosissimo Conan Doyle, che, in un suo racconto, con la sua proverbiale razionalità, riesce a dimostrare che colei che era stata ritenuta una vampira è in realtà una creatura di grande altruismo.

L’invenzione del personaggio del vampiro è in definitiva la proiezione della paura del “diverso” e quando, alla  fine dell’ottocento, cominciarono  le prime manifestazioni delle suffragette, che rivendicavano parità di diritti rispetto agli uomini, eccole diventare nella mente di molti quel “diverso” di cui avere paura.  Un poeta come Baudelaire ha rappresentato la donna come creatura malvagia, dal fascino fatale, che porta alla perdizione.

Il terribile fenomeno dei femminicidi che riempiono quotidianamente le cronache odierne testimoniano come ancora molti uomini non riescano accettare che una donna rivendichi il suo diritto alla libertà di decidere della propria vita.   (nella foto un affascinante vampiro dei nostri giorni)

Teatro: U Parrinu”.

Sabato sera è stato un teatro gremito in ogni ordine di posti ad applaudire con grande commozione la fine dello spettacolo “U PARRINU” scritto e interpretato da Christian Di Domenico.

Un monologo, che ha come temi la legalità, la capacità di perdonare e di chiedere perdono, ha catturato l’attenzione degli spettatori,  in prevalenza  studenti delle scuole medie inferiori e superiori della città e del circondario.

Per quasi un’ora e mezza un silenzio assoluto ha accompagnato la performance dell’attore che ha raccontato come la sua vita sia stata intrecciata in vari momenti alla vita di don Puglisi  e ha messo in risalto il coraggio di un piccolo prete che ha trovato nella fede e nell’amore del prossimo la forza di sfidare la violenza mafiosa con la consapevolezza dei rischi cui andava incontro. Quel colpo di pistola che lo ha freddato crudamente davanti alla porta di casa non è arrivato certo inaspettato.

La scelta di mettere in scena questo monologo mi pare doppiamente indovinata;  infatti oltre a rendere onore alla memoria del beato don Puglisi, fa toccare con mano la crudeltà e la pervasività della mafia, in un momento in cui statistiche ben documentate testimoniano come la criminalità organizzata stia assediando anche queste nostre zone, un tempo estranee a questi fenomeni

 

UTE: Il conflitto costruttivo che fa bene alla relazione.

Dopo avere richiamato i concetti esposti nella lezione precedente, la dr.ssa Todaro ha affrontato un argomento molto  interessante: come risolvere i conflitti nella comunicazione, in modo da non mettere in crisi le relazioni, ma anzi migliorarle.

conflittiOgni conflitto si può riportare alla relazione genitori/figli, infatti in ogni situazione c’ è una persona che ha un ruolo di “superiorità” e un altro che tenderebbe a soccombere. I contrasti nascono dal fatto che ognuno di noi è diverso dagli altri, ha idee e bisogni diversi, ma se affrontati in modo positivo possono diventare un’occasione per capirsi più a fondo. Non è bene evitare ad ogni costo i conflitti, perchè questo non farebbe che creare barriere difficili da abbattere  in seguito.

Il conflitto è distruttivo quando uno dei due vuole per forza imporre il suo parere, anche a costo di umiliare l’altro, per questo quando si sta per litigare è bene chiedersi quanto sia importante per noi la persona con cui stiamo portando avanti questo conflitto: vale la pena di rompere la relazione? Se la risposta è “no” si deve cercare, attraverso l’autocontrollo, di arrivare a una soluzione condivisa: nessuno dei due contendenti deve risultare perdente.

Se siamo in condizione di dover fare delle critiche, esse devono mirare a ottenere un risultato positivo, mantenendo aperto il dialogo. Le critiche devono essere dirette e fatte in privato, devono essere chiare, e prive di ironia e far intravedere una soluzione realistica.

Nei conflitti bisogna essere assertivi, cioè non aggressivi né passivi, tenendo sempre presenti:  il rispetto dovuto all’interlocutore, i suoi diritti e i suoi bisogni.  L’assertività produce autostima, fiducia e dignità.

E’ importante anche la metacomunicazione, cioè saper riflettere sul tipo dio comunicazione che stiamo mettendo in atto, per saper capire quando è opportuno allentare la tensione con una battuta, con frasi come ” Sto scherzando!” o “E’ un ordine” (verso un bambino recalcitrante).

Perchè i litigi siano occasioni positive, costruttive, è bene tenere sempre al centro della nostra attenzione il nostro interlocutore, ascoltarsi per capirsi bene, focalizzare bene il problema e non rivangare il passato.

La lezione è terminata con un bell’aforisma di Mark Twain: “Se uno ha un dollaro e tu hai un dollaro e ve lo scambiate, resterete come prima; ma se uno ha un’udea e tu ne hai un’altra e ve le scambiate, avrete due idee ognuno” (e forse una terza risultante come sintesi delle prime due).

E’ stata una lezione interessante, che sarebbe molto utile riproporre a gente di mia conoscenza.