Un villaggio d’altri tempi.

Mercoledì scorso, col gruppo della Terza età di Arcellasco, sono andata a Capriate San Gervaso per visitare il “Villaggio Crespi”, di cui avevo sentito parlare molte volte e che non avevo mai visto.

La famiglia Crespi deve la sua fortuna all’industria della tintoria, prima e della tessitura, intesa come filiera completa per la produzione dei tessuti, in un secondo momento.

Negli anni di maggior splendore di questa famiglia, ecco che si fa strada l’idea di attirare mano d’opera dalle vicine campagne offrendo soluzioni abitative di grande comfort , se raffrontate con le case degli operai e dei contadini del primo Novecento. Viene così costruito un intero villaggio con, al centro, una chiesa (uguale a quella che si trova a Busto Arsizio, città di origine della famiglia), una scuola, un teatro, un ambulatorio, la casa del medico e del parroco, un negozio e un bar. Le case degli operai erano vicine alla fabbrica, davvero enorme, mentre le abitazioni dei dirigenti erano ai bordi del villaggio. Ogni casa aveva il giardino e l’orto e i servizi igienici interni; le ville dei dirigenti erano circondate da un piccolo parco ed erano veramente di lusso. A dominare il villaggio su un piccolo colle, c’è il castello che ospitava la famiglia dei proprietari. In fondo al villaggio c’è il cimitero, dominato dal mausoleo che ospita le tombe dei Crespi.

L’affitto veniva detratto dallo stipendio, ma le spese di mantenimento dell’abitazione erano a carico della ditta; bastava esporre un cartello sulla porta con l’indicazione del guasto (un rubinetto da sostituire, una perdita d’acqua o altro) e ti arrivava il tecnico pagato dall’azienda per la riparazione.

Tutto questo aveva però un contrappeso: gli operai erano trattati un po’ da bambini bisognosi di assistenza, forse erano considerati non veramente in grado di gestire autonomamente le proprie vite.

Poi è bastato il tracollo del 1929, cui ha fatto da accentuatore una serie di investimenti sbagliati di uno dei componenti della famiglia Crespi, per determinare il fallimento dell’azienda che dava lavoro a 4000 dipendenti.

Passeggiare per quelle strade è stato come trovarsi immersi in un mondo a parte, che per tanti è stato il proprio mondo, un po’ fuori dalla realtà, un po’ fiabesco, ma che ha certamente regalato momenti di vita serena a più generazioni.

Il progetto del Villaggio Crespi appare oggi un po’ paternalistico, ma ci dimostra la statura morale di chi lo ha ideato con l’intento di far partecipare alle proprie fortune anche coloro che, col loro lavoro, avevano contribuito a creare quell’impero economico.

E mentre camminavo tra quelle vie, ora poco frequentate, mi veniva da pensare ai moderni multimiliardari che tengono nelle loro mani le sorti del mondo e non sembrano proprio essere mossi da ideali umanitari, ma da un’insaziabile sete di potere e da una smisurata ambizione.

O tempora! O mores!!

Leave a Reply